I.

La preparazione storica della Guerra e della Rivoluzione Fascista.

Tormento d’idee.

È indispensabile qui fare una breve analisi delle idee e degli elementi che potremo chiamare precursori delle idealità nazionaliste -fasciste.

Si tratta indiscutibilmente di un processo storico che nella sua evoluzione ha messo capo al movimento nazionalista. Certi autori (E. Bodrero) affermano che l’origine della Rivoluzione fascista non va cercata soltanto nella guerra, ma, pur asserendo che tale Rivoluzione deriva essenzialmente dalla guerra, riconoscono che essa è la conseguenza di un periodo di preparazione storica della vita italiana. Altri invece sono più assolutisti sostenendo che l’essenza del Fascismo deriva esclusivamente dalla guerra (G. Bastianini).

Vittorio Cian in Civiltà Fascista parla di precursori, vicini, prossimi e immediati del Fascismo. Val la pena fermare per un momento l’attenzione su questo lavoro I precursori del fascismo che porta un contributo non indifferente al dibattito delle idee sulle origini del nostro movimento.

La Civiltà Fascista illustrata nella dottrina e nelle opere dimostra — come dice Mussolini — «quale profonda trasformazione sì è operata in un solo quinquennio nella società nazionale....» Questo lavoro fatto a cura di L. G. Pomba con la cooperazione di Bottai, Alfieri, Amicucci, Balbo, Bazan, Bodrero, Gentile, Ferretti, Balbino Giuliano, Maraviglia, Marinetti, Rossoni, Margherita Sarfatti, Torre, Volpe, Cornelio Di Marzio, Cian porta un contingente notevole al dibattito delle idee trattando lo sviluppo storico del Fascismo, l’essenza e l’avvenire fascista e tutti i nuovi problemi dall’industria alla marina, all’aviazione, dalla Milizia alla Carta del lavoro. E giustamente Mussolini chiama questo volume «una sintesi superba di una fatica che continua, poichè questo secolo sarà fascista e darà al mondo per la 4a volta il prodigio della potenza di Roma».

Precursori in senso largo potremo considerare tutti coloro che hanno voluto l’Italia una e forte, non vile e non schiava e quindi, per non parlare che dei più vicini a noi, Mazzini, Carducci, Crispi, Oriani, Corridoni ed altri ancora. I principali elementi di formazione nazionale dell’Italia nuova li troviamo nel Garibaldinismo, nel Crispismo e nel Nazionalismo.

Ritrovare l’Italia vera, questo era il compito. Con la fondazione del Marzocco per opera di Enrico Corradini, di Angelo Orvieto, di

Edoardo Coli, Diego Garoglio, Ugo Ojetti e di Pietro Mastri — il settimanale fiorentino a cui collaborarono uomini come D’Annunzio e Pascoli — l’intelligenza italiana fu portata a reagire al peso morta d’una piccola patria vecchia, vile, socialistoide e commemorativa. Era necessario dare una visione nuova della forza, far conoscere uomini, opere e cose ignote, stimolando così l’anima e lo spirito.

Il 4 Gennaio 1903 vede la luce il Leonardo diretto da Papini e Prezzolini. Per opera del Marzocco l’Italia giovane era venuta a conoscere le correnti più ricercate dell’estetica specialmente francese e inglese, mentre il Leonardo fece conoscere la sottigliezza e la avventurosità del pensiero del Nord (A. Soffici, Selvaggio, febbr. 1928). Nasce quasi contemporaneamente, 29 Novembre 1903, il Regno dove vengono agitate le idee che poi saranno la sostanza del Fascismo e del Nazionalismo.

Papini, Prezzolini e Vilfredo Pareto scrivono e diffondono articoli (Vecchio e Nuovo Nazionalismo) su «Crispi», «A chi giova la lotta di classe», «O la classe o la Nazione» per far comprendere la necessità di un programma nazionalista. Il Regno espande da Firenze la coscienza e la volontà di un’Italia più grande e più eroica.

Dopo il Leonardo, dopo il Regno, ecco nel 1907 la Voce che fu un crogiolo fecondo, un concentramento d’energie. Guastata la Voce dal Salvemini, Papini e Soffici il 1° Gennaio 1913 fondano a Firenze Lacerba che Vallecchi, già in relazione con questi movimenti, si offrì di lanciare a sue spese.

Ricordiamo tuttavia che gran parte di coloro che erano i collaboratori della Voce furono per l’intervento e parecchi in guerra morirono: Slataper, Serra, Vaina, Stuparich; e la Voce fu il fuoco che entusiasmò i nuovi italiani, tanto che Mussolini presso la Voce pubblicò l’importante lavoro: «Il Trentino visto da un socialista».

Leonardo, Marzocco, Regno e Lacerba sono pubblicazioni che escono dalla stessa officina, da Vallecchi. Avevano lo scopo di portare al massimo grado il raffinamento artistico. Da letteraria ed artistica Lacerba si trasforma in seguito in politica, abbracciando con passione l’intervento italiano. Soffici pubblica il Giornale di bordo e Papini le Stroncature. Aveva ragione Giovanni Papini quando, considerandoli decadimento dello Stato italiano, affermava che «l’Italia sarebbe diventata l’ultima Nazione sulla faccia della terra.... sarebbe ridotta a lavare i piedi sudici dei Croati e dei Levantini....» (Stroncature Libr. della «Voce», pag. 59, 1917).

Era necessario liberarsi dal peso opprimente e sottrarsi alla soggezione di fuori.

Si formò così un’intesa col futurismo e nell’ottobre 1913 Lacerba lancia il programma politico futurista consistente nella difesa economica e nell’educazione patriottica del proletariato. «Tutte le libertà tranne quella di essere vigliacchi, pacifisti, antitaliani».

Lacerba nel 1914 si stacca dal futurismo marinettiano e proclama: «Siccome questa è guerra non soltanto di fucili e di navi, ma anche di cultura e di civiltà, ci teniamo a prender subito posizione e a seguire gli avvenimenti con tutta l’anima». E continua il 20 settembre 1914: «Il Governo italiano il quale sta in questo momento disonorando e rovinando il Paese coll’insistere, nessuno sa perchè, in una neutralità divenuta ormai imbecille.... questa minoranza desidera.... che le terre irredente e le coste adriatiche congiunte per sangue, lingua e amore alla Patria italiana siano a questa vittoriosamente e definitivamente riunite».

Si pubblica il «Canto per Trento e Trieste» di Agnoletti, ed i) 15 maggio Lacerba lancia l’ultimo appello agl’Italiani contro Gio-litti, proclamando la necessità della guerra: «Guerra nazionale, guerra di civiltà, guerra contro l’Austria, guerra contro la Germania!».

Ed ora è necessario dare dei brevi cenni sui diversi movimenti ideali affini che prepararono la Guerra e la Vittoria, che ebbero nel midollo il vangelo della fede italiana e che poi si opposero — nel dopo guerra — ai negatori della Patria ed ai traditori della Vittoria.

Dapprima diremo del Nazionalismo e del Futurismo, poi dell’Irredentismo e dell’Interventismo.

Il Nazionalismo.

Sarebbe un po’presuntuoso pretendere di condensare in poche pagine tutto quello che è stato fatto dal Nazionalismo italiano. Sarebbe necessario addirittura di scrivere più di un volume per poter dire, anche sinteticamente, tutto il valore e tutta l’importanza di questo movimento, per ricordare tutto il travaglio e tutta la passione da cui è stata animata nella sua lotta l’Associazione Nazionalista Italiana.

È pertanto doveroso inserire questo breve capitolo sul Nazionalismo neh» introduzione della cronistoria della Rivoluzione fascista, perchè il Nazionalismo in primo luogo ha avuto un’influenza non indifferente sulla guerra e sull’occupazione libica, in secondo luogo perchè ha preparato le coscienze ed ha contribuito in maniera tangibile alla proclamazione della grande guerra, unendosi, come movimento di resurrezione nazionale, ai Fasci rivoluzionari sorti nel Maggio radioso a Milano per opera del nostro gran Duce Benito Mussolini.

Riportiamo quindi semplicemente i dati cronologici che saranno i più significativi.

Il Nazionalismo italiano ha avuto un’anima, un uomo che ha saputo infondergli idee, sangue, un uomo che doveva poi imperniare dentro di il movimento di ribellione e di riscossa nel nome della Nazione: Enrico Corradini.

Già nel 1901 Enrico Corradini pubblicava La missione dell’Italia ed in questo opuscolo metteva in rilievo l’importanza della missione che avrebbe dovuto essere assunta dalla nostra Patria.

Fin d’allora quindi Enrico Corradini gettava il seme della nuova grande famiglia. E incominciava a gettare la buona sementa nel 1902 proprio in terra di Siena in unione ad altre due anime creatrici, Pier Lodovico Occhini e Fabio Bargagli Petrucci. Così dice Enrico Corradini nei suoi discorsi politici: «....Una sera mi trovavo in una città toscana, in una città tutta quanta lavorata nella pietra e lavoratrice del ferro, uscita tutta quanta, nelle sue colline e nelle sue valli, con le sue chiese ed i suoi palazzi, con le sue torri, le sue piazze e le sue vie tortuose ed anguste; uscita, come un capolavoro di arte gentile e forte di un solo artista, dai secoli discordi e feroci....»

E precisamente in questa terra senese sboccia il seme per la rivista Il Regno nel 1902-1903, periodico d’Italia, che poi sarà pubblicato a Firenze sotto la direzione di Enrico Corradini. Furono sostenitori Fabio Chigi Saracini, Fabio Bargagli Petrucci, Celso Bargagli Petrucci, Alessandro Bichi-Ruspoli Forteguerri, Emilio Pic-colomini, Angelo Savelli, Giovanni Papini, Giuseppe Prezzolini, Mario Morasso, Pier Lodovico Occhini, Giuseppe Borgese, Vannicola Marno Maffi; il comm. Enrico Crocini, Giulio Grisaldi Del Taja; a Firenze Bindo Peiuzzi e l’avv. Leonida Mattaroli.

Il Regno, rivista settimanale politica artistica letteraria, viene fondato nel 1903 ed è il primo segno della futura lotta nazionalista. Il programma di questa Rassegna era significativo. «Il periodico» diceva il programma «sarà polemico e redatto soltanto da scrittori ben noti e che abbiano le stesse idee della Rassegna; mostrerà il massimo rispetto verso la Chiesa cattolica, il Pontefice; combatterà lo spirito giacobino, sarà monarchico, ed espansionista. Noi sosteniamo l’espansionismo come metodo e come scopo ultimo verso cui la Nazione deve tendere. Come metodo polemico contro i socialisti, poichè l’espansionismo è scuola di nazionalità, mentre il socialismo con la lotta di classe tende a rompere la compagine nazionale. Di più l’espansionismo abbisogna dì forte esercito ed armata come istrumenti utili della Nazione, mentre l’antimilitarismo socialista li combatte come spese improduttive. Si propugnerà un espansionismo savio, ben preparato e proporzionato alle nostre possibilità, come scopo ultimo cui la Nazione deve tendere, se è desiderabile che l’odierno espansionismo italiano, cioè l’emigrazione che è propria dei popoli inferiori, si converta nell’espansionismo dei popoli superiori, cioè nella colonizzazione».

Ed il Regno fu padre di molti altri fogli politici: Il Tricolore di Torino, Il Carroccio di Roma, la Grande Italia di Milano, Critica ed Azione di Milano, la Frora di Napoli ecc. ma senza dubbio esso resta l’anima e il punto di partenza del nazionalismo italiano. Qui sono in germe tutte le idee sviluppate in seguito sia dal Nazionalismo, sia dal Fascismo, per esempio la necessità di vedere il mondo realisticamente e di fare politica realistica, la necessità di attrezzare spiritualmente l’Italia per la lotta internazionale, la necessità di mutare in colonizzazione, la nostra emigrazione. Quindi la propaganda del Regno fu propaganda di idee, ma si passò subito anche all’azione pratica, all’organizzazione. E per primo sorse un piccolo gruppo di organizzazione nel Senese a Torrita per merito di Fabio Bargagli Petrucci. Fu costituita in Torrita un’associazione, auspice la rivista Il Regno, associazione che si proponeva: 1° d’organizzare le classi dirigenti e tutti coloro che sono nell’orbita delle istituzioni plebiscitarie, per una migliore previsione e prevenzione sociale; 2° di combattere lo sfruttamento a danno degli operai, da parte degli agitatori socialisti; 3° di migliorare le relazioni fra capitale e mano d’opera; 40 di garantire la preferenza per qualunque lavoro, appoggio e tutela in qualsiasi circostanza a quegli operai che, personalmente o sotto forma di associazione, dimostrano di cooperare a tale programma; 5° di opporre alle agitazioni delle Leghe e delle Camere del lavoro, l’azione solidale degli associati contro le imposizioni, gli attentati, le violazioni alla libertà e proprietà; 6° di tutelare con tutti i mezzi idonei gli interessi economici del Paese.

Tale associazione veniva inaugurata dallo stesso Enrico Corradini padre spirituale del Nazionalismo ed al Consiglio direttivo venivano nominati il cav. Francesco Mucciarelli presidente e Pietro Benedetti segretario. Il merito quindi di questo primo tentativo fu di Fabio Bargagli Petrucci che già nel 1904 in un lavoro Arte e Burocrazia, che porta la prefazione di Enrico Corradini, esprimeva questi concetti.

E furono iniziati così i primi cicli di conferenze nei diversi centri d’Italia sui «Principii di un nuovo Partito Nazionale» tenute da Giovanni Papini; sulla «Rinascita della Borghesia» da Giuseppe Prezzolini; sulla «Nuova Letteratura Nazionale» da A. G. Borgese, sulla «Terza Italia e Grande Italia» da Marno Mam e sulla «Degenerazione del teatro contemporaneo». Non mancarono le parole e la propaganda Sull’anima nazionale di Enrico Corradini.

Corradini nel 1904 affermava: «Noi siamo in un certo senso popolari e aristocratici insieme. Siamo antisocialisti, perchè il socialismo vuol rendere schiavo l’individuo della classe, sebbene affermi il contrario, e porre, in luogo della Nazione, l’internazionalismo, cioè qualche cosa di inorganico in luogo dei massimi organismi del mondo. Siamo antiborghesi, perchè la borghesia italiana di oggi (1904) è troppo timida e fiacca: manca di ogni sorta di energiche iniziative e, per mancanza di coraggio, non solo non sa assalire l’avversario, ma non sa nemmeno difendersi».... «In questa arte l’anima nazionale si rispecchia nella sua forma più alta e perciò, come una grande vita politica, così un’arte energica e grande dovremmo invocare per la Patria. Abbiamo parlato per la vita nazionale e per la vita individuale e tutto il nostro pensiero vorremmo chiuso in un motto aureo composto di cinque parole meravigliose: per la potenza, la grandezza, la gloria della Patria, per la libertà e per la gioia nostra».

Riunione di Perugia e Congresso di Firenze.

Dopo il 1905 la propaganda nazionalista fu fatta soprattutto dai giornali sopradetti, finchè in un convegno a Perugia tenutosi nel 1910 fu deciso di organizzare le forze nazionaliste che erano molto cresciute.

Il primo congresso nazionalista si riunì quindi a Firenze il 2 Dicembre 1910, e da esso uscì l’Associazione nazionalista italiana. La circolare era stata fatta da Enrico Corradini, da Luigi Federzoni, da Vincenzo Picardi e da Gualtiero Castellini. Ben 230 furono i rappresentanti d’Italia. Il congresso ebbe come presidente Scipio Sigitele, come vicepresidenti Arturo Colautti, Enrico Corradini, Luigi

Federzoni, Pier Lodovico Occhini; segretari Paolo Arcari, Gualtiero Castellini, Livio Marchetti e Carlo Scialoia.

A Palazzo Vecchio si riunivano i rappresentanti e si discuteva il seguente Ordine del giorno: 1° Socialismo: classi proletarie; nazionalismo, nazioni proletarie (Relatore Enrico Corradini); 2° Il movimento nazionalista e i partiti (Relatore Maurizio Maraviglia); 30 La politica delle alleanze (Relatore Giulio de Frenzi); 4° Irredentismo e nazionalismo (Relatore Scipio Sighele); 50 Il problema dell’Adriatico (Relatore Giovanni Chiggiato); 6° Il nazionalismo e l’emigrazione (Relatore Luigi Villari); 70 Preparazione militare (Relatore M. P. Ne-grotto); 8° La politica economica della grande Italia (Relatore Filippo Carli); 90 II problema della scuola (Relatore Marno Marni); io0 Intorno all’opportunità ed al modo di un’organizzazione nazionalista (Relatore Enrico Corradini).

Il Convegno assume particolare significazione politica ed intellettuale per il numero e l’importanza degli aderenti:

Il sen. Pastro, il sen. Carafa d’Andria, l’on. Foscari, Fon. Aprile, l’on. Bianchini, l’on. Gallenga-Stuart; il segretario generale della Trento e Trieste, barone Fiorio; gli editori Guido Treves ed A. Quattrini; Giovanni Borelli, Arturo Colautti, Domenico Oliva, Antonio Beltramelli, Giosuè Borsi, Domenico Tumiati, Alberto Musatti, Ercole Rivalta, Alberto Lombroso, Federico de Maria, Lorenzo d’Adda, Gaetano Limo, Giuseppe Piazza, Aldo Sorani, Alessandro Va-raldo, Diego Angeli, Moisè Cecconi, Giuliano Bonacci, Goffredo Bel-lonci, Luigi Siciliani, Antonio Cippico, M. M. Martini, Luca Cortese, Carlo Scialo] a, F.V. Ratti, Batt. Pellegrini, Giuseppe Zaccagnini, R. Forges Davanzati, Francesco Coppola, Alvise Manfroni, Ferdinando Paolieri, P. L. Occhini, Francesco Savorgnan di Brazzà, Mario Vu-gliano, Cipriano Giachetti, Avancinio Avancini, Mario Viana, Giovanni Costetti, Oseo Felici, A. Mongiardini, Paolo Arcari, Gastone Calosci, Angele Ragghianti, Gino Cucchetti, Gualtiero Guatteri, Antonio Cippico, Ignazio Mantica, Dino Alfieri, Gino Dal Lago, Attilio Foà, 0. M. Pedrazzi, Luciano Bolla, Armando Zenari, Giuseppe Fusinato, Gino Pierantoni, Gino Rosmini, Corrado Masi, Alessandro Benedetti, A. Santalena, G. Franquinet, Luigi Becherucci, Corrado Fazzari; i professori Vincenzo Tangorra, Peleo Bacci, Alberto Eccher, Fabrizio Cortesi, E. Bodrero, Lionello Venturi, M. G. Bartoli, Pietro Toesca, P. E. Goi-danich, Giulio Bertoni, Salvatore Morpurgo, G. Picciola, G. Lesca, Camillo Vittori, Ramiro Ortiz, Luigi Calli; L. C. Schiavi e Clinio Cottafavi, dei Comitati veneti della «Dante», il cav. D. Fossati, Sindaco di Salò, Livio Marchetti e Alberto Caroncini del Comitato romano della «Trento e Trieste»; il march. P. Misciatelli, il conte V. E. Fiumi, il marchese F. Paulucci de Calboli, il conte A. Malvezzi, il conte Francesetti di Mezzemile, il conte E. Gaddi, il barone Formica di Civigliano, il conte P. A. Serego degli Alighieri, il colonnello Barone, direttore della «Preparazione», il capitano Naselli, il capitano Giglio, il capitano Giannitrapani, il tenente di vascello Angeli, il colonnello Signori, il tenente Chitarra, il tenente Caracciolo, e numerosissimi altri ufficiali; Domenico Trentacoste, Emma Gramatica, Amy A. Bernady, Carolina Amari, «Melitta» fra gli artisti. — La Grande Italia col direttore cav. A. Codara.

E ancora commercianti, industriali, studiosi in gran copia. La «Dante Alighieri» e la «Lega Navale Italiana» sono rappresentate ufficialmente dai loro delegati. Tutta la stampa italiana è rappresentata al Convegno.

Al Convegno dà un’importanza grande e un significato italiano altissimo la presenza dei rappresentanti di Trento, di Trieste, di Zara, di Tripoli e delle colonie italiane d’oltre Oceano.

Enrico Corradini porta a quel congresso a nome del comitato il saluto dicendo: «Noi siamo qui per dare ciascuno di noi, il meglio di. medesimo a un’opera comune. Siamo qui per fare opera di concordia. Che si è ora tutti noi? Alcune persone separate le une dalle altre. Che cosa ci proponiamo di essere da qui a tre giorni? Una sola personalità con un’idea ben chiara, un intento certo, una forza per raggiungerlo».

A Firenze l’attività incomincia a fervere per merito dei nazionalisti attivi conte Della Gherardesca, Passerini conte Landò, del prof. Parodi, del Padre Pistelli, del marchese Frescobaldi, del Parolari, di Giacomo Lumbroso, di Chiostri, dell’avv. Serragli e di Federico Valerio Ratti.

Il 5 marzo 1911, anniversario della battaglia d’Adua, per iniziativa di Enrico Corradini, di Luigi Federzoni, di Maurizio Maraviglia, di Roberto Forges Davanzati, e di Francesco Coppola, esce a Roma l’Idea Nazionale, il battagliero giornale nazionalista che subito inizierà la battaglia per l’impresa di Tripoli. E di questa lotta così dice Occhini, lo storico del Na/ionalismo: «È inutile dire che il Corradini fu alla testa degli amici suoi, come non è esagerato dire che forse nessuno si adoperò più di lui per persuadere gì’italiani a decidersi per formare un’opinione pubblica favorevole all’occupazione di Tripoli. Scrisse nei giornali, girò per l’Italia, fece conferenze; e nell’estate 1911, tornò in Africa e si recò in Tripolitania e nella Cirenaica, da dove mandò al periodico L’Idea Nazionale le relazioni del suo viaggio che poi raccolse in un volume dal titolo L’ora di Tripoli. E così continua Occhini.... «scoppiata la guerra egli si recò nuovamente in Africa da dove scrisse altre lettere all’Illustrazione italiana che insieme raccolte formarono il libro La conquista di Tripoli» un libro che, senza forse, è una delle migliori opere sue sia per l’energia dello stile, sia perchè in esso prorompe tutto il suo ardore patriottico. E quando, il 22 e il 23 febbraio di quell’anno 1912, il Parlamento italiano approvò il decreto per l’annessione della Libia, e in quei giorni più che approvare un decreto, come il Corradini ben disse, si celebrò la nuova apoteosi della Nazione nella nuova concordia di tutto il Paese, nella nuova concordia di tutta la famiglia italiana, consacrata nel sangue dei figli che combattevano in Africa, egli ebbe la più grande ricompensa a cui un uomo possa aspirare....»

Enrico Corradini, autore dei romanzi La Patria lontana, La guerra lontana, col suo dramma Giulio Cesare, nel quale mette Cesare costruttore di fronte a Cassio distruttore, fa risaltare nella grande figura del protagonista la più alta aspirazione nazionale.

Il Gruppo di Roma capitanato da Domenico Oliva e da Luigi Federzoni, quello di Milano da Gualtiero Castellini, quello di Padova da Alfredo Rocco e quello di Firenze, di cui fu anima e spirito Ermenegildo Pistelli, divennero ben presto le associazioni politiche intellettualmente e spesso numericamente più forti di quelle città. Specie il gruppo di Roma divenne in breve tempo un centro politico di grande importanza e di singolare attività e della sua forza fu prova la schiacciante vittoria ottenuta da esso contro l’amministrazione bloccarda di Ernesto Nathan nelle elezioni amministrative e la vittoria, pure splendida, riportata da Luigi Federzoni e da Luigi Medici del Vascello contro i radicali Borghese e Caetani in quelle politiòhe. Maurizio Mandel che nel 1910 fa parte del Comitato centrale dell’Ass. Naz. svolge opera attiva a Zara. La Giunta esecutiva dell’Associazione Nazionalista, della quale facevano parte Corradini, Federzoni, Maraviglia ed Occhini, lavorava indefessamente. Le adunanze del comitato centrale erano frequenti. Ferveva la volontà: bisognava lottare, bisognava prepararsi per rinnovare l’Italia.

Nel maggio del 1914 l’Associazione Nazionalista tiene il congresso a Milano. Dice Occhini che nel Convegno di Firenze fu discusso, oltre che della lotta di classe, delle lotte internazionali; quindi il Nazionalismo volle preparare il popolo alla eventualità di una guerra; al Congresso di Roma, oltre a riaffermare la necessità di tenere preparato il paese alla guerra, furono fatti voti per uno Stato forte e affermata perciò la necessità di combattere i partiti che indebolivano lo Stato. Caratteristica del Convegno di Milano (maggio 1914) fu la necessità di costituire un’economia a per sostenersi da in caso di guerra.

Nel 1914 il giornale battagliero nazionalista da settimanale si trasforma in quotidiano e dà un incremento non indifferente alle giornate della rivoluzione del Maggio 1915, promosse dai Fasci rivoluzionari sorti a Milano per opera di Benito Mussolini e del Nazionalismo italiano, nelle quali si gridava ad alta voce: «O guerra o repubblica!»

Il Nazionalismo italiano combattè per la guerra ed aiutò il movimento per la guerra ed i nazionalisti furono dei volontari, dei combattenti, dei decorati, degli interventisti di fede e di azione.

Nel 1917 a Roma si tiene il convegno dei delegati dei gruppi dell’Associazione nazionalista.

Ed a Roma il Gruppo nazionalista, anche durante gli anni della guerra, si prodigò per la difesa dell’agricoltura nazionale, e, raccolti oltre seimila soci, fondò un’ottima rivista di battaglia La terra.

Dopo la guerra, col Congresso di Bologna fu ripreso attivamente il lavoro di propaganda e di organizzazione. È allora che si organizzano le legioni delle camicie azzurre; nella lotta contro il bolscevismo anche il nazionalismo ha i suoi martiri ed i suoi eroi.

Fascismo e Futurismo.

Fra i movimenti di spirito e di azione che hanno qualche legame col Fascismo occorre annoverare anche il Futurismo. Il Futurismo è un movimento «creato il 20 Febbraio 1909 da un gruppo di poeti e artisti italiani geniali» con l’intento di «svecchiare, purificare, innovare e velocizzare «l’Italia. Senza discutere in merito al programma futurista, che ciò esorbiterebbe dal compito prefissoci, faremo solo i rilievi che sono necessari per porre in evidenza gli addentellati del Movimento Futurista col Fascismo. F. T. Marinetti in Futurismo e Fascismo afferma: «Vittorio Veneto e l’avvento del Fascismo al potere costituiscono la realizzazione del programma minimo futurista». Invero nel programma futurista c’è qualcosa che ha non troppo lontani echi con il concetto fascista della «violenza». Ed anche le «scuole di coraggio fisico» proposte da F. T. Marinetti in un discorso sulla necessità della violenza, pronunciato il 26 Giugno 1910 alla Borsa di Napoli, suscitano abbastanza vivace l’immagine delle squadre di azione fasciste. Senonchè il Fascismo concepì la violenza come mezzo transitorio per la restaurazione dell’ordine nelle mani dello Stato, mentre il Futurismo l’intese come elemento quotidiano della vita, che la legge deve soltanto moderare.

Troviamo i Futuristi iniziatori o partecipi di tutte le manifestazioni interventiste; le prime del 15 e 16 Settembre 1914 a Milano, contro l’Austria, in cui sono bruciate le bandiere austriache, portano all’arresto di Marinetti, Boccioni e Piatti. Nella Sicilia un’azione interventista è svolto dal futurista Gugliemo Jannelli, che fonda il 10 Aprile 1915 insieme a Luciano Nicastro, Vann’Antò, e Di Giacomo La Balza Futurista.

Il 19 Febbraio 1915, Marinetti, Cangiullo, Jannelli, Depero, Balla, Auro D’Alba sono arrestati in Piazza Montecitorio per interventismo; l’11 Aprile sono arrestati a Roma Marinetti con Mussolini, Settimelli, Bruno Corra.

Opera interventista è svolta anche dai futuristi Russolo, Mazza, Depero, Balla, Bruno Corra, Auro d’Alba, Carrà, Paolo Buzzi, Piatti, Sironi. Sui campi di battaglia i futuristi sono tra i valorosi, e bellissime figure geniali come Sant’Elia scompaiono sui campi dell’onore. Moltissimi futuristi combattono nei plotoni Arditi. Conquistano decorazioni al valore Marinetti, Mario Carli, Russolo e altri.

Dopo Caporetto Marinetti, Mario Carli, Settimelli fondano il giornale Roma Futurista e i Fasci Politici Futuristi (che poi sorto il Fascismo si trasformeranno in Fasci di combattimento), a Roma (Mario Carli, Fabbri, Calderini, Businelli, Scaparro, Piero Bolzon, Enrico Rocca, Volt, Beer, Rachella, Calcaprina, Balla, Giuseppe Bottai, Crescenzo Fornari, Verderame, Formoso, Scambelluri, Auro D’Alba, Marchesani, Giacobbe, Santa Maria, Gino Galli, Silvio Galli, Remo Chiti); a Milano (Marinetti, Mazza, Buzzi, Natali, Pinna, Cerati, Somenzi, Macchi, Luigi Freddi, Bontempelli, Gigli); a Firenze (Nannetti, Settimelli, Spina, Ottone Rosai, Marasco, Gorrieri, Mainardi, Marmi); a Perugia (P. P. Carborelli, Madia, Dottori, Presenzini-Mattoli ); a Torino (Azzari); a Bologna (Nanni Leone Castelli); a Messina (Jannelli, Nicastro, Carrozza); a Fiume (Nanni Leone Castelli); a Palermo (Alioto, Sortino-Bona); a Genova (De Gasperi, Depero, Alessandro, Forti, Sciaccaluga, Ferraris, Santa Maria, Pellizzari, Tami, Gigli, Carlo Bruno, Guglielmino, Cava-gnetto); a Ferrara (Crepas, Gaggioli); a Napoli (P.P. Carbonelli); a Piacenza (Giuseppe Steiner); a Stradella (Masnata).

Neil’immediato dopoguerra troviamo fondati da futuristi i giornali di battaglia L’Ardito di Milano diretto da Ferruccio Vecchi, P. Bolzon e Mario Carli, I nemici d’Italia giornale antibolscevico fondato a Milano da Armando Mazza, L’Assalto di Bologna sorto per opera di Nanni Leone Castelli.

Il 1° Marzo 1919, in una riunione con Marinetti, Giovanni Giu-riati, Giulio Douhet, F. V. Ratti, Oscar Sinigaglia, Rosmini, Tofani, Cantalupi, Valli ed altri si parla di organizzare un’azione di piazza; poi sopraggiunge il 23 Marzo.

Sorto il Fascismo per opera del Duce, vi militano Marinetti, Mario Carli, Settimelli, Nannetti, Corrieri, Armando Mazza, Ferruccio Vecchi.

Il 15 Aprile a Milano alla prima grande azione di squadrismo fascista partecipano i futuristi Marinetti, Vecchi; il poeta ten. Pinna, Armando Mazza, Luigi Freddi, Mario Dessy.

l’11 Luglio 1919, alla Camera dei deputati un audace con violentissime parole si scaglia dalle Tribune del pubblico contro l’indegno Nitti: è Marinetti.

All’impresa Fiumana partecipano Mario Carli, il ten. aviatore asso di guerra Keller, Nino Somenzi, il ten. Pinna, Ceratti, Testoni, Alessandro Forti, Targioni Tozzetti, Angelo Scambelluri, Furio Drago, ed essi fondano l’organo del Fiumanesimo La Testa di Ferro.

Nella prima battaglia elettorale politica ingaggiata dal Fascismo nel Novembre 1919, Marinetti è incluso nella lista dei candidati fascisti per Milano, e con lui i futuristi Piero Bolzon e Macchi aviatore.

A Bologna nella tragedia di Palazzo D’Accursio si distingue fra i futuristi fascisti Nanni Leone Castelli.

Dopo le prime battaglie il contributo futurista al Fascismo non può più esser distinto e si confonde nella grande azione rinnovatrice.

L’irredentismo in Istria, Trieste, Dalmazia e Trentino.

Nella storia della Rivoluzione Fascista e precisamente nell’introduzione non può mancare un capitolo che dia brevemente i cenni di quella che fu la passione dell’italianità nelle terre irredente e le ragioni storiche, geografiche che dimostrano la necessità della guerra per l’Italia costretta a scendere in campo assieme alla sorella latina per salvare l’onore della latinità e per impedire che il Kaiser assoggettasse alla propria forza tutti i popoli d’Europa.

Ci sarebbe moltissimo da dire e non basterebbero uno o due volumi per compendiare la storia dell’irredentismo.

L’Italianità dell’Istria e della Dalmazia.

Non risaliremo all’epoca latina, all’epoca in cui Nesazio capitale dell’Istria fu centro romano, e non ricorderemo tutte le vicende gloriose del tempo di Aquileia.

L’Istria attraverso i secoli ha scolpito nella storia e nei monumenti la sua devozione di figlia a Roma, a Venezia, all’Italia. Dopo Cam-poformio l’Istria dimostrò illimitata devozione a Venezia e all’Italia. Pirano, Parenzo, Rovigno proclamavano un governo provvisorio popolare, Isola e Capodistria, l’antica Aegida dei Romani, la Giustinopoli del tempo di Giustino II, insorgevano contro lo straniero e contro i nobili ignari che si erano lasciati spogliare del potere. A Cherso il popolo armatesi impediva al comandante austriaco Giorgio Luchich di scendere a terra; ma l’Austria ebbe il sopravvento e ottenne l’Istria e la Dalmazia e tutto il Veneto sino all’Adige: la Francia si prese il resto e il 18 gennaio 1798 gli austriaci entravano in Venezia. L’affetto dei Dalmati e degli Istriani per Venezia non venne meno. Venezia non pensò alla sua resurrezione senza l’Istria e la Dalmazia. Al grido di viva la Repubblica, disse il Manin il 21 marzo 1848, bisogna aggiungere quello di viva S. Marco che troverà il suo eco sino in Dalmazia. Il grido universale di viva la Repubblica, di viva l’Italia deve sorgere fino al cielo anche dall’Istria. Ricordiamo il proclama del marzo 1848 del Callegari invocante l’unione di Trieste, della Dalmazia e della Costa Istriana, i manifesti della Legione dalmato-istriana che invitavano a combattere per le due province all’Italia sorelle: «No, l’Istria e la Dalmazia marittima non non possono essere, non saranno mai germaniche o slave, perchè non lo consentono natura, la storia delle politiche loro vicende, non la lingua, la religione, i costumi». Non ricordiamo il proclama milanese nel Pio IX del 22 aprile del 1848 e l’azione svolta dal comitato segreto costituito a Milano e nel Veneto che aveva lo scopo di lanciare agli Istriani e a’Dalmati un manifesto che è un documento importante: «Istriani e Dalmati! quando si tratta di formare la flotta dell’Italia una, a voi del pari che ai liguri, ai toscani, ai napoletani, ai siculi, spetta il diritto di accorrervi, a voi ugualmente ne incombe il dovere. Istriani e Dalmati già molti dei vostri fratelli militano sotto le bandiere di Vittorio Emanuele e di Garibaldi, già molti hanno pagato il loro tributo di sangue alla causa della libertà, si sono coperti di gloria».

Una terra che porta come stigmate in ogni più piccolo paese, in ogni città il leone di S. Marco con la scritta: «Pax tibi Marce Evangelista meus» e l’arco romano, segno vivente della potenza di Roma non poteva essere croata!!

Ma che cosa s’intende per Veneto? Riportiamo le parole dei nostri vecchi maestri: «Noi che italiani siamo, favelliamo di Venezia con intelletto italiano, e per Veneto intendemmo sempre le provincie tutte, le quali costituirono la Venezia, quando, tradita ed oppressa, fu da Bonaparte gettata sotto gli artigli e il becco dell’aquila austriaca: Dalmazia, Istria, Marche Trevigiane, Feltre, Belluno, il Cadore, il

Friuli, il Polesine, Padova, Vicenza, Verona, Peschiera, le Bocche di Cattaro e le isole dell’Adriatico». Ed i marinai delle Coste Illiriche giuravano così: «....per l’amore che io porto alla Patria Italiana e per la memoria della passata grandezza, per le speranze dell’avvenire, per il mare che i miei padri romani chiamavano mare nostrum, giuro di consacrare ora e sempre l’opera mia alla conquista dell’Italia una....»

Come in Dalmazia così neh’Istria, sin dal 1866 (la sventura di Lissa) la volontà degli Italiani fu sistematicamente violentata, per cancellare l’italianità delle terre, per disperdere ogni titolo di rivendicazione italiana nella Venezia Giulia, a Fiume e nella Dalmazia. Non s’immagina la spaventosa condizione nella quale erano ridotti gli irredenti. L’Austria per 70 anni aizzò i croati contro gli irredenti in una serie infinita di persecuzioni, con imprigionamenti in massa di elettori italiani, con corruzioni senza scrupolo e senza pudore. Il governo d’Asburgo allo scopo di arrestare il movimento dell’unificazione italiana, rimasto incompiuto dopo l’annessione del Veneto, tentava con ogni mezzo di sostituire gli slavi agli italiani, perchè il paese non potesse dirsi italiano. Gli slavi quindi furono lo strumento dì dominio dell’Austria nelle terre irredente ed essi trovarono buon gioco ingaggiando la battaglia e proclamando sui loro giornali: «Noi non desisteremo finche non avremo sotto i nostri piedi ridotta in polvere l’italianità dell’Istria e di Trieste».

Nel 1894 il governo austriaco, cedendo alle pressioni dei croati, aveva ordinato che le tabelle con la scritta in lingua italiana portassero anche la scritta slava.

La ribellione irruppe e si diffuse da Pirano nella memoranda giornata del 22 ottobre 1894 in tutte le città dell’Istria, a Rovigno, a Pola, a Parenzo. Giunto a Pirano il segretario del luogotenente con pieni poteri per imporre Y esecuzione delle tabelle bilingui, la folla riversatasi al molo intona l’inno della lega nazionale. In Piazza Tartini — tra una selva di baionette croate — si scopre la tabella bilingue; il popolo la strappa al grido di «fora la veda insegna italiana» e la tabella italiana riapparve. Il 2 novembre 1894 i Podestà dell’Istria riuniti a Trieste protestano contro le imposizioni governative, ed il 15 gennaio del 1899 si adunano in Trieste i deputati dell’Istria, di Gorizia, del Friuli orientale per protestare contro l’istituzione di un ginnasio serbo-croato nella nobile città di Pisino.

Dal congresso parte la seguente affermazione: «I deputati ed i Podestà dell’Istria, di Trieste e del Friuli Orientale qui adunati affermano contro le novissime pretensioni di altre genti l’indelebile millenario caratteie italiano della regione posta fra le Alpi Giulie e il mare».

Per quello che riguarda specialmente la Dalmazia non staremo a riportare le proporzioni grandiose della Salona romana distrutta dai croati nel 641, dove si ergeva il grande palazzo di Diocleziano, non indugeremo sulle invasioni croate e sulle vicende dipendenti dalle fortune e dalle sventure della Repubblica veneta.

Ricordiamo tutte le lotte sostenute e tutta la propaganda fatta da Antonio Baiamonti chiamato il Cristo della Dalmazia, a Spalato, e da Salvi Ghiglianovich, Ziliotto, Krekich per l’italianità dalmatica.

Del resto basta leggere l’immensa bibliografìa in proposito e specialmente il lavoro recerte La Dalmazia nella storia e nella politica, nella guerra e nella face di A. D’Alia che fu console d’Italia a Zara, per convincersi della passione dalmatica.

E non si può dimenticare il giuramento della Dalmazia e di Veglia del 1848: «Nel nome del Padre, del Figliolo e dello Spirito Santo, noi Popolo Dalmata, in virtù dei diritti nostri antichissimi, e per la nostra piena ed unanime volontà, il più antico di tutti i diritti e di tutte le leggi, alle generazioni presenti e all’ultime a venire: protestiamo dinanzi agli altari e dinanzi ai nostri figliuoli, su le fonti del nostro battesimo e sui poveri sepolcri dei nostri antenati; protestiamo dai nostri lidi e dai nostri monti e dall’isole nostre, al cospetto di tutti i popoli delle terre e al cospetto santo di Dio: non vogliamo essere croati....». (G. Solitro, Protesta dei dalmati nel 1848. Il Veneto del 21 Febbraio 1919).

Bastano 20 secoli di ininterrotta latinità della Dalmazia nella storia, nelle lettere, nelle arti, nella lingua, insomma in tutta la sua vita civile, a documentare dinanzi ad ogni giudice sereno ed imparziale l’indiscutibile diritto dell’Italia di riunire a la Dalmazia.

Così scrive un dalmata: «Dalla terra di S. Marco benedetto dove le vestigia romane hanno lasciato delle impronte indelebili, il nome d’Italia non si cancellerà mai.

«La terra che diede a Roma Diocleziano, alla chiesa S. Girolamo e S. Marino, fo»datore della repubblichetta che porta il suo nome; all’Italia il primo grammatico, Gian Francesco Fortunio di Sebenico, i maggiori filologi, il Tommaseo e il Mussarla di Spalato; alle scienze italiane il precursore di Newton, l’Arcivescovo Marco Antonio de Dominis; l’astronomo Boscovich di Ragusa; alle lettere un Tommaseo, alla storia e alla politica, accanto ad un Tommaseo, un Rivaroni ed un Seismit Doda ed una pleiade di volontari a tutte le guerre del nostro Risorgimento, tra i quali il primo di questa guerra Francesco Rismondo di Spalato; una terra che da ogni sua pietra lavorata o incisa, da ogni suo monumento di architettura o di scultura rivela tesori inesauribili di arte romana, primitiva cristiana, preromanica, romanica veneziana, e del Rinascimento con gli artefici mirabili Giorgio di Sebenico, Luciano Laurana di Zara, maestro Urbino di Bramante e di Raffaello, Francesco Laurana, che primo porta l’arte italiana per eccellenza in Francia, Giovanni Dalmata di Traù, che la diffonde da Budapest in Oriente; una terra che, da ogni suo documento conservato nei molti e ricchi archivi dei suoi liberi municipi delle sue repubbliche marinare gloriose come quella di Ragusa col Palazzo del doge opera di Giorgio di Sebenico, emana anno per anno, giorno per giorno soltanto ed unicamente l’anima sua latina, italiana; questa terra, deve per la salvezza della latinità, per la salvezza d’Italia, restare baluardo estremo ad oriente della gente nostra, deve essere tutta redenta alla grande madre Italia».

L’Italianità dell’Alto Adige.

Ben poche regioni hanno, per comune consentimento, confini così nettamente segnati dalla natura come l’Italia, non solo per i mari che la bagnano, ma anche per le Alpi che la sbarrano.

Baluardo d’Italia chiamò le Alpi Polibio che fu il primo a dare notizie abbastanza precise su di quelle, e Cicerone le dice poste da un dio a difesa della penisola. Questo concetto fu seguito da tutti gli storici e geografi dell’antichità che chiamano le Alpi mura d’Italia. Gli aborigeni Altoatesini erano l’estrema propaggine d’una civiltà mediterranea ed italica; al periodo etrusco succede il periodo romano che consacra per la seconda volta l’italianità delle terre trentine. Il Senato romano proclama solennemente, che ai barbari settentrionali fosse inibito l’accesso d’Italia al di qua delle somme vette delle Alpi. La natura, cònscia delle future minaccie esteriori, ha fatto che tutti i fiumi che scendono dalle Alpi siano incassati fra catene secondarie che si protendono scemando d’altezza, verso la pianura, per assicurare le poi te d’Italia che si aprono ai valichi di Rezia e del Brennero.

E giustamente il Petrarca dice:

Ben provvide natura a nostro stato,

quando dell’Alpi schermo

pose fra noi e la tedesca rabbia.

Non può fare a meno di impressionare l’imponenza dei ghiacciai.

Solo nel quinto secolo dopo Cristo, alla caduta dell’Impero d’occidente si iniziano le invasioni barbariche, alle quali soggiace tutta l’Italia. Del resto i reto-romani e i ladini delle vicine Dolomiti resistono all’infiltrazione straniera. Federico Barbarossa nel 1154 al passaggio del Brennero riafferma la sovranità imperiale sull’Italia e Lodovico IV nel 1327 raccoglie a Trento italiana i capi ghibellini. Dal 1363 incomincia, coll’annessione alla Casa d’Absburgo, l’usurpazione austriaca.

Del resto il più autorevole sostenitore dell’Italianità della Venezia Tridentina fino al Brennero è Dante, il quale, nel suo trattato «De vulgari eloquentia» comprende il dialetto della regione fra i volgari italici derivanti dal ceppo latino, per quanto le incursioni barbariche abbiano lasciato alterazioni fonetiche.

La nazionalità del Trentino è quasi esclusivamente italiana e vi si parla un dialetto chi sta fra il veneto ed il lombardo.

Del resto Tridentum fu uno splendido municipio romano e la regione tridentina era aggregata alla Venezia e all’Istria. Ma non solo Trento è italiana; altri centri sono italianissimi come Rovereto, Ala, Arco, Levico, Borgo, Pergine, Roncegno. Mentre nel Trentino la popolazione è tutta italiànissima, nell’Alto Adige è mista e ciò per le vicende storiche a cui vanno soggette le zone di confine. I romani al tempo della loro maggior potenza sorpassarono trionfanti le barriere delle Alpi e portarono la loro lingua e la loro civiltà fino al Danubio, lasciando imperiture tracce del loro dominio. Quando

l’Italia decadde si verificò un procedimento contrario e come elementi francesi si insinuarono sui declivi delle Alpi Occidentali, così elementi tedeschi e slavi si infiltrarono di qua dalle Alpi Centrali e Orientali. Nel XV secolo ricordiamo che Bolzano era italiana, la Val Venosta era ladina. L’episcopato di Bernardo Clesio, che va dal 1514 al 1539, è splendido per il Trentino. A Clesio spetta buona parte della costruzione del magnifico castello del «Buon Consiglio» nel quale lavorarono diversi insegni artisti italiani. Ricordiamo ancora la lotta secolare tra l’elemento tedesco e quello latino ravvivata dal 1545 al 1563 al Concilio di Trento che fu una vittoria di Roma sulla Germania.

Nei secoli XVII e XVIII la fiamma dell’Italianità tridentina risalta dagli scritti di Girolamo Tartarotti e di Baroni. E non erano gli studenti trentini iscritti all’Università di Bologna quelli che nel 1715 non volevano essere noverati fra i tedeschi?

Così il Trentino, dopo essere passato tre volte ai Francesi e tre volte agli austriaci per la pace di Schónbrunn (4 ottobre 1809), per ordine di Napoleone viene unito al Regno Italico come «dipartimento dell’Alto Adige». Col 1813 viene annesso dall’Austria al Ti-rolo. Ma la carboneria e la «Giovine Italia» lavorano a Trento, a Rovereto, a Cles, a Borgo di Valsugana, a Bolzano e a Bressanone che vengono considerati focolai pericolosi e continuano i rapporti tra Mazzini e i liberali trentini e si grida nel 1848 «Viva l’Italia» e «Viva Pio IX» anche nella Venezia tridentina, in cui volontari poi saranno fatti fucilare dall’Austria.

L’Austria infierisce contro gì’Italiani trentini specialmente dopo il ‘66. Coi Volontari trentini Garibaldi vince a Bezzecca ed è pronta la divisione del Medici a marciare su Trento, ma Lissa segna un’altra disfatta rompendo così la marcia vittoriosa garibaldina.

Uno dei principali meriti della sezione universitaria alpinistica tridentina fu il monumento a Dante. Tutto il popolo italiano e tutta la popolazione trentina vi contribuirono e finalmente l’11 ottobre 1896 Trento vide inaugurato il monumento a Dante Alighieri sul piedistallo del quale sta scritto: «Inchinatevi Italiani, inchinatevi o stranieri, deh rialzatevi nella giustizia!!»

Cesare Battisti continua la sua battaglia sul giornale Il Popolo e gli altri irredentisti a Riva sul Baldo e a Rovereto sul Contadino.

Cesare Battisti continua la sua opera di propaganda e nel 1914 invia a tutti i deputati italiani il seguente proclama: «Nel momento solenne, in cui al Governo ed agli uomini politici che lo consigliano spetta l’arduo compito di decidere sul contegno che l’Italia adotterà di fronte al conflitto europeo, i rappresentanti dell’emigrazione trentina di Milano sentono imperioso il bisogno di partecipare a Lei, che-ha dato sempre prova di altissimo amor patrio e di affetto per le terre irredente, i voti di tutto il paese.... Ma non è solo nel!’interesse diretto del Trentino che noi parliamo. La redenzione verrebbe a dare all’Italia nuovi confini che sarebbero un formidabile baluardo contro ogni incursione straniera, e con maggior coraggio parliamo a lei oggi che la causa nostra coincide con gli interessi italiani e corrisponde altresì a quelli della civiltà». E agli studenti per prepararli alla santa guerra.... «Gli studenti, furono sempre all’avanguardia nei molti moti politici del nostro risorgimento, e dal 1848 al 1866 nelle università di Pavia e di Padova per i primi e continuamente (arrischiando il carcere e la pelle) lanciarono il grido: Fuori! Fuori d’Italia l’austriaco! 0 giovani d’Italia tutta, fate vostro quel grido....».

Si può rilevare dal confronto fra i due censimenti uno tedesco del 1910 e l’altro italiano del 1921, la falsità dei dati ufficiosi sfruttati dai pangermanisti d’Oltralpe.

Il censimento altoatesino del 1910 mette in rilievo una popolazione di 257.190 abitanti, di cui 223.659 sono calcolati come tedeschi; e appena 6250 come italiani. Non erano contati 16.000 abitanti appartenenti ai ladini e nei tedeschi erano calcolati 80.000 oriundi italiani, di razza di nome e di linguaggio.

Il censimento del 1921 fatto in epoca non fascista dette su 260.748 abitanti, 42.706 italiani, più 16.000 ladini, e 24.505 appartenenti a nazionalità diverse. A questi, come abbiamo detto, vanno aggiunti gli 80.000 tedeschi d’origine italiana.

Dunque nell’Alto Adige i tedeschi veramente tali sono appena 100.000 in confronto a 260.000 abitanti, cioè un terzo della popolazione complessiva. Tutte le zone di annessione hanno un contingente allogeno che supera assai questa percentuale, così in Alsazia-Lorena, in Boemia ed in Polonia.

L’Italia e l’Alto Adige nella parola del Duce.

Ci piace ricordare qui la recisa affermazione degli inviolabili diritti italiani sull’Alto Adige che Benito Mussolini ha fatto il 6 febbraio 1926, davanti alla Camera Fascista., in risposta alia campagna pangermanista che in quei giorni s’era riaccesa oltre cortine.

Diceva il Duce: «Io debbo dichiarare con assoluta precisione che la politica italiana nell’Alto Adige non defletterà di una, linea.

«Applicheremo rigorosamente, metodicamente, ostinatamente, con quel metodo, con quella tenacia fredda che deve essere nello stile fascista, tutte le nostre leggi, quelle votate e quelle che voteremo. Renderemo italiana quella regione perchè è italiana. Italiana geograficamente, italiana storicamente. Veramente del confine del Brennero si può dire che è un confine segnato dalla mano infallibile di Dio. I tedeschi dell’Alto Adige non rappresentano una minoranza nazionale, rappresentano una reliquia etnica. Sono centottantamila mentre nella sola Cecoslovacchia, il cui nucleo statale è rappresentato da cinque milioni di cechi, ce ne sono tre milioni e mezzo. Di questi 180 mila, ottantamila io affermo che sono italiani, diventati tedeschi, che noi cercheremo di riscattare, di fare loro ritrovare i loro vecchi nomi italiani come risultano da tutti gli atti dello Stato civile sì che abbiano l’orgoglio di essere cittadini della grande patria Italiana.

«Gli altri sono il residuato delle invasioni barbariche, quando l’Italia, non potendo essere una potenza per se stessa, era il campo di battaglia per altre potenze di Occidente e del Settentrione. Anche per costoro noi adotteremo la politica romana della severa equità. Al popolo tedesco diciamo: anche con te, il popolo fascista vuole essere sincero amico, ma amico guardandoti negli occhi, amico con le mani in alto, amico senza sufficienze più o meno culturalizzate perchè per noi hanno fatto inesorabilmente il loro tempo.

«Il mio discorso deve essere considerato come una presa di posizione politica e diplomatica. Mi auguro che sia intesa da chi di dovere in modo che il Governo italiano non debba passare a risposte concrete come passerebbe se domani il Governo tedesco assumesse la responsabilità concreta di quanto è accaduto e di quanto potrebbe accadere in Germania».

Ed il 3 marzo 1928 il Duce rispondeva nuovamente alla campagna tedesca.... «Ma con altrettanta sincerità noi, oggi, facciamo sapere ai tirolesi, agli austriaci, al mondo, che sul Brennero c’è, in piedi, coi suoi vivi e coi suoi morti, tutta l’Italia».

L’Università italiana a Trieste.

La lotta irredentista era imperniata principalmente sull’autonomia, sull’Università italiana a Trieste, e sulle associazioni ginnastiche,. In questi brevi cenni basterà ricordare che Cesare Battisti imperniò tutta la lotta sulla questione universitaria e sulla società studenti nella quale creò lo stato maggiore; fu appoggiato nelle battaglie dagli operai, dal popolo che sentiva italianamente.

Battisti, il martire di Trento, riesce a dimostrare che l’Università è la spina dorsale della vita civile e convince il popolo a dare il suo appoggio disinteressato alla lotta universitaria. Noi Italiani, diceva Battisti, fummo la causa di un uragano. In ogni modo con questa lotta noi Italiani dell’Austria riusciremo a far sentire la nostra influenza in tutta la monarchia. E Battisti con Scipio Sighele nel 1903 prepara l’università libera a Innsbruck di cui non potè esser tenuta neppure la lezione inaugurale. Tutti gli studenti italiani dell’Austria accorrevano il 3 novembre 1904 ad Innsbruck per l’inaugurazione della Facoltà di giurisprudenza. I pangermanisti avevano organizzato una vile imboscata agi’Italiani. Fu assaltata e saccheggiata la sede della Facoltà, imprigionati ed incarcerati e bastonati gli studenti italiani. Non dobbiamo dimenticare che tra gì’insegnanti c’era il valoroso alpino Giovanni Lorenzoni di Trento.

Gli studenti italiani a Vienna ed a Graz insorgevano per protesta in dimostrazioni che costavano diversi feriti.

Tutte le scuole medie dell’Istria, di Trieste, di Pola, di Trento e di Zara organizzavano delle dimostrazioni contro il Governo con astensione dalle lezioni.

Dal Ginnasio «Dante» di Trieste alle scuole di Pisino, Capodistria e Pola giungeva l’ordine di ribellione contro il governo d’Absburgo. E tali dimostrazioni si ripeterono negli anni seguenti nel 1906, 1910, 1912-13; gli studenti gridavano Viva Dante! «Questa pura, soavissima parola, cinque popoli consola e affratella in un pensier», grido della Lega Nazionale ed al canto di «Viva Oberdan», «A morte Franz», sfidavano la forca d’Absburgo, per l’Università italiana a Trieste.

Ginnasi e Licei di Trieste, Pisino e Capodistria focolai d’italianità.

Pisino, patria di Fabio Filzi e di altri martiri, fu il focolaio di espansione dell’italianità nel centro dell’Istria. Quando il Governo austriaco, cedendo alla pressione dei deputati slavi al parlamento di Vienna, decise nel 1899 di aprire a Pisino un Ginnasio superiore con lingua d» insegnamento croata, il popolo italiano dell’Istria sorse in armi ed allora la dieta provinciale dell’Istria, in base ad una deliberazione del 12 novembre 1872 nella quale si decretava di istituire in Pisino un Ginnasio reale inferiore con lingua d’insegnamento italiana, dava esecuzione a quel deliberato. E quante peripezie dovette passare il Ginnasio reale di Pisino! S’arrivò all’incarceramento di molti professori durante la guerra italo-austriaca e alla chiusura nel 1916 perchè era un centro pericoloso.... troppo irredentistico.

Non dobbiamo dimenticare la propaganda svolta dal Ginnasio e Liceo di Capodistria, di Capodistria che fu centro importante di studi umanistici nel Rinascimento, fu patria di Vettor Carpaccio e che ha il palazzo comunale in costruzione merlata e pittoresca con,lo scalone di marmo sostenuto da arcate. Capodistria fu la fonte e la fiaccola d’italianità neh» Istria alta avendo dato ben 43 volontari in guerra ed il martire Nazario Sauro ed altri 13 eroi morti sul Carso e sul Grappa.

Anche il Ginnasio-Liceo «Dante Alighieri» di Trieste ha contribuito alla redenzione. I dati che riportiamo sono il miglior documento: 423 scolari e 7 professori volontari, 54 caduti in guerra, 7 medaglie d’oro (Prof. Corsi, Prof. Giani, Xydias, Polonio, Slataper, Venezian e fratelli Stuparich), 60 medaglie d’argento, 36 medaglie di bronzo, 12 encomi solenni, 220 croci di guerra. Internati durante la guerra: il Preside Baccio Ziliotto e il Prof. Ferdinando Pasini.

La «Dante Alighieri».

In questo capitolo «Irredentismo e interventismo» dobbiamo ricordare brevemente l’importanza della «Dante Alighieri» sia per quello che riguarda le lotte sostenute dall’irredentismo dell’anteguerra sia per la preparazione e l’influenza che ebbe tale associazione nella guerra e nella preparazione spirituale per la liberazione di Trento, Trieste, Istria, Zara e Fiume.

Dobbiamo ora senz’altro riportare dei brani di un importante lavoro sulla «Dante Alighieri» di Giuseppe Zaccagnini, pubblicato nella Rassegna Italiana diretta da Tomaso Siriani. «L’introduzione di Paolo Roselli ai discorsi di Ruggero Bonghi per la «Dante Alighieri», può veramente dirsi un’originale disegno della Storia dell’irredentismo d’Italia: disegno non arido e schematico, ma che già nella limpida prosa dello scrittore, si colora, si anima, si intreccia di ricordi magnanimi e di figure eroiche, mostrando nella varietà efficacemente frammentaria e concitata degli episodi, le impazienze dei precursori, dei pensatori, dei martiri che, da dementino Vannetti a Cesare Battisti da G. B. Carli al Venezian, dal Baiamonti al Rismondo.... e dal Manzoni e dal Tommaseo al Correnti al Carducci, dal Mazzini e da Giuseppe Garibaldi e da Vittorio Emanuele II e da Cavour al Crispi e al Cairoli.... al di qua e al di là dei confini con mirabile concordia nel fine, pur quando sembrino discordare nei mezzi, congiurano, scrivono, combattono, muoiono per la stessa fede.... Le rievocazioni di Paolo Boselli, dopo averci mostrato, oltre confine, la «Pro Patria» disciolta per un saluto alla «Dante» e risorta nella «Lega Nazionale «illustrano le associazioni di avanguardia sorte nel Regno. E così «l’Italia irredenta» di Matteo Renato Imbriani e la «Giovanni Prati» appaiono le premesse necessarie della «Dante» che sorgeva nel marzo 1889 per impulso di Giacomo Venezian, di Enrico Tedeschi e con i buoni auspici di un manipolo di ardimentosi tra i quali Giosuè Carducci che le dette il nome.... «Il cammino dell’idea irredentista, che Ruggero Bonghi analizza spesso nei suoi mirabili discorsi, dimostrandone con il consueto rigore l’origine e la logica, specie nella lettera a Graziadio Ascoli sulla «Nuova Antologia» era accelerato dal processo di disannessìone che andava corrodendo e sgretolando alcuni agglomeramenti statali — in primo luogo l’Austria — nei quali la convivenza arbitraria e innaturale di varie stirpi imponeva al Governo un logorante giuoco di equilibri, di contrappesi, di destreggiamenti, di favoreggiamenti per vivere una vita tribolata e precaria....

XXV Congresso a Trieste.

Dall’agile relazione storica di Piero Barbera al 250 Congresso adunatosi a Trieste nel 1920, balzan vive le figure dei collaboratori più cospicui della «Dante Alighieri». Eccoli: Ernesto Nathan, Antonio Fogazzaro, Bonaldo Stringher, Donato Sanminiatelli, Pasquale Vii-lari, Luigi Rava, Luigi Bodio, Alessandro d’Ancona e il machiavelliano Oreste Tomassini, Paolo Boselli.... «Nella relazione del Barbèra sfilano poi animati i congressi con le accoglienze, le feste, le discussioni, talvolta vivaci, delle affollate assemblee, con le interessanti gite per amenissimi luoghi: dal lago di Garda a Siracusa, da Assisi a Tripoli, da Cividale del Friuli a Capri.... la morte prematura gli impedì di seguir la «Dante» nelle peregrinazioni che parvero e furono pellegrinaggi, sui campi tragicamente gloriosi dal Carso e da Aquileia, a Zara, piccolo lembo di Patria strappato, con remissioni e transazioni vili, dal corpo dell’italianissima Dalmazia, a Fiume, dove le resistenze erano più grosse, e nelle ridenti spiagge di Abbazia, Volosca e di Laurana.

«Per mezzo di fiduciari (Antonio Tambosi e Giovanni Predotti per il Trentino, Felice Venezian e Teodoro Mayer poi per la Giulia, Roberto Ghiglianovich per la Dalmazia) si mantenevano rapporti costanti con la Lega nazionale, aiutandola nell’aspra difesa della tormentata italianità».

La Lega Nazionale nelle terre irredente.

Quante benemerenze abbia la «Lega Nazionale» nelle provincie redente non è possibile dire sinteticamente. Il sentimento d’Italia neh’Istria, a Trieste, nel Trentino e nella Dalmazia fu mantenuto vivo dalla «Lega Nazionale». Il Governo d’Absburgo mostrava un’ostilità sempre- più accanita verso le scuole italiane che in maggioranza erano sostenute da questa Lega. L’Austria d’Absburgo non aveva permesso che sorgesse nelle terre irredente un’Università italiana. Gl’italiani irredenti si pagano l’istruzione pubblica coi loro bilanci municipali e provinciali e coi fondi della Lega Nazionale. E gli Istriani ed i Triestini non dormono sebbene il governo proibisca le società politiche, ma creano società ginnastiche che sono ritrovi di energie ardite di giovani nei cuori dei quali pulsa il nome d’Italia. Creano anche delle altre società: Canottieri, Cavalieri della morte che sono i fulcri principali dell’irredentismo. Così Pola, Zara, Fiume, Rovigno, Parenzo, Cittanova, Umago, Pirano sono i fulcri di queste istituzioni sulla costa, mentre nell’interno sono all’avanguardia Pisino, S. Vincenti, Dignano Gimmo.

La Lega Nazionale estende sempre il suo lavoro in silenzio. Essa unisce tutti gì’Italiani irredenti che fanno poi capo alla Dante Alighieri e alla Trento e Trieste; istituisce scuole italiane nell’Istria, nella Dalmazia, nel Trentino esplicando un’opera intensa specialmente negli ultimi venticinque anni. È presidente della lega il poeta triestino Riccardo Pitteri, il quale mediante i suoi scritti tiene vivo sempre il sentimento d’italianità. La Lega faceva un’opera paziente, quotidiana, infaticabile, ma sapientemente mantenuta nei limiti della legalità. Non si insegnava ad odiare slavi o tedeschi nelle scuole della Lega; s’insegnava ad essere appassionatamente italiani, ad amare la lingua italiana, l’arte italiana: a questa propaganda nessuno poteva opporsi e perciò i risultati furono stupendi. Altri uomini davano tutta la loro attività a queste nobili associazioni. Giacomo e Vittorio Venezian, Salvatore Barzilai, Morpurgo, Zampieri.

La «Dante Alighieri» seguiva la massima del Bonghi: «Dir poco per far molto; cauti i modi, vivace l’opera, l’azione vigile e presta fuori dei confini, dove l’italianità retrocede o si mantiene lottando....».

La «Dante Alighieri» all’Estero.

«Dopo la fondazione della «Dante Alighieri» l’emigrazione andava assumendo proporzioni vaste. Bisognava aiutare gli italiani sparsi per il mondo e tener vivo sempre il sentimento di Patria. Il Commissariato Generale dell’emigrazione, del quale era presidente Luigi Bodio, aiutava in quest’opera la «Dante Alighieri». Così continua Zaccagnini in «Rassegna Italiana»: Occorreva che queste piccole Italie raminghe sentissero la fraterna sollecitudine della Patria lontana e vicina, occorreva che con la scuola, col libro e con altre forme d’assistenza si provvedesse alla vita dell’anima di questi figliuoli disseminati per il mondo.

La «Dante», com’era scritto nel suo programma, ciò intese; e interessandosi per il Levante alla grave crisi delle scuole all’estero, delle quali sostenne l’urgenza d’un radicale rinnovamento, suscitava dappertutto comitati che andavano accendendosi come fiammelle tenui, spesso vacillanti, ma subito apportatrici di luce e di calore.

Quale il programma assegnato a questi nuclei? Innanzi tutto il solo costituirsi in una Colonia di un Comitato della «Dante» era un programma accessibile anche ai più incolti; che tutti, pur coloro che della Divina Commedia non conoscevano una terzina, nel nome di

Dante erano abituati a sentire quasi un secondo e grande significativo nome d’Italia.

Riunirsi nelle solennità nazionali; tener discorsi e conferenze commemorative; celebrar le feste della Patria; fondare biblioteche e circoli ricreativi; dar vita a dopo-scuola, far nascere scuole italiane diurne e serali....! Ecco tutto un programma che naturalmente si andava svolgendo e che, in molti casi, ebbe attuazioni durevoli, quali l’Asilo Infantile di Marsiglia, le scuole di Grenoble e di Tolone, i doposcuola di Londra, le numerose scuole di Svizzera, le biblioteche circolanti dell’Aja, di Amsterdam, di Groninga, di Arnhem, le conferenze di Copenaghen, la Casa degli italiani e la Scuola secondaria di Barcellona, i corsi scolastici di Costantinopoli, di Varsavia, di Cracovia, di Budapest, la Casa della «Dante» a Tunisi, le scuole dei centri agricoli della Tunisia, la Scuola dell’arte applicata all’industria del Cairo, le scuole serali di Alessandria d’Egitto e le molte iniziative fiorenti un poco dappertutto, se non in contrapposizione, in compagnia dei troppi circoli di puro svago, germoglianti dai gruppi regionali delle Colonie.

Così in parecchie città degli Stati Uniti vediamo introdotto per iniziativa della «Dante» l’insegnamento dell’italiano in vari istituti scolastici; nella Contea di Hudson si fonda la Casa della «Dante» che è insieme rifugio e fucina di italianità; a Boston, a San Luigi, a San Francisco ed in altri luoghi, nel nome della «Dante» si promuovono i Prestiti Nazionali, si raccolgono somme ingenti per l’offerta del dollaro e per il monumento alla Vittoria a Bolzano e alla Madre italiana in Santa Croce; e si aprono sottosciizioni per l’assistenza di guerra e per impulsi di carità quando la Patria ha bisogno di aiuto. L’opera esercitata nell’America Meridionale fu ed è anche ampia ed energica.

A Buenos-Aires si promuove il teatro italiano, a Rosario di Santa si fonda una magnifica casa della «Dante»; a Las Rosas, a Venado Tuerto, a Casilda, così come a Montevideo, a Jahù, a Rio de Janeiro, a Porto Alegre, i Comitati sono iniziatori di manifestazioni di italianità nelle prospere e nelle meno liete fortune della Patria, e ad essi si debbono conferenze divulgataci dei nostri interessi nazionali e non di rado questi centri di vita rappresentano tutto quanto la Patria offre ai suoi figli e ai figliuoli dei suoi figli lontani. La maggiore e migliore impresa della «Dante» in quelle terre è l’«Istituto di studi medi Italo Brasiliano» di San Paolo, fondato — e bene auspicante e generosamente partecipante la colonia paulista — in buon accordo col «Commissariato Generale dell’Emigrazione».

La «Dante Alighieri» per intensificare e per sviluppare maggiormente la propria propaganda si fece iniziatrice di memorie importanti sull’arte e sulla storia veneta, dalmatica, romana; e in un volume Tommaso Sillani, con la collaborazione di una eletta schiera di studiosi come Attilio Tamaro, Armando Hodnig, Adolfo Venturi, Ettore Pais, Pompeo Molmenti, Felice Bennati, Mario Alberti, Pietro Pedrotti, Ettore Tolomei e Arturo Galanti, potè dare un contributo non indifferente alla passione ed alla Storia italiana. E doveroso ricordare che altri amici, anche stranieri, e precisamente tre americani il Whitney Warren, Arturo Benington e Nelson Gay poterono, assieme a Sillani e ad Hodrùg, pubblicare in lingua inglese una bellissima opera per l’America Settentrionale e per l’Inghilterra, Ricordiamo ancora che a Ginevra esisteva per merito della «Dante» una rivista francese, durante la guerra diretta da Giulio Caprin, Les Chroniques Italiennes. Altri Comitati, sottocomitati ed associazioni nacquero per iniziativa della «Dante» e precisamente «l’Associazione pro Dalmazia», la «pro Fiume e Quarnaro», «l’Associazione per l’Alto Adige».

Giustamente quindi, Zaccagnini nell’articolo in Rassegna Italiana conclude: «Alla Dante che ha il fine di tener alto dovunque il sentimento d’italianità al disopra di ogni partito e di ogni classe, spettò di tener vivo il culto della Patria, così come oggi segue, fedele collaboratrice, l’opera restauratrice di Benito Mussolini orgogliosa della lode di lui che la salutò una delle nostre istituzioni più care, gloriose, e che ha un posto luminoso nella storia dell’Italia moderna. — (Vedi messaggio della Dante Alighieri 11 gennaio 1924).

L’Interventismo, la Guerra e la Vittoria.
L
’interventismo e i Fasci d’azione rivoluzionaria. Il testamento di Oberdan e la parola di Corridoni.

Così aveva lasciato in eredità nel suo testamento il martire universitario triestino: Guglielmo Oberdan:

«Andiamo a compiere un atto solenne ed importante. Solenne, perchè ci disponiamo al sacrificio; importante perchè darà i suoi frutti.

«E’necessario che atti simili scuotano dal vergognoso torpore l’animo dei giovani liberi e non liberi.

«Già da troppo tempo tacciono i sentimenti generosi; già da troppo tempo si china vilmente la fronte ad ogni specie d’insulto straniero.

«I figli dimenticano i padri, il nome italiano minaccia di diventare sinonimo di vile e d’indifferente.

«No! non possono morir così gl’istinti generosi. Sono assopiti, si ridesteranno.

«Al primo grido d’allarme, accorreranno i giovani d’Italia, accorreranno coi nomi dei nostri grandi sul labbro a cacciare da Trieste e da Trento l’odiato straniero che da tanto tempo ci minaccia e ci opprime.

«Oh, potesse questo nostro atto condurre l'Italia a guerra contro il nemico!».

«Alla guerra, sola salvezza, solo argine che possa arrestare il disfacimento morale sempre crescente della gioventù nostra.

«Alla guerra, giovani, finchè siamo ancora in tempo di cancellare le vergogne della presente generazione, combattendo da leoni. Fuori lo straniero!... Prima indipendenti, poi liberi. Fratelli d’Italia! Vendicate Trieste, vendicatevi

Ormai era scoppiata la conflagrazione europea. La Germania ed il suo Kaiser volevano il dominio del mondo.

Siamo al 1914. l’Europa è in armi. Da Trento, da Trieste e dalla Dalmazia giungono grida di dolore e di speranza. L’associazione nazionale «Trento e Trieste» lanciava al Paese il manifesto: «Come nella battaglia eccelleranno i forti, così nel domani solo ai forti sarà riserbato il privilegio di dettare la nuova legge della convivenza internazionale». Bisognava agire!

Benito Mussolini intanto cerca d’indirizzare il socialismo italiano alla necessità dell’intervento e, nella riunione del Partito socialista tenuta l’11 Ottobre a Bologna, sostiene durante una discussione tumultuosa la necessità della guerra. Mussolini si dimette da direttore dell’Avanti! e viene perciò scomunicato dal Partito socialista. Si formano e nascono allora i Fasci d’azione rivoluzionaria, minoranza audace che ha il coraggio di gridare: «Guerra!».

L’anno 1914 è un anno decisivo nella storia di Europa e d’Italia perchè ritrova le coscienze potentemente compenetrate del valore «Nazione». Filippo Corridoni gridando: «Contro i tiranni di fuori, contro i vigliacchi di dentro», si fa nelle strade apostolo di una grande conciliazione: quella delle masse lavoratrici con la Patria negata. E così sorgono in tutta l’Italia i Fasci d’azione rivoluzionaria che convocano nell’aprile 1915 tutto il popolo nelle piazze.

Filippo Corridoni viene arrestato; altri propagandisti delle terre irredente dell’Istria, di Trieste, di Pola, della Dalmazia, del Trentino, esplicano una propaganda attiva per l’intervento, e tra essi emerge Cesare Battisti con altri triestini ed istriani.

Ormai parecchi ardimentosi erano partiti volontari con la legione garibaldina in Francia. Filippo Corridoni, maschia figura, lancia parole roventi a Milano, ed a Parma nelle tumultuose assemblee dell’Unione Sindacale Italiana lotta per distaccarsi dai neutralisti. L’eroe della santa guerra parla in numerosi comizi a Venezia, a Roma, a Bologna ed all’Arena a Milano. «Dobbiamo esaltare l’eroismo dei Belgi, dice. Quando ogni loro libertà venne violata, quando il tallone, e l’elmo a chiodo calpestarono il suolo della Patria, quando ogni diritto fu conculcato, — allora tutti, dal cattolico all’anarchico, hanno impugnato un fucile e sono accorsi alla frontiera».

Le frazioni interventiste e Benito Mussolini lanciano da Milano il disperato appello: «Italiani! L’onore e l’avvenire della Patria sono in pericolo. L’Italia è in pericolo di essere tradita, umiliata, vilipesa.... La Patria è giunta al bivio più tremendo della sua Storia.... Popolo, a te la parola! Popolo di Milano, occupa le strade e le piazze! Il tuo grido sia: O guerra o rivoluzione».

I Fasci rivoluzionari sono aiutati, dai gruppi nazionali universitari e da tutti i centri sedi di politecnici e di università si chiede l’arruolamento volontario.

I Fasci raccolti attorno al battagliero Popolo d’Italia sostengono la necessità dell’entrata in guerra. Benito Mussolini al congresso del 23 gennaio 1915, porta la sua parola dicendo: «Sono superbo di assistere a questo congresso che rappresenta, nei sei mesi di neutralità mercantile, un fatto nuovo e molto significante.... Questo congresso deve tassativamente domandare la immediata denunzia del trattato della triplice alleanza. Forse questo potrebbe costituire il motivo di guerra. Per noi il casus belli, ed altamente umano, ci fu all’inizio della guerra, quando fu violato e devastato il Belgio. Ma ora conviene deciderci: o la guerra o scomparire dal ruolo delle grandi potenze.... Si sappia e si senta questo: l’ambiente e l’ingranaggio sono vecchi, le forze sono nuove e ardenti.... Attenti, o governanti: le forze nuove possono infrangere e spezzare le vecchie».

Viene nominato un Comitato direttivo composto da Mussolini, Ronconi, Marinelli, Nicola De Angelis, Michele Bianchi, Edoardo Ma-lusardi, Alceste De Ambris, Dino Roberto, Decio Papa, Attilio Deffenu, Banfi e Vidali.

Il Convegno al «Popolo d’Italia» e l’appello dei Fasci.

Il 10 aprile il Popolo d’Italia porta l’appello dei Fasci d’azione rivoluzionaria che dice: «Proletari milanesi! La neutralità è egoismo, è interesse, è calcolo, è cinismo; ma la classe operaia è, deve essere generosa. Noi, o proletari, siamo stati al vostro fianco ieri, saremo al vostro fianco domani Non vi chiediamo voti o stipendi o applausi. Non vi lusinghiamo. Vi additiamo invece la via del dovere, che è anche quella dell’onore. Proletari, venite con noi nelle strade e nelle piazze a gridare il basta alla politica mercantile, corrompitrice della

borghesia italiana e a reclamare la guerra contro gli Imperi responsabili della conflagrazione europea. Viva la guerra liberatrice dei popoli». Il Popolo d’Italia fa precedere questo appello dalle seguenti parole: «Fascisti d’Italia, domani occupate a qualunque costo le piazze! Nessuno può trattenervi: voi siete il Diritto e la forza».

Fra gli Interventisti ricorderò: Amilcare Cipriani, Guido Ciarrocca, Italo Bresciani, Mario Gioda, Sandro Giuliani, Edoardo Malusardi, OT. A. O. Olivetti, Celso Morisi, avv. Michele Terzaghi, dott. Riccardo Velia, avv. Giunio Bruzzesi, Decio Canzio Garibaldi, Gaetano Postiglione, avv. Luigi Maino, Mario Tedeschi, Massimo Rocca, F. Ferradini, on. Guido Podrecca, avv. Leone Beltramelli, avv. Riccardo Luzzatto, Giovanni Borelli, on. Innocenzo Cappa, on. Adolfo Zerboglio, Manlio Morgagni, Giuseppe Prezzolini, Alberto Bertoli, Luigi Razza , avv. Luigi Lanfranconi, on. Leonida Bissolati, Giacomo Di Belsito, Paolo Mantica, Oliviero Zuccarini, Dante Chias-serini, Cosimo Pala, Stenio Arnaud, Angelo Scocchi, Cesare Briganti, ing. Giuseppe Colombo, avv. Cesare Sarfatti, Dante Dini., Arnaldo Mussolini, Dino Roberto, Giovanni Capodivacca, Giulio Barni, Franco Ciarlantini, avv. Enzo Ferrari, Aldo Franceschelli.

Volontari: Gabriele D’Annunzio, Cesare Battisti, Nazario Sauro, Fabio Filzi, Chiesa Damiano, Venezian, Filippo Corridoni, Fulcieri Paolucci De Calboli, Roberto Sarfatti, Giulio Barni, avv. Attilio Deffenu, Giuseppe Vidali, F. T. Marinetti, Auro d’Alba, Tonino Arrivabene, Italo Bresciani, Edoardo Malusardi, Daniele Potocco, M. Bianchi, avv. Edgardo Longoni, Alceste De Ambris, Vico Pel-lizzari, Albanese, Almerigogna, Albo, Apollonio Petronio, Rocco, Baccich, Gambini, Doleuz, Micich, Slataper, Grego, Bidoli, Rismondo, Carvin, Riosa, Bilucaglia, Banelli, Suvich, Mrach ecc. (vedi: Volontari delle Giulie e di Dalmazia di Pagnacco 1928).

Le trattative tra Italia e Austria-Ungheria.

Morto l’on. Di S. Giuliano il 14 ottobre 1914, è chiamato al Ministero degli Esteri Sonnino. La Germania manda intanto a Roma nel dicembre von Bülow perchè l'Italia rimanga neutrale nel conflitto europeo. Il Ministro degli Esteri dal dicembre 1914 inizia dei negoziati con la Cancelleria di Vienna. In base all’art. 7 del trattato della triplice alleanza l’Italia chiede all’Impero Austro-ungarico, in conflitto già con la Russia e con la Serbia, l’annessione del Trentino; l’elevazione di Trieste a città libera e la correzione della situazione strategica nell’Adriatico.

L’Austria-Ungheria dopo parecchi mesi di trattative rifiuta qualsiasi concessione all’Italia; il 24 aprile consente appena ad una piccolissima parte delle richieste italiane, ma con la clausola esecutiva a guerra finita.

Il Governo di Roma intanto apre trattative con l’Inghilterra, con la Francia e con la Russia ed il 26 aprile, dopo il rifiuto delle richieste italiane da parte dell’Austria, firma il patto di Londra.

L’arresto di Benito Mussolini.

Il popolo italiano per opera dei Fasci rivoluzionari e per la campagna sostenuta dal Popolo d’Italia e da Benito Mussolini, comprende la necessità dell’intervento in guerra contro l’Austria-Ungheria. E comizi interventisti si tengono a Milano, a Napoli, a Genova, a Torino ed a Roma, dove l’11 aprile del 1915, dopo un discorso veemente per l’intervento, il direttore del Popolo d’Italia Benito Mussolini viene arrestato dagli sbirri.

D’Annunzio e Battisti lanciano il grido di guerra!

Il 3 maggio l’Italia denuncia finalmente il trattato della triplice alleanza e, per iniziativa degli interventisti, Gabriele d’Annunzio, ritornato dalla Francia, il 5 maggio inaugura a Quarto il Monumento commemorativo della spedizione garibaldina in Francia con le parole: «Qui si rimane e si fa la più grande Italia». Nello stesso giorno i Dalmati irredenti inviano a Gabriele d’Annunzio il seguente telegramma: e Nel giorno sacro alle memorie della Patria, giungano al poeta i voti di un’Italia cosciente dei suoi futuri destini!»

Dal 13 al 16 maggio in Italia si vivono delle vere giornate di insurrezione; sulle piazze e sulle strade si grida l’intervento e la parola guerra. Ed il 17 maggio il martire trentino dopo una propaganda spietata in ogni centro d’Italia, lancia dal Campidoglio a Roma il grido: Tutti alla frontiera col cuore e con la spada!

Salandra si dimette da Presidente del Consiglio, però S. M. il Re d’Italia lo riconferma al suo posto. La maggioranza della Camera Italiana e l’unanimità del Senato il 20 maggio vota i pieni poteri al Governo per l’intervento nella guerra, mentre il Ministro degli Esteri Sonnino pubblica Il Libro Verde che è la documentazione delle trattative tra l’Italia e l’Impero Austro-Ungarico dal 9 dicembre 1914 al 5 maggio 1915.

La dichiarazione di guerra all’Austria.

Il 22 maggio S. M. il Re d’Italia ordina la mobilitazione dell’Esercito e della Marina ed il 23 maggio il Ministro degli Esteri presenta all’ambasciatore austriaco a Roma la dichiarazione di guerra.

Vittorio Emanuele III dirige il seguente proclama dopo avere assunto il Comando supremo delle forze di terra e di mare: «Soldati di terra e di mare! L’ora solenne delle rivendicazioni nazionali è suonata. Seguendo l’esempio del mio grande Avo, assumo oggi il Comando supremo delle forze di terra e di mare, con sicura fede

nella vittoria che il vostro valore, la vostra abnegazione, la vostra disciplina, sapranno conseguire. Il nemico che vi accingete a combattere è agguerrito e degno di voi. Favorito dal terreno e dai sapienti apprestamenti dell’arte, egli vi opporrà tenace resistenza, ma il vostro indomito slancio saprà di certo superarla. Soldati, a voi la gloria di piantare il tricolore sui termini sacri che natura pose a confine della Patria nostra, a voi la gloria di compiere, finalmente, l’opera con tanto eroismo iniziata dai nostri Padri. «Gran Quartiere Generale, 26 maggio 1915.

«Vittorio Emanuele».

La guerra. Le persecuzioni, i tormenti ed il contributo dei volontari delle terre irredente.

È bene ricordare con brevi cenni gli atti di barbarie commessi dal governo d’Absburgo contro gli irredenti del Trentino, dell’Istria, di Trieste, della Dalmazia. Ancor prima dell’inizio delle ostilità austro-italiane, l’Austria arrestava e rinchiudeva nelle fortezze, nelle carceri, i maggiori esponenti della classe intellettuale e specialmente gli insegnanti degli Istituti e dei Licei di Trento, di Pola, Trieste, di Pi-sino, di Gorizia, di Capodistria; venivano distrutte le sedi della Lega Nazionale e delle società ginnastiche, presi e scortati come delinquenti gl’irredentisti dell’Istria, di Trieste, di Fiume, della Dalmazia e come malfattori condotti dagli sbirri nei campi di concentramento a Wagna, a Leibnitz, a Gollersdorf, a Weyerbuig, a Mitter-graben, a Oberhollabrunn, a Pottendorf, a Braunau in baracche con stagni di acque fangose. E non furono risparmiate neppure le donne, i bambini ed i vecchi. Le donne furono trattate come prostitute dagli sgherri del governo d’Absburgo Questi accampamenti sono stati il cimitero di migliaia e migliaia di irredenti che morivano di fame, di freddo, di dissenteria e di malattie epidemiche. Quante povere madri videro morire le proprie creature! Scene di orrore indimenticabili, degne solo del Governo dell’impiccatore d’Absburgo.

Basta ricordare le pagine splendide di Haydèe di Vita triestina avanti e durante la guerra e le pagine di E. Kers I deportati della Venezia Giulia nella guerra di liberazione, e quelle Del mìo esilio di Cobol per farsi un idea degli strazi, dei sacrifìci e dei tormenti passati dagli irredenti. Ma anche le donne hanno condiviso i sacrifìci ed i tormenti accanto ai loro compagni, ai loro figli ed ai loro babbi, sperando nella liberazione definitiva dal giogo d’Absburgo e anch’esse furono arrestate ed imprigionate, scortate dai soldati come prostitute, condotte davanti ai tribunali di gueira ad Innsbruck, a Graz e condannate per alto tradimento. (Il sacrificio delle donne trentine di Miramonti).

Basta leggere Legione trentina Martiri ed Eroi trentini ed Il Sacrificio trentino pubblicati per cura della commissione dell’Emigrazione trentina per vedere il sacrifìcio trentino e Volontari delle Giulie e di Dalmazia di Pagnacco, lavoro che documenta il numero dei volontari di 2008 con 300 morti e 300 feriti e 400 medaglie al valore, di cui 11 d’oro e 3 giustiziati civili: Maniaccp e Cravos di Gorizia, Grabar di Parenzo.

Ricordiamo che il Trentino ha dato come primo martire Damiano Chiesa di Rovereto, studente universitario, che aveva varcato il confine arrolandosi volontario nell’esercito italiano. Nel gennaio del 1916 veniva promosso sottotenente e il 16 maggio dello stesso anno veniva catturato dagli austriaci; riconosciuto veniva impiccato e condannato a morte per capestro il 18 maggio ad ore 19. Prima di morire il martire così scriveva ai suoi: «Negli ultimi momenti di mia vita, confortato dalla lede, dalla santa comunione e dalle belle parole del curato di Campo, mando a tutti i miei cari l’assicurazione che nell’altra vita io non sono morto, ma che sempre vivo in eterno, che sempre pregherò per voi tutti».

E in Vallarsa il io luglio 1916, mentre lanciava sugli austriaci in fuga i suoi alpini, veniva catturato Cesare Battisti assieme ad un altro eroe Fabio Filzi.

Cesare Battisti, nato a Trento nel 1875, aveva studiato a Firenze e dopo l’Università, si era dedicato al giornalismo ed all’emancipazione della classe operaia. Aveva tenuto alta la fiaccola dell’italianità, quale rappresentante del Trentino al Parlamento di Vienna

e tutta la sua vita era stata una continua battaglia per l’annessione di Trento, Trieste e la Dalmazia all’Italia e per l’Università Italiana a Trieste. Con Cesare Battisti quale traditore veniva portato a Trento con le stesse catene Fabio Filzi, nato a Pisino d’Istria.

Così aveva risposto Battisti all’auditore dott. Issleib prima della condanna a morte: «Io sostengo di essere cittadino italiano, essendo stato nominato ufficiale nell’esercito italiano. Dichiaro di avere, prima e dopo lo scoppio della guerra con l’Italia, fatto un’intensissima propaganda, in ogni modo, con la parola, con gli scritti, a mezzo della stampa, per la causa italiana e per l’annessione all’Italia delle regioni italiane dell’Austria; di essere Cesare Battisti entrato volontariamente nell’esercitoitaliano; di avere combattuto contro l’Austria; di essere stato fatto prigioniero di guerra mentre impugnavo le armi. Sostengo espressamente di avere agito secondo i miei ideali politici, che avevano per mèta l’indipendenza delle Provincie italiane dell’Austria e la loro unione al Regno d’Italia!» Cesare Battisti e Fabio Filzi venivano impiccati per ordine di Francesco Giuseppe nel Castello del Buon Consiglio il 12 luglio 1916. Ed alla distanza di un mese l’Austria d’Absburgo ordinava l’impiccagione di un altro martire, del marinaio di Capodistria: Nazario

Sauro Sauro, l’ardito marinaio, che sfida i pericoli sorridente, che concepisce imprese su imprese, viene messo a terribile confronto con la madre nel carcere a Pola: e la madre ha il coraggio di negare di conoscere il figlio, pur di salvarlo. L’Austria d’Absburgo si macchia ancora una volta d’un’infamia: il 10 agosto 1916 Sauro muore.

Ma anche la Dalmazia non ancora redenta doveva dare il suo martire, un eroe della martoriata Spalato: Francesco Rismondo.

Arrolatosi volontario nell’VIII bersaglieri veniva catturato il 20 luglio 1915 dall’Austria e impiccato dal boia d’Absburgo.

Il sacrifìcio della Guerra.

Nella Grande Guerra di Redenzione morivano 750.000 italiani. Il contributo dei Mutilati ed Invalidi era il seguente: Malarici 100.000; Storpi 74.620; Tubercolotici 25.716; Ciechi di un occhio 21.220; Nevropatici 19.000; Invalidi 12.000; Sordi 6,740; Mutilati alla faccia 5.440; Pazzi 4.000; Muti 3,260; Ciechi di due occhi 1940; Mutilati senza mani 120; ed altri per 188.944 invalidi.

Il numero dei feriti ammontava a un milione.

La guerra è vinta.

Il 29 Ottobre sulle trincee austriache di Val Lagarina era stata innalzata la bandiera bianca per chiedere una tregua e parlamentare. Una lettera del gen. Victor Weber Edler von Webenau veniva portata al Comando Supremo Italiano. L’Austria chiedeva un armistizio.

Il 2 Novembre Mussolini, che con Corridoni aveva voluto la guerra, così scriveva: «Gli avvenimenti accelerano il loro ritmo con una precipitazione che ha del fantastico. L’Austria è a terra. Chiede l’armistizio, e lo chiede a noi.

«Se l’armistizio sarà concesso all’Austria, sarà tale da consacrare nella manieia più evidente e definitiva la nostra vittoria.

«Avevamo chiesto, implorato una «Caporetto austriaca». È venuta. Abbiamo «restituito» Caporetto....

«Sui fiumi del Veneto si conclude in questi giorni il duello secolare fra lo Stato Absburgico e la Nazione Italiana. Si conclude col trionfo del Popolo e con la dissoluzione dello Stato antinazionale.... Perchè — non dimentichiamolo — è la vittoria del Piave che garantisce ai popoli già oppressi dall’Austria, il loro avvenire. I fati si compiono. È con la spada che V Italia entrerà a Trento, a Gorizia, a Trieste, a Pola, a Fiume, a Zara. È col sangue che l’Italia segna i confini sull’Alpe e ribattezza nostrum l’Adriatico non più amarissimo».

Bollettino di guerra N. 1278 del generale Armando Diaz.

«4 Novembre 1918, ore 12. — La Guerra contro l’Austria-Ungheria che, sotto l’alta guida di S. M. il Re — Duce Supremo — l’Esercito italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse, ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta.

«La gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso ottobre ed alla quale prendevano parte 51 divisioni italiane, 3 britanniche, 2 francesi, 1 czeco-slovacca ed un reggimento americano contro 73 divisioni austro-ungariche, è finita.

«La fulminea arditissima avanzata del 29° Corpo d’Armata su Trento, sbarrando le vie della ritirata alle armate nemiche del Trentino, travolte ad occidente dalle truppe della 7a Armata e ad oriente da quelle della 1a, 6a e 4a, ha determinato ieri lo sfacelo totale del fronte avversario.

«Dal Brenta al Torre l’irresistibile slancio della 12a, dell’8a e della 10a Armata e delle divisioni di Cavalleria ricaccia sempre più indietro il nemico fuggente.

«Nella pianura S. A. R. il Duca d’Aosta avanza rapidamente alla testa della sua invitta 3a Armata, anelante di ritornare sulle posizioni da essa già gloriosamente conquistate, che mai aveva perdute.

«L’esercito austro-ungarico è annientato; esso ha subito perdite gravissime nell’accanita resistenza nei primi giorni di lotta e nell’inseguimento ha perduto quantità ingentissime di materiale d’ogni sorta e pressochè per intero i suoi magazzini e i depositi; ha lasciato finora nelle nostre mani circa 300.000 prigionieri con interi stati maggiori e non meno di 5000 cannoni.

«I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza. — Diaz».

Mussolini e la vittoria.

Mussolini così dice:

«La lunga passione coronata alfine dal trionfo, strappa le lagrime della gioia anche agli occhi che molto videro e molto piansero.

«Mazzini si riconosce in questo che pareva «popolo di morti» mentre aveva nel segreto la sorgente di una inestinguibile vitalità.

«E voi martiri e soldati del nostro risorgimento, voi che avete conosciuto le galere e avete pòrto il collo senza tremare alle forche degli Absburgo, ascoltate il coro solenne della vittoria che si leva da

tutto un popolo. Oberdan sorride al tricolore che sventola da San Giusto; Battisti saluta la bandiera issata sul Castello del Buon Consiglio.

«I morti del Carso che segnarono dal 1915 al 1917 la strada di Trieste, si levano dalle innumeri fosse non dimenticate. I ciechi, al bagliore di questo giorno, aprono gli occhi, i mutilati non sentono più le loro mutilazioni; le madri benedicono al sacrificio dei figli caduti».

Il 5 Novembre Mussolini così continua: «La guerra è vinta! Stormo di campane, sventolar di bandiere, cori di popolo: ecco ciò che è adeguato agli eventi ineffabili di questi giorni. Ieri, nelle città, nei borghi, nelle campagne d’Italia, bronzi sacri, trombe guerriere, voci umane delle moltitudini hanno levato altissimo nei cieli l’inno della vittoria. Le altre date famose della nostra storia plurimillenaria impallidiscono a confionto dell’ultima decade dell’ottobre 1918. La guerra è vinta, dice Diaz. Si può aggiungere: la guerra è finita.

«La guerra è finita perchè abbiamo vinto.... 41 mesi! Contro noi stava in campo uno dei più potenti eserciti del mondo. Ripetiamolo ancora. La nostra è stata Guerra di Popolo! La vittoria, è vittoria di Popolo! È stato un cozzo spaventevole fra le forze del passato e quelle dell’avvenire. l’Italia, la Nazione dell’avvenire, ha schiantato le forze del passato e divelte le sbarre della vecchia prigionìa absburgica: ha liberato i popoli. Maggio 1915-Ottobre 1918. l’inizio e la fine! La volontà. La costanza. Il sacrificio. La gloria!».

Mussolini e le rivendicazioni nazionali.

Ed il 6 Novembre l’intrepido combattente del Popolo d’Italia così scrive: «È la grande ora. L’ora dell’allegrezza divina, quando il tumulto delle emozioni sospende il battito dei cuori e dà un groppo alla gola.... Siamo a Udine. Più ancora. Siamo a Trieste. Siamo a Trento. Oual’è l’Italiano, degno di questo nome, che non afferri l’enorme significazione storica di ciò che in questi giorni è stato compiuto dalle nostre eroiche armate?... Un grido immenso si levi dalle piazze e dalle strade, dalle Alpi alla Sicilia: «Viva, Viva, Viva l’Italia!».

Ma Mussolini si fa pernio ancora sul Popolo a» Italia di una grande battaglia nella quale ora sarebbero venute in contesa le altre potenze più o meno amiche, che erano state salvate dall’Italia.

E Benito Mussolini così scrive il 1° Gennaio 1919, a proposito della Dalmazia e di Fiume: «Il confronto tra ciò che è avvenuto in que.sti giorni in Inghilterra e in Francia e quello che è avvenuto in Italia, ci riempie di umiliazione profonda.... In Francia ed in Inghilterra, nella prima a mezzo del Parlamento, nella seconda a mezzo di una consultazione elettorale a base totalmente universale, i cittadini si sono raccolti con un plebiscito impressionante attorno ai Governi che devono fra poco, imprendere le trattative supreme di pace. I Governi stessi si presentano compatti, concordi, forti di questa immensa solidarietà popolare, alle Assisi imminenti. In Italia, invece, quale desolante spettacolo!

«Da ogni parte si grida contro l’imperialismo italiano. Sembra che di imperialisti in questo basso triste mondo non ci siano che gl’Italiani.... Bisogna intenderci una buona volta su questa parola «imperialismo». L’imperialismo è la legge eterna e immutabile della vita. Esso in fondo non è che il bisogno, il desiderio e la volontà di espansione che ogni individuo, che ogni popolo vivo e vitale ha in . ....Se la Francia non intende di rinunciare alla sicurezza strategica sulle rive del Reno, l’Italia non ha forse gli stessi diritti per ciò che concerne il confine alpino e quello adriatico? Se la Francia non ha scrupoli di annettersi anche zone di popolazione prevalentemente tedesca, perchè questi scrupoli dovi ebbero fermare l’Italia, che nell’eventualità massima, dovrà annettersi sì e no, mezzo milione tra tedeschi e slavi?

«Se la Francia e l’Inghilterra non intendono di rinunciare alla conservazione e alla tutela e allo sviluppo delle loro posizioni mediterranee e coloniali, perchè l’Italia e soltanto l’Italia, dovrebbe adottare la politica cairoliana, che se non fu saggia nel 1878, sarebbe nel 1919 — oltre che disastrosa — supremamente imbecille?.„ L’anno che si apre oggi passerà nei secoli col nome di anno della pace mondiale. Il compito del Governo che paiteciperà alle terribili discussioni di Versailles, è arduo quanto mai. Ma perchè la pace, oltre ad essere umana, nel senso latino della parola, sia anche come deve essere italiana, e assicuri alla Nazione le condizioni necessarie e sufficienti della vita mondiale, occorre che il Governo abbia idee chiare e precise e che i cittadini non offrano involontariamente nuovi motivi alla campagna di diffamazione organizzata contro l’Italia».

Il Dopoguerra e la Rivoluzione Fascista.
Il periodo post-bellico. — I capisaldi della marcia rivoluzionaria e l’evoluzione delle linee programmatiche fasciste.

Finita la guerra, il bolscevismo russo che voleva creare a se uno sbocco nell’Europa occidentale e specialmente in Italia, favorì con danaro e con ogni mezzo il sovversivismo italiano che, sfruttando le tristi condizioni economiche del periodo post-bellico, tentava di impadronirsi dello Stato.

I tempi erano ostili alla Patria. Il Governo calpestava le autodecisioni dei popoli, annullando il sacrificio dei 600 mila morti e negando i termini che natura pose a confine dell’Italia, mentre Giolitti alla Camera rigettava sulla guerra la causa di ogni male. E c’era anche un servaggio spirituale da cui il nostro paese doveva liberarsi.: per troppo tempo da noi si era andato dicendo che tutto quello che era straniero, tutto quello che proveniva dalla Francia o dalla Germania era Vangelo; troppo si era disprezzato ciò che si presentava come prodotto genuino dell’ingegno italiano. Era dunque l’ora che il popolo, il quale aveva voluto la guerra per opera di due grandi uomini — Gabriele d’Annunzio e Benito Mussolini — imponesse anche la liberazione da ogni asservimento spirituale allo straniero.

Ma al Governo Italiano, ai dirigenti della cosa pubblica — nonostante la conclusione vittoriosa della guerra — mancava il coraggio, mancava la forza, mentre il concetto di libertà era interpretato come licenza.

D’altra parte le condizioni economiche erano disagiate: le masse operaie malcontente si lasciavano trascinare dai mestatori bolscevizzanti: la massa grigia, amorfa, quella che teme per e per i propri averi, andava dietro la corrente senza neanche una parola di protesta.

Anno 1919.

Ma ecco nel marzo 1919 sorge un movimento che reagisce alle violenze sovversive e insegna allo Stato il suo dovere. «Il Fascismo nel 1919, dice Mussolini, fu un fenomeno milanese. Le sue diramazioni si limitavano a qualche diecina di grossi centri urbani. La parola d’ordine programmatica di questo manipolo, fu semplice: rivendicare V intervento, esaltare la vittoria, lottare contro il bolscevismo».

La prima adunata fascista si tiene a Firenze nell’Ottobre 1919. Gli scioperi si susseguono l’uno all’altro ed i rimmciatarii capeggiati dal Corriere della Sera e dal Secolo sostengono una campagna infame contro la Dalmazia e Fiume. Il Popolo d’Italia con Benito Mussolini ed i Fasci di combattimento sostengono a spada tratta la fede italiana di Fiume e della Dalmazia. Quando Gabriele d’Annunzio coi suoi legionari muove da Ronchi ed entra trionfante in Fiume d’Italia, Mussolini ed II Popolo d’Italia con la Trento e Trieste aprono una sottoscrizione pro Fiume e si esalta sulle colonne del Popolo Y impresa fiumana.

Rivolte social-comuniste scoppiano in ogni città, in ogni paese d’Italia, prendono proporzioni vaste nel periodo elettorale dall’Ottobre al Novembre 1919.

La situazione economica lasciata dalla guerra era grave; esisteva un debito pubblico di 85 miliardi circa. Lo Stato demo-liberale non aveva provveduto a nulla. Non era possibile chiedere ancora altri sacrifìci a chi aveva dato la giovinezza alla Patria.

Ed il Fascismo inizialmente parlò quindi di espropriazione parziale, di espropriazione industriale e finanziaria e dei beni religiosi per venire incontro alle famiglie dei morti e dei mutilati. La travagliata storia del Fascismo italiano potremo dividerla in tre periodi ben differenziati. Nel primo periodo i Fasci hanno sviluppo profondamente cittadino e danno la prime ferite alla follia bolscevica a Milano nell’aprile 1919 e si battono a spada tratta per l’impresa fiumana, che è il primo gesto veramente rivoluzionario. La classe dirigente aveva dimostrato incompleta incomprensione del momento storico. L’Italia giovane uscita dalla guerra non poteva essere guidata da vecchie mentalità. I socialisti usciti vittoriosi dalle elezioni si erano persuasi di avere una forza solida e quadrata e quindi non cercarono di attuare un programma, ma. solo andarono sulle piazze a promettere a breve scadenza una rivoluzione radicale che non seppero attuare. Le masse furono ubbriacate di torbide parole intemperanti.

Anno 1920.

La seconda adunata nazionale è a Milano, nel maggio 1920, e in essa si fissano le prime linee di un programma politico, si formulano «I postulati teorici e pratici del Fascismo», che sino all’adunata di Roma sono una specie di modesto vangelo per tutti i fascisti italiani. Dice Mussolini: «è sul finire del 1920 che il Fascismo assume le proporzioni di un gigantesco movimento nazionale».

Frattanto il Governo che tiene sul medesimo livello i fascisti e i bolscevichi e, per evitare conflitti fra ufficiali e sovversivi, invia delle circolari ai comandi concedendo agli ufficiali il permesso di vestirsi in borghese (!), il Governo, dico, seguita a svalorizzare la vittoria, permettendo l’occupazione delle fabbriche, obbedendo agli ordini emessi dai capi bolscevichi alla Camera Italiana con le grida di «Via da Valona», «Via da Fiume» e lasciando che il disertore Misiano vada a Fiume ed in altre località a fare della propaganda contio l’Italia e contro d’Annunzio.

Lo Stato non interviene e lascia che il verbo di vita e di morte esca dalle Camere del lavoro, lascia che si bruci il tricolore e che si maltrattino e si disprezzino i mutilati ed i combattenti della santa guerra. Sono queste le condizioni dell’Italia nell’immediato dopoguerra e l’imbelle governo social-democratico-liberale non contento di ciò si macchia d’infamia facendo arrestare i Dalmati e Fiumani residenti a Roma, ordinando le cinque giornate del Natale Fiumano nel 1920 per opera del «boia labbrone». Ma il Fascismo insorge per primo nell’Alta Italia, nella terra di S. Giusto: a Trieste, ove, nel Luglio 1920, dopo i fatti infami culminanti a Spalato con l’assassinio del comandante Gulli e del motorista Rossi, dà l’assalto al Balkan, covo social-comunista croato. In quegli anni molte provincie d’Italia e specialmente dell’Emilia e della Toscana: Firenze, Massa, Siena ecc. zone felici della Valle Padana e dell’Italia centrale, erano in mano dei pastori rossi. Lo Stato italiano da molto tempo aveva rinunziato al suo potere giudiziario. Esso subisce le imposizioni di una moltitudine di lavoratori che, inquadrati nelle loro leghe, sotto l’autorità prepotente dei capilega, in nome della lotta di classe, arbitrariamente interpretata, vengono lanciati all’assalto; ed il socialismo si allea col sindacalismo sfruttando la disoccupazione e i disagi del dopoguerra. Le leghe riescono ad agire sul mercato di lavoro come un sistema di monopolio; quali angherie, quali sopraffazioni incredibili questo sistema producesse lo sa chi ricorda i metodi del cosiddetto «boicottaggio».

I capi rivolsero anche le leghe a scopi elettorali e politici. Così il popolo fu oppresso con le amministrazioni socialiste, abbandonato dal Governo centrale ed il bolscevismo ebbe in mano un’altra arma legalitaria, l’amministrativa e la politica del Comune e della Provincia.

È opportuno a questo punto analizzare un po’la famosa frase programmatica tanto strombazzata dai socialcomunisti nel 1919-20: «La terra ai contadini!», «Annulliamo la proprietà privata!».

Sulle colonne del Corriere e del Popolo d’Italia nel 1920 e nel 1921 sono state fatte molte discussioni sul problema agrario. Si era detto — da parte socialista — che la rivoluzione francese aveva operato il passaggio violento delle terre dai feudatari ai contadini.

Ciò non poteva logicamente reggere per l’Italia, perchè i feudatari francesi erano in possesso delle terre per una funzione politica, mentre diverso è il caso della proprietà terriera quando sia stata conservata per un processo economico come in Italia.

Il bolscevismo peraltro, che voleva assolutamente abolita la proprietà privata ed il libero commercio, tollerava invece varie forme di proprietà più ridotta.

Il Fascismo, naturalmente, tende a favorire i miglioramenti economici delle classi lavoratrici ed in particolare dei contadini ed a questo proposito ricordiamo che il Consiglio nazionale dei Fasci tenuto a Milano nel 1922 volle che il patto nuovo in Toscana fosse fatto dai Fasci in difesa della mezzadria.

Il Fascismo ammette quindi che il lavoratore della terra possa divenire gestore di aziende; beninteso il contadino intelligente, che ha capacità di crearsi un capitale, capacità insomma di lavoro e di risparmio.

Intanto in Italia scoppiano scioperi che si susseguono l’imo all’altro culminanti con l’agitazione generale dei metallurgici che per 75 giorni non producono, sabotando la vita della Patria. E, giustamente, Benito Mussolini sul Popolo a» Italia dimostra che non si può essere contrari al controllo operaio. «Chi può essere a priori contrario al controllo operaio? Nessuno. È l’applicazione pratica che bisogna regolare e che ci preoccupa. Noi chiediamo che il controllo si eserciti sul serio da persone competenti e superiori ad ogni sospetto. Ma che cosa ha fatto Giolitti per evitare che il movimento sindacale — nel Luglio-Agosto-Settembre del 1920 — giungesse agli estremi che dovevano rivelare l’insufficienza se non l’impotenza dello Stato?... Un intervento anticipato di Giolitti poteva evitare le balorde pregiudiziali degli industriali. Sono 75 giorni, diconsi 75 giorni di non produzione, di sabotamento, di turbamenti degli spiriti con tutte le formidabili conseguenze d’ordine materiale e morale che ne sono derivate in Italia e all’estero. Un conto, in altri termini, è il controllo sindacale, e un altro conto è la guardia rossa, ìa. caccia all’uomo, il ripristino di certi sistemi». E giustamente Mussolini dice «noi non vogliamo caserme o conventi comunisti non vogliamo dittature di politicanti. Quando la lotta sarà giunta al dilemma: o Italia o Russia bisognerà impegnare il combattimento».

In questo fosco periodo vengono trucidati Scimula e Sonzini a Torino e dei religiosi e carabinieri ad Abbadia S. Salvatore e scoppia a Bologna il dramma di Palazzo d’Accursio che si ripete poi il 20 Dicembre a Ferrara. Gli eccidi commuovono profondamente l’opinione pubblica italiana ed il Parlamento nazionale cerca di ristabilire l’autorità dello Stato! Ma non è preoccupante il fatto che il giorno stesso in cui i due indiziati vengono arrestati quali responsabili dell’eccidio bolognese, giunga da Roma il permesso, negato dalle autorità locali, di porto d’arme ai bolscevichi capi dell’amministrazione? Cosa faceva il Governo centrale? Ed il popolo, quello sano, chiedeva da ogni parte aiuto ai Fasci di combattimento.

Anche la situazione generale politica degli altri Stati contribuisce alla sbornia bolscevica. La Germania, l’Austria e l’Ungheria sono in rivoluzione. In Ungheria e in Baviera infuria il terrore bolscevico.

In questa lotta immane la vittoria sarà di chi avrà più profondamente sentito la serietà dell’ora e quindi avrà saputo agire in silenziosa disciplina, con decisa volontà, con ferma fede assoggettandosi a sacrifizi e a rinunzie. E chi più delle Camicie nere, chi più del popolo italiano risanato dal Fascismo poteva esser capace di questa battaglia e degno della vittoria?

Doveva sorgere una face splendida che, sorretta dalla mano e dalla volontà d’un gigante, fosse in grado di guidare migliaia e migliaia d’Italiani alla vittoria. E il Duce volle il ritorno allo spirito antico, alla forza latina, alla gloria del popolo romano, del popolo forte, intrepido, nato sovrano.

Il 23 Marzo 1919 Egli chiama a raccolta i suoi. Chi erano questi credenti? Erano quelli che nel 1914 furono all’avanguardia per l’intervento. Per essere giusti bisognerebbe dire che il Fascismo anzichè nel 23 Marzo 1919, ebbe la sua origine nel Novembre 1914, quando Mussolini, uscito dal partito socialista, sebbene ancora socialista, scriveva nel Popolo a» Italia: «Comprendo l’odio, l’esasperazione dei proletari, ma il vostro silenzio reticente è il documento di una vigliaccheria che disonora fino all’estremo il socialismo italiano, ma io sono proprio qui a guastarvi la festa. Il caso Mussolini non è finito come voi pensate. Incomincia, si complica, assume proporzioni più vaste. Io innalzo apertamente la bandiera dello scisma. Non mi acquieto, ma grido; non mi piego, ma insorgo. Tutti i socialisti che rivendicano a se stessi il diritto di vivere e di pensare, tutti i proletari che non intendono piegarsi ai voleri di una congrega che pretende stoltamente di deviare ii corso della storia e di dettare una legge eterna ed universale, tutti devono raccogliersi attorno a questo foglio, libera palestra di liberi spiriti, bandiera pura che l’insinuazione infame di gente avariata non riuscirà mai a macchiare».

Anno fascista 1921.

Il movimento fascista sviluppatosi meravigliosamente in due anni di lotta cruenta pareva agli avversari che si dovesse risolvere al primo atto di politica positiva. E nell’anno 1921 divampano i moti rivoluzionari di Firenze, nel quartiere di S. Frediano, è straziato e’ucciso Giovanni Berta, si assassinano fascisti a Trieste e nella Venezia Giulia, succedono i tremendi fatti di Empoli con le inaudite scene di ferocia e di sangue, le giornate di rivolta dell’Umbria e gli episodi della delinquenza orrenda del «Diana», di S. Giovanni Valdarno, di Castelnuovo dei Sabbioni e della rivolta croata comunista di Carnizza nell’Istria. Altre turbinose giornate mettono al cimento i piccoli nuclei fascisti delle cento città d’Italia provati nelle giornate di Foiano, di Fiume, e nelle elezioni politiche nei mesi di aprile e maggio. Lo sviluppo del Fascismo ha del fulmineo e del prodigioso; si accentua per tutto l’anno 1921, che giustamente Benito Mussolini definisce «anno fascista» in quanto che tutta la vita politica italiana «dal Parlamento alla piazza, ai giornali — è stata dominata e quasi ossessionata dal Fascismo».

Ecco un cenno numerico dello sviluppo fascista estratto dalle relazioni della segreteria generale dei Fasci di combattimento.

I Fasci al 1° Agosto 1919 erano 30; al Congresso di Firenze nell’Ottobre 17.000 erano gli iscritti; alla vigilia del secondo congresso le sezioni avevano raggiunto il numero di 60 ed al Congresso di Milano nel Maggio 1920 125 erano le sezioni con 30.000 iscritti; alla fine del 1920 800 erano i Fasci di combattimento ed il 4 Febbraio 1921, 100.000 erano i militi del Fascismo. Le sezioni nell’Ottobre 1921 arrivarono a 2200 con 310.000 iscritti.

La follia bolscevica giungeva al punto di stampare dei francobolli con la falce ed il martello che venivano usati per i diritti di segreteria nel Comune di Poggibonsi e si coniavano delle monete comuniste imposte dai capipopolo a Sesto Fiorentino e ad Incisa Valdarno.

II Fascismo intanto espelle dalla Camera dei deputati il disonorevole Misiano e nel giugno, dopo aver pubblicato la Barbarie Rossa Documentata, afferma la sua linea di condotta col discorso di Benito Mussolini tenuto il 21 giugno alla Camera Italiana ed incoraggia gli arditi ed i fascisti che occupano Porto Baros a Fiume martire, occupazione consacrata col sangue di due legionari.

La delinquenza comunista continua per la sua strada selvaggia: si uccide a tradimento a Certaldo l’ing. Filippi, a Grosseto Rino Daus, a Firenze il marchese Bargagli, a Buie d’Istria il legionario Apollonio di Pirano, a Torino il caporale Campiglio, e si commettono altre violenze ad Orte, nel Lazio, a Reggio Emilia, a Monterotondo, a Roccastrada, ove si uccide in un’imboscata il martire Saletti, e si aggredisce vilmente il corteo repubblicano a Forlimpopoli; nell’agosto si paralizza la Nazione con gli scioperi. Il Governo liberale democratico non reagisce, lascia fare al bolscevismo ed invece arresta fascisti e legionari di Porto Baros. Il Duce del Fascismo però comprende la gravità del momento e vuole che lo squadrismo italiano faccia vedere al paese la buona volontà e la generosità fascista e nel luglio incomincia a trattare per il patto di pace coi socialisti.

Il trattato di pacificazione è voluto specialmente da Mussolini e viene quindi firmato dallo Stato maggiore fascista. Assenti sono gli anarchici ed i comunisti, i quali, amici ieri dei socialisti, oggi continuano nella loro propaganda terroristica che culmina nel barbaro e selvaggio eccidio del luglio a Sarzana.

Gli squadristi rimangono disciplinati e, meno qualche atto di ribellione, accettano il patto di pacificazione, che però per le selvagge e continue aggressioni social-comuniste viene poi denunciato al Presidente del Consiglio on. Bonomi.

Bonomi segue le orme di Nitti e sferra sempre più una lotta vile contro gli squadristi con arresti, e processi, ordinando nel settembre alle questure ed agli agenti di sparare contro «i nuovi salvatori della Patria». Ecco come scoppia l’eccidio indimenticabile di Modena.

Per merito del Fascismo nell’ottobre la salma del Milite Ignoto passa trionfante per tutte le città d’Italia e viene trasportata dai campi della guerra a Roma sull’Altare della Patria.

Le forze armate del Fascismo sono convocate a Roma nell’ottobre e novembre per il III Congresso nazionale. Il Fascismo in quel momento nonostante l’insidia, l’imboscata, lo sciopero, l’uccisione di Baldini, si afferma forte e disciplinato agli ordini di Benito Mussolini. Ed è giusto qui ricordare che i ferrovieri fascisti fecero il loro dovere e per questo motivo i treni funzionarono e le squadre d’Italia poterono raggiungere la Capitale e dalla Capitale ritornare alle loro sedi, nonostante lo sciopero ed il boicottaggio socialista.

Il movimento fascista risente una certa scossa quando Benito Mussolini, e il Comitato centrale dei fasci italiani di combattimento confermano la tendenzialità repubblicana del partito. Molti centri fascisti gridano, vogliono essere più monarchici della stessa Casa Savoia. Mussolini spiega il suo concetto e fa comprendere che la tendenzialità repubblicana ha valore in quanto o il Re è un capo energico e forte, o è meglio non averlo. E per questo fatto incominciano i dissensi nel partito ed i giornali avversari annunziano crisi di dissoluzione. Altri fatti influiscono su una crisi intrinseca nel movimento fascista dovuti al patto di pacificazione e alla trasformazione del movimento fascista in partito politico. Ma il Fascismo non poteva disarmare quando si pensi all’assassinio del povero Sonzini, all’uccisione dello studente universitario Carlo Menabuoni in Firenze, all’eccidio di Empoli, alla strage del Diana, alle imboscate sul genere di quella di Foiano della Chiana, alla rivolta dei minatori di Castelnuovo, e all’uccisione dell’mg. Longhi, alla raccapricciante soppressione dei giornalaio Urbano Inglesco a Bonelle.

Il bello fu che i bolscevichi, maestri d’infamia e di strage, imprecavano alla violenza!

Il Fascismo esercitò metodicamente una intelligente e moderata violenza, la «santa violenza» semplicemente come reazione, come mezzo e non come fine. si può ammettere che si debba considerare violenza la difesa personale; quando si è costretti ad usare la rivoltella contro aggressori armati di bombe e di fucili nascosti nell’imboscata dietro le siepi, nelle case.

Lo squadrista è un’anima generosa, un milite volontario che sacrifica la vita disinteressatamente ed è bene una buona volta gridare alto e forte che i morti della Rivoluzione seno quasi tutti studenti ed operai.

Purtroppo qualche volta vi è stata da parte dei funzionari di pubblica sicurezza qualche ingrata repressione. E pure il Governo di Nitti prescrive ai tutori dell’ordine pubblico di rimanere impassibili davanti al massacro delle guardie regie e dei carabinieri per opera dei socialisti. Gli ufficiali dell’esercito sono malmenati e sputacchiati, i mutilati percossi. E il Governo punisce gli ufficiali che partecipano a manifestazioni patriottiche.

È naturale e logico che in questa reazione rivoluzionaria, in una reazione turbinosa di popolo come quella fascista, gli squadristi qualche volta abbiano ecceduto.

Ma Benito Mussolini li richiama sulle colonne del Popolo d’Italia.

In seguito alle lotte eroiche e alla grande propaganda delle squadre di combattimento, ecco la massa italiana che, con miracolosa facilità, passa in blocco dall’antifascismo al fascismo nelle ore della fortuna; questa massa venuta al fascismo nei momenti del bel tempo, domani nuovamente potrebbe, come lo ha dimostrato nel periodo Matteotti, tornare all’antifascismo nelle ore di eventuali disgrazie.

Il Fascismo vinti i fortilizi, sconfìtte le fortezze sovversive, deve pensare allo spirito e non stabilire una divisione tra gli uomini del pensiero e della cultura, e gli uomini d’azione. Credo giustamente di sostenere, che al movimento fascista giovanile fu dato in maggioranza un forte contributo dalla classe intellettuale, dalla gente universitaria e dalla massa operaia. Bisognava ritornare al concetto sintetico di Giuseppe Mazzini: pensiero ed azione: pugno e biblioteca unite, non il pugno a come fine a se stesso. Era necessario che il Fascismo ritrovasse uno spirito nuovo religioso di fede e di disciplina morale e materiale. Per fare un’Italia imperiale era necessario che un Governo e un Popolo sentissero la loro dignità e sublimassero tutte le forze fisiche economiche intellettuali e politiche della Nazione. Il Congresso fascista di Roma del novembre 1921, dal quale uscì il partito e il programma fascista, segnò una tappa gloriosa per il Fascismo. «Il programma è un’opera collettiva: prende le mosse dalle primitive affermazioni del Fascismo, si integra coi discorsi di Roma pronunciati da Marsich, Grandi, Rocca ed altri, si ispira agli statuti dannunziani di Fiume....».

«C’è appena bisogno di dichiarare, seguita Mussolini, che il programma fascista non è una teoria di dogmi sui quali non è più tollerata discussione alcuna. Il nostro programma è in elaborazione e trasformazione continua: è sottoposto a un travaglio di revisione incessante: unico mezzo per farne un elemento di vita, non un rudere morto.... Noi non cadiamo nelle illusioni miracolistiche dei sovversivi, i quali vantano tutti di possedere il magico talismano per guarire ogni male: noi siamo abbastanza intelligenti e prudenti per astenerci dalTaffermare che la salute all’Italia verrà esclusivamente dall’attuazione del nostro programma. Non abbiamo queste stolte manie di grandezza. Il programma fascista è un programma onesto, serio, lungimirante e alieno da demagogiche lusinghe. Non trascura i problemi concreti, per i quali scende anzi all’enumerazione dettagliata, ma si innalza altresì ad una visione integrale dell’Italia che comincia da Vittorio Veneto un nuovo periodo della sua storia.

«Lavorare con fede, con passione, con tenacia alla costruzione del nostro edificio ideale: ecco il compito al quale devono applicarsi le falangi vittoriose del Fascismo....».

Le masse furono ubbriacate di parole intemperanti. Il Fascismo lentamente si municipalizza e diventa una forza. Le masse rosse conquistano i Comuni con un programma utopistico, ecco il perchè della subitanea sconfitta. Lo sbaglio dei socialisti fu quello di pensare piuttosto ai fazzoletti rossi che ai bilanci comunali. Era necessario che in difesa della libertà giusta sorgesse una forza che si contrapponesse come movimento controrivoluzionario. Il Fascismo prese sempre più consistenza perchè chi guidava i bolscevichi italiani non arrischiava mai la pelle.

Le masse non erano preparate per la rivoluzione, mancava l’educazione proletaria! Le masse volevano il socialismo solo per un aumento di salari.

Ed a proposito dell’esperimento russo, dobbiamo dire che il popolo russo era troppo arretrato come è stato troppo violento il passaggio da un governo autocratico alla pazzia anarcoide: 160 milioni di abitanti disseminati in un immensa estensione territoriale male si riadoperano ad un esperimento sociale. E poi i metodi ed il sistema errato. Ricordiamo quello che dice in un interessante studio sulla rivoluzione russa e francese Landau-Aldanov a proposito delle vittime russe: «la rivoluzione russa, della quale si diceva con entusiasmo, nel marzo 1917, che non aveva versato una goccia di sangue, è oggi la più sanguinosa delle rivoluzioni, il terrore russo avendo sorpassato d’assai pel numero delle vittime fatte, tanto il periodo del terrore di Robespierre che quello di Torquemada. I bolscevichi stessi hanno accusato diecine di migliaia di esecuzioni (in realtà le vittime del terrore bolscevico si contano a centinaia di migliaia)».

Anno 1922.

Il Fascismo marciava così a gran passi alla conquista dello Stato ed il bolscevismo di giorno in giorno si scavava la fossa.

Il Fascismo, nato proprio nel momento della crisi statale, doveva arrivare al punto di sostituirsi allo Stato assente.

Si era arrivati nel 1921 al punto che Giolitti aiutava i Fasci e credeva di adoprarli a suo uso e consumo. Continuava così la serie dei governi imbelli e la crisi dello Stato liberale; esempio tipico di Bo-nomi e poi di Facta. Si cercava quindi di restringere i freni incarcerando e comprimendo il movimento fascista ormai troppo armato.

Lo squadrismo fascista comandava sullo Stato ed i treni ed i trams delle città durante gli scioperi funzionavano nonostante Y ostruzionismo e il boicottaggio dei socialcomunisti.

Ed anche nel 22 le aggressioni, le imboscate, le uccisioni sono frequenti e fascisti e squadristi muoiono a Bergiola, dove falsi combattenti uccidono autentici patriotti, a Prato, dove viene ucciso il legionario fiumano e comandante delle squadre Federigo Florio, a Milano ove viene ucciso l’universitario Ugo Pepe, mentre nel maggio i socialcomunisti nascosti nelle case sparano contro il corteo che portava la salma di Enrico Toti di ritorno dai campi della guerra a Roma.

Il Fascismo nel 1922 stanco degli eunuchi governi scende in piazza urlando forte dittatura a Bologna, a Firenze, a Cremona. Ed il Fascismo insorge violentemente nel marzo spazzando via da Fiume l’antitaliano e rinnegato Zanella, e l’insurrezione è consacrata dal sangue di Edoardo Meazzi, di Spiridione Stojan e di altri legionari e martiri.

Gli squadristi dei Fasci di combattimento dimostrano la loro forza nelle giornate indimenticabili dello sciopero generale colle occupazioni di Ancona, di Bologna, di Ferrara e le cinque giornate di battaglia a Parma. Ecco quindi che la forza armata del Fascismo ormai si era sostituita allo Stato. Il Governo demoliberale era in completa e perfetta putrefazione. Facta incomincia a preoccuparsi della situazione specialmente dopo le battaglie perdute dai socialisti durante ì grandi scioperi generali di Luglio e d’Agosto organizzati dall’alleanza del lavoro, connubio social-repubblicano-popolare-comunista.

Ed i socialisti tentano ancora di uccidere e di aggredire vilmente nella terra di Brescia un capo fascista: Augusto Turati; in seguito al quale fatto tutti i Fasci della regione, in poche ore. si concentrano nella città a dimostrare che il Fascismo è sempre pronto nelle ore del pericolo.

Prima che sorgessero i Fasci di combattimento non c’era una schiena diritta davanti al socialismo. Tutti i vecchi partiti hanno trescato, hanno firmato compromessi col socialismo. Dapprincipio nessuno aveva visto nel Fascismo il padrone. Se n’accorsero quando nell’ottobre il Fascismo della Venezia tridentina dimostrò la sua forza cacciando via da Trento Credaro e portando finalmente il tricolore e la parola d’Italia a Bolzano italiana.

Siamo alla liquidazione di questo Stato liberale ormai morente. Era naturale dal momento che i socialisti non avevano azzardato e non erano stati capaci di fare la rivoluzione, era indispensabile, che una rivoluzione succedesse, perchè il senso di disgusto e di disagio nel popolo da tre anni dimostrava l’assenza di un Governo.

Però continuano in questo periodo le violenze comuniste a Treviso ed in altri centri d’Italia ed i Fasci di combattimento, tra l’imboscata e la risposta fiera data all’internazionale di Amsterdam, si preparano spiritualmente per le grandi giornate rivoluzionarie che saranno consacrate nel loro periodo preliminare dai tre più grandi discorsi rivoluzionari dell’Uomo della Guerra, dell’Uomo della Rivoluzione, di Benito Mussolini: a Cremona, a Udine, a Milano.

Gli avversari cercano invano di dare al popolo la sensazione che Mussolini ed il Fascismo vogliano schierarsi contro gli interessi dei lavoratori. Lo squadrismo era stato contro le classi operaie quando erano asservite al partito socialista, negazione della Patria; ma il Partito, sconfitti gli avversari, sente il dovere di organizzare le masse, affinchè un altro bolscevismo, quello padronale, non tentasse di strozzare la classe operaia.

Ed il 24 ottobre, un mese dopo il discorso di Udine, Mussolini lancia l’ultima parola napoleonica che tenta tutto per tutto dettando la legge programmatica al popolo italiano, da Napoli, Regina del Mediterraneo e lanciando un programma di forza e di potenza. Il Duce del Fascismo grida alto e forte: se il Governo non ce lo daranno, lo prenderemo!

Il concentramento dell’esercito fascista a Napoli segna una data storica per la Rivoluzione, perchè dimostra ormai che lo squadrismo fascista era pronto per la Rivoluzione completa, era pronto ad armarsi di bombe, di pugnali e di mitragliatrici per marciare definitivamente su Roma, salutando Benito Mussolini Capo del Governo fascista.

Lo spirito romano delle milizie fasciste.

La milizia fascista doveva trarre la sua origine dallo spirito romano millenario. Dobbiamo ora brevemente dare dei cenni sui nomi e sulle insegne. Il simbolo dell’«Imperium» è il distintivo del Fascismo, consistente nel Fascio di verghe strette con liste di cuoio intorno ad una scure. È noto che l’«Imperium» a Roma significò esercizio legale dell’autorità data dal popolo ai magistrati, eletti dai comizi centuriati, autorità sovrana.

I fasci dei littori furono il simbolo dell’autorità, onde erano sacri coloro ai quali erano concessi, variando di numero a seconda del grado del magistrato; 12 per i consoli, 24 per il dittatore, 6 per il pretore.

La legione fascista rappresenta l’unità maggiore in cui è ripartita la milizia. La legione si identifica con la storia di Roma; essa non varia mai nella sua essenza, è perenne, è una forza industruttibile. Durante la decadenza tutto si sgretola; la legione resiste perchè i suoi organi le danno una vita anche autonoma.

La legione classica è quella di Polibio del periodo vittorioso delle due grandi guerre — la punica e la macedonica — formata dì 3.000

legionari e 1.200 veliti; divisa in 30 manipoli, di cui io di astati, io di principi, e io di triari. Ogni manipolo si componeva di 2 centurie: la destra e la sinistra. La legione poi ha una mutazione nella forza organica. Tito Livio dice che dalla legione di 4.000 uomini, impiegata per reprimere la ribellione di Tusculum si giunse, nel 204 a. C, a mandare in Africa legioni di 6.200 uomini.

Le squadre di Combattimento.

I Fasci di combattimento hanno avuto come forza prima nelle azioni le squadre che prendevano nomi di guerra e di città redente e irredente (Gorizia, Trieste, Fiume, Zara, Trento, Spalato, Dalmazia); di eroi e di martiri (Battisti, Filzi, Rismondo, Chiesa, Sauro, Toti, Pannilunghi, Corridoni); di martiri fascisti (Berta, Daus, Sonzini, Scimula, ecc.), Italia, Stella, Disperata, Folgore, Me-ne-frego, Volante Indomita oltre ai nomi dei due comandanti: Mussolini e D’Annunzio.

Il Fascismo mantiene la suddivisione della legione in manipoli e centurie. La centuria però non era di 100 gregari, poichè i manipoli dì astati e di principi erano di 120 uomini e quelli dei triari di soli 60. La centuria quindi è metà. Contando però i quaranta veliti assegnati a ciascun manipolo, gli astati e i principi risultano di 160 uomini e i triari di 100.

Per i gregari il Fascismo aveva scelto il termine «Principi» per indicare i giovani, riservando il titolo «Triari» ai «più vecchi». Mancano gli astati che nella legione romana formavano la prima linea. Non si sa perchè i legionari della seconda linea si chiamassero principi. I «Principes» nell’ordinanza falangitica serviana — basata sul censo — sono i combattenti della prima linea, perchè tratti dalle classi pili ricche — primi per censo — cui spettava l’onore di iniziare il combattimento, ma nell’ordinanza manipolare i principi non sono primi per censo per anzianità, differiscono dagli astati per l’armamento, essendo come quelli muniti di fìlum, mentre l’hasta fu assegnata in un primo tempo ai triari. Il Fascismo oltre al manipolo — unità romana — ha preferito la coorte, quale suddivisione della legione. Ora la coorte è parola romana, ma non appartiene alla legione romana.

Segretari Generali del Fascismo.

I. Michele Bianchi, data costituzione Fasci.

II. Attilio Longoni, aprile-luglio 1919.

III. Umberto Pasella, agosto 1919-novembre 1921.

IV, Michele Bianchi, novembre 1921-10 novembre 1922.

V. Nicola Sansanelli, (segretario interinale) 1° novembre 1922-15 ottobre 1923.

VI. Francesco Giunta, 15 ottobre 1923-23 aprile 1924.

VII. Quadrumvirato con Roberto Forges Davanzati, 23 aprile 1924-12 febbraio 1925.

VIII. Roberto Farinacci, 12 febbraio 1925-30 marzo 1926.

IX. Augusto Turati, 30 marzo 1926.

Cinque anni di Governo fascista.

Cinque anni di vita fascista al comando di un Uomo incomparabile avranno dimostrato che il sangue sparso ed i sacrifici della Rivoluzione hanno dato i loro frutti: i soli nudi elenchi del Foglio d’ordine del Partito Nazionale Fascista lo possono dimostrare; ma quei frutti dureranno e si moltiplicheranno se gl’Italiani, quelli in specie che hanno posti di comando ed attribuzioni gerarchiche, avranno la capacità di avvicinarsi sempre più nel loro stile di vita all’esempio mirabile che da cinque anni offre a tutti il Duce.

A distanza nel tempo, i critici e gli storici guarderanno a questo immenso travaglio rivoluzionario e potranno giudicare la grande linea dell’edificio. Anche gli avversari così si persuaderanno che avevano torto a chiedere al Fascismo con insistenza malignamente: Quale è il vostro programma? Dove è e qual’è la vostra meta?

La nostra meta è la potenza, la grandezza, la bellezza, della Patria.

Dati e statistiche.
Mutazioni Ministeriali in Italia dal 1919 al 1922.

Orlando prof. avv. Vittorio Emanuele dal 30 Ottobre 1917 al 23 Giugno 1919. Nitti avv. prof. Francesco dal 23 Giugno 1919 al 21 Maggio 1920. Nitti Francesco dal 21 Maggio al 15 Giugno 1920. Giolitti avv. Giovanni dal 15 Giugno 1920 al 4 Luglio 1921. Bonomi avv. prof. Ivanoe dal 5 Luglio 1921 al 26 Febbraio 1922. Facta avv. Luigi dal 27 Febbraio 1922 al 30 Ottobre 1922.

Gli scioperi negli anni 1919-20-21-22 e ‘23.

È indispensabile che nell'introduzione della Storia della Rivoluzione fascista ci sia un capitolo che sintetizzi la gravità degli scioperi ed il disastro economico conseguente per la Nazione.

Gli scioperi sono una caratteristica della vita economica moderna, in quanto offrono l’indice sintomatico della lotta gigantesca fra capitale e lavoro.

Scioperi nell’Industria.

In Italia, i primi tre anni dell’immediato dopoguerra furono tormentati da numerosi, continui scioperi nelle industrie; se ne contarono 1663 nel 1919, e si ebbe il massimo di 1881 nel 1920; nel 1921 si discese a 1045, ma, come si vede, si superava sempre il migliaio; nel 1922 se ne ebbero 552, quasi tutti nel primo semestre, e nel 1923 si ebbe un minimo di 200. Negli anni successivi, lo sciopero scomparve dalla vita italiana, perchè il Governo fascista, con la creazione della Magistratura del Lavoro, ha soppresso questa forma violenta di auto-difesa e ha sottoposto le controversie tra capitale e lavoro al giudizio insindacabile di alti magistrati.

Scioperi nell’Agricoltura.

In agricoltura sono rari gli scioperi, ma la guerriglia civile che sconvolse il nostro Paese subito dopo la grande guerra portò il disordine anche nella pacata vita dei campi e avemmo 208 scioperi agricoli nel 1919, se ne rilevarono 189 nel 1920, cifre che non s’erano mai registrate prima; se ne contarono ancora 189 nel 1921, si discese a 23 nel 1922 e s’arrivò a uno nel 1923. Il Governo fascista ha rallegrato le nostre campagne coi canti festosi della «Battaglia del grano».

Scioperanti-giorni.

Quanti operai hanno partecipato agli scioperi e quale ne è stata la durata? La risposta ai due quesiti ci fornisce il numero degli scioperanti-giorni. E li abbiamo distribuiti per i singoh mesi degli anni 1921-22-23. Il 1921 ha tutti i mesi offuscati dalle giornate di lavoro perdute, giornate che si conteggiano a centinaia di migliaia: si va da un minimo di 76 mila nel dicembre a un massimo di 2 milioni 152 mila nel settembre; anche il 1922 è annerito di tristezza nel primo semestre, con un massimo di 3 milioni 841 mila scioperanti-giorni, cifra spaventosa, che fa ricordare gli scioperi storici dell’Inghilterra e dell’America in annate straordinarie. Ma il Fascismo italiano organizzò una battaglia eroica contro gli scioperanti, che erano sobillati dai social-comunisti; e nel luglio 1922 si ebbero i primi magnifici risultati della vittoria, e nei mesi successivi le giornate perdute si cominciarono a contare a poche diecine di migliaia, nel mese di novembre a unità di migliaia, e l’anno si chiuse senza scioperi. Il 1923 accenna qua e là qualche sfumatura di giornate perdute, ma sono nubi evanescenti, che scompariranno del tutto dal cielo luminoso del Fascismo vincitore.

La disoccupazione dal 1921 al 1926.

È necessario aggiungere poche parole sulla disoccupazione negli anni dal 1921 al 1926. Il massimo della disoccupazione nell’anno 1921 è di 540.000 nel dicembre, mentre il minimo raggiunto nello stesso anno è di 230.000 nel giugno. La disoccupazione nell’anno 1922 raggiunge un massimo che non si nota in nessun’altra annata, nel gennaio di poco inferiore a 600.000 e si arriva a un minimo di circa 290.000 nell’aprile. La disoccupazione nell’annate 1923-1924-25 va sempre progressivamente diminuendo, solo nel dicembre del 1926 esiste un lieve aumento, mentre si ha un minimo nel luglio quasi eguale a quello dell’annata precedente.

Bisogna ricordare che una fonte buona per la disoccupazione dal 1919-1927 nelle industrie tessili, metallurgiche, edilizie e agricole è il lavoro: «I caratteri della disoccupazione operaia in Italia».

Il bilancio economico dello Stato dal 1919 al 1926.

È indispensabile aggiungere anche un capitolo sulla situazione economica dello Stato dal 1919 al 1926.

Il bilancio dello Stato ci dà il rapporto tra le Entrate e le Spese:

le condizioni normali dell’amministrazione dovrebbero condurre al pareggio, lo sviluppo fecondo dell’attività economica e la fiducia negli uomini di governo portano all’avanzo, la depressione economica e politica trascina fatalmente al disavanzo.

Ebbene, nell’esercizio finanziario 1920-21 abbiamo un disavanzo di 17 miliardi 409 milioni di lire; e nel 1921-22 persiste il disavanzo in 15 miliardi 760 milioni di lire, se si continuava in questo sfacelo si precipitava al fallimento. L’esercizio 1922-23 cominciò a risentire i benefici del Governo fascista, ma c’erano già stati quattro mesi di sgoverno, dal luglio all’ottobre 1922; l’anno finanziario si chiude con un disavanzo di 3 miliardi 29 milioni; il vantaggio è notevole e avvia a fervide promesse. L’esercizio 1923-24 registra ancora una linea di disavanzo, ma siamo passati dai miliardi ai milioni; sono, precisamente, 418 milioni di deficit. Nel 1924-25 si passa la linea del pareggio, dal passivo all’attivo, e il bilancio finanziario italiano si chiude con 417 milioni di avanzo. L’opera di risanamento continua, la ricostruzione economica si accentua e si definisce, e l’esercizio 1925-26 ci offre un avanzo di 2 miliardi 268 milioni di lire.

Numero viaggiatori e carri derrate negli anni 1919-1926.

Uno degli indici della situazione economica di un Paese è dato dal movimento ferroviario. E il nostro diagramma ci dà il numero

dei viaggiatori e il numero dei carri di derrate per l’interno e per l’estero dal 1919 al 1926.

I viaggiatori, che furono 102 milioni nel 1919, che si elevarono a ni milioni nel 1920, si ridussero a 98 e a 96 milioni nei due anni successivi, 1921 e 1922, risalirono a 100 milioni nel biennio 1923-24 e hanno ripreso l’ascensione a 109 milioni nel 1925.

Ma il movimento dei viaggiatori dipende da circostanze diverse e può darci un’impressione molto relativa della prosperità nazionale; il movimento dei carri di derrate è una misura più precisa e più rigorosa, un vero dinamometro della Nazione. E constatiamo che 60 mila carri carichi di derrate transitarono sulle rotaie delle nostre linee ferroviarie nel 1919, e il numero si mantenne intorno a 70 mila nel 1920 e nel 1921 e salì a 75 mila nel 1922; siamo, evidentemente, in un periodò di stasi, durante il quale il passo è lento, faticoso, debole. Nel 1923 si comincia a notare un cammino più rapido e più deciso, che diventa una corsa negli anni successivi; e i carri di derrate salgono a 88 mila, a 118 mila, a 146 mila, a 166 mila: alla distanza di pochi anni si è avuto un aumento di centomila carri, che hanno distribuite le derrate fra le diverse regioni d’Italia e le hanno trasportate al di là dei confini.

Schema dell’affermarsi del bolscevismo e del fascismo in Italia nelle diverse regioni dal 1919 al 1922.

L’affermazione nelle regioni va considerata secondo il numero progressivo; nelle singole regioni poi le città sono messe pure secondo un concetto progressivo.

a) Regioni dell’Italia pre-bellica.

I. Emilia-Romagna: Bologna. — Ferrara. — Parma. — Reggio Emilia. — Imola. — Piacenza. — Modena. — Ravenna. — Rimini. — Forlì. — Faenza. — Vergato.

II. Toscana: Firenze. — Empoli.—Figline.—Certaldo.—Sesto — Carrara. — Massa. — Siena. — Poggibonsi. — Abbadia S.. Salvadore. — Colle d’Elsa. — Valdichiana. — Chiusi. — Arezzo. Foiano. — S. Giovanni Valdarno. — Castelnuovo dei Sabbioni. Pisa. — Viareggio. — Grosseto. — Roccastrada. — Orbetello. — Massa Marittima. — Lucca. — Livorno. — Pistoia. — Volterra. — Piombino. — Pontedera. — Cecina. — S. Miniato. — Fucecchio. — Cortona.

III. Lombardia: Milano. — Cremona. — Pavia. — Bergamo. — Mortara. — Brescia. — Abbiategrasso. — Vigevano. — Mantova. — Monza. — Gallarate. — Como. — Varese. — Lecco. — Sondrio.

IV. Piemonte: Torino. — Alessandria. — Casale Monferrato. -- Novara. — Biella. — Vercelli. — Asti. — Ivrea. — Cuneo.

V. Umbria: Perugia. — Terni. — Spoleto. — Città di Castello. — Foligno. — Gubbio. — Marsciano. — Città della Pieve. — Todi. — Umbertide.

VI. Liguria: Genova. — Spezia. — Sampierdarena. — Sestri Ponente. — Savona. — Chiavari. — Oneglia. — Imperia.

VII. Venezia Euganea: — Venezia. — Padova. — Udine. — Verona. — Treviso. — Vicenza. — Rovigo. — Belluno. — Chioggia. — Pordenone.

VIII. Puglie: Bari. — Taranto. — Brindisi. — Cerignola. — Andria. — Foggia. — Conversano. — Lecce. — Trani. — Barletta.

IX. Marche: Ancona. — Macerata. — Ascoli. — Pesaro. — Urbino. — Fabriano. — Camerino. — Tolentino. — Fossombrone. — Sassoferrato.

X. Campania: Napoli. — Castellammare di Stabia. — Torre Annunziata. — Torre del Greco. — Salerno. — Caserta. — Benevento. — Avellino.

XI. Lazio: Roma. — Viterbo. — Orte. — Orvieto. — Civitavecchia. — Bracciano. — Civita Castellana. — Montefìascone. — Tivoli. — Rieti.

XII. Abruzzi-Molise: Teramo. — Chieti. — Aquila. — Campobasso. — Pescara. — Avezzano.

XIII. Sicilia: Catania. — Palermo. — Siracusa. — Messina. — Patti. — Trapani. — Girgenti. — Caltanisetta. — Castrogiovanni.

XIV. Calabria: Catanzaro. — Cosenza. — Reggio Calabria. (Nittismo e Social-comunismo).

XV. Sardegna: Cagliari. — Sassari. — Terranova. — Nuoro. (Movimento autonomista: Partito sardo d’azione).

XVI. Basilicata: Potenza. — Matera. (Nittismo).

b) Regioni redente.

I. Venezia Giulia: Trieste. — Pola. — Monfalcone. — Cervi-gnano. — Muggia. — Capodistria. — Pirano. — Rovigno. — Di gnano. — Buie. — Cittanova. — Umago. — Gorizia. — Gradisca. (Movimento Social-comunista-croato).

II. Venezia Tridentina: Bolzano. — Trento. (Movimento anti-italiano tedesco).

III. Fiume. (Movimento Social-comunista-croato-zanelliano). Dalmazia. (Movimento Social-comunista-croato). — Zara-Spalato.