1919

Il sovversivismo conquista le masse in Italia. La nascita del Fascismo. L’Impresa Fiumana. Il triste dopo-guerra. — Gli inizi della riscossa nazionale.

Risonavano ancora i canti della vittoria; passavano ancora per l’aria, caldi come il fiato d’aprile, gli osanna al Fante glorioso, risplendevano ancora smaglianti le luci di Vittorio Veneto nel cielo della nostra gloria; eran le tombe ancora così rosse di sangue da rendere i nostri confini una fiammante cinta di porpora e già a Spalato gli Italiani godevano il Natale della vittoria subendo intollerabili oltraggi: devastati circoli e sedi di società, spezzate le insegne della ditta Savo, perchè scritte in italiano, portate via e insultate le bandiere nazionali e fatto a pezzi il ritratto del bersagliere Francesco Rismondo, martire di Spalato impiccato a Gorizia dagli austriaci come traditore. Che faceva il Governo d’Italia? Preparava gli onori a Wilson «la persona morale più grande di questo principio di secolo» come fu chiamato da molti giornali; Wilson venne e si ebbe onori, trionfi, cittadinanze, lauree, come vincitore, come messia della Pace. Ma ben presto nella lunga oziosa e sfibrante conferenza di Parigi si conobbe la viltà della democrazia, che per difendere i diritti dei popoli calpestava la volontà di Fiume e annullava il sacrifìcio dei nostri caduti.

I tempi erano sconsolatamente ostili alla Patria, e, mentre il 12 gennaio, a Milano, si indicevano dai socialisti comizi per protestare contro «gli imperialismi italiani», con l’amnistia del febbraio ai disertori ritornava sul Fante quell’onda di fango ch’egli aveva saputo ricacciare dopo Caporetto e che sul Piave aveva trasformato in un flutto eroico. Si passa sulle ossa dei martiri e vengono calpestate le tombe, i giuda inscenano gazzarre e chiassate per gli amnistiati (come avvenne a Milano per Serrati il 27 Febbraio), mentre la vita diventa sempre più dura e insopportabile per il prezzo dei generi che aumenta sproporzionatamente e nessuno è capace di mettere un freno all’ingordigia dei nuovi ricchi e degli arrivisti, i quali cessate le forniture militari, seguitano a frodare il pubblico deteriorando ogni genere, mentre il Fante, dopo quattro anni di trincea, troncati gli studi, troncato l’impiego, troncata la carriera, non ha che il nome di combattente che gli suona scherno e insulto. I racconti, le voci, le esaltazioni frenetiche della Russia adescano le masse; le agitazioni di tutta l’Europa dopo la pace hanno fatto venire a galla tutto il putridume sociale, che impunemente e impudentemente briga per arraffare tutto quello che i combattenti hanno conquistato, ma che nel disorientamento generale degli spiriti non possono rivendicare. L’esempio del proletariato estero insegnava; l’astensione di 70.000 minatori inglesi nello sciopero del 20 Marzo non era una lieve spinta per il nostro operaio. E gli scioperi pullularono, prima timidi, poi violenti come un uragano. Metallurgici, tranvieri, lavoratori della mensa, lavandaie, stiratrici ed anche maestri, tutte le arti, tutti i mestieri, tutte le industrie nel 1919 non fecero altro che agitarsi proclamando scioperi e sabotaggi. Dalle Camere del lavoro usciva il verbo di vita 0 di morte. Non esisteva altra autorità, non veniva rispettato nessun altro ordine. Era l’esaltazione della forza materiale, del lavoro muscolare: svalutata V intelligenza, svalutato il sapere, svalutati tutti i sentimenti di sacrificio, di gloria e di fama, non si vide la felicità se non nello spartimento materiale dei beni. E dai tumultuosi comizi si passava agli scioperi di solidarietà e il Governo debole, inetto ed ingiusto, piegava la schiena, lasciava fare, mandava la truppa per bersaglio alla teppa e proibiva i cortei patriottici come a Milano e a Roma. Quando si riusciva a compiere una dimostrazione patriottica, subito si inscenava una controdimostrazione socialista contro i combattenti, ai quali non rimaneva altro, come ai primi cristiani, che ritirarsi nelle loro sedi per commemorare le date del martirio, per chiamare con tutta la passione dell’animo i compagni perduti, per esaltare i giorni delle vittorie.

I neutralisti ed i socialisti tentavano una rivincita, sfruttando le miserie del dopo-guerra, il diffuso malcontento per la cattiva condotta morale e politica della guerra, la stanchezza dei combattenti. È vero, e purtroppo bisogna constatarlo, che il Governo non aveva preparato il dopo guerra ed i combattenti non ebbero nessun arco di trionfo, anzi scarsissime furono le manifestazioni di simpatia; vinti parevano e non vincitori. L’Italia doveva quasi vergognarsi di aver potuto affermare il diritto alla vita e all’avvenire col sangue dei suoi mille e mille morti. I reduci, i decorati, i mutilati, gli stroncati, e sopratutto gli interventisti ed i volontari, erano additati col segno dell’infamia al disprezzo delle masse ubriache.

Il «Popolo d’Italia» e Mussolini.

La bandiera della nuova battaglia era il «Popolo d’Italia» con a capo Benito Mussolini, il quale a due giorni dalla vittoria gettava il grido della lotta. E Mussolini così scriveva «Come all’inizio così all’epilogo della guerra, nelle giornate di maggio come in queste radiose di novembre, i nemici dell’Italia sono in piena rotta. I resti di quello che fu il socialismo ufficiale italiano risalgono senza speranze le valli dalle quali discesero con orgogliosa sicurezza, nell’illusione stolta e tedesca e criminale di caporettare la magnifica gente dell’Italia nuova».

Il Popolo d’Italia diventa la tribuna aperta a tutti i combattenti che non rinnegano il sacrificio compiuto.

Mario Carli il 17 Gennaio a Roma costituisce l’Associazione tra gli Arditi d’Italia e Marinetti a Milano il 19 Gennaio forma il primo baldo gruppo dell’arditismo. Il giornale futurista Roma appoggia la nobile iniziativa degli Arditi romani. Il giorno 11 Febbraio si fondano le «Case dell’Ardito» delle quali Benito Mussolini è entusiasta e sostenitore.

A Milano sotto la direzione di Vecchi e Carli viene fondato il settimanale dell’Associazione fra gli Arditi d’Italia: L Ardito. Collaboratori del giornale sono: Marinetti, Bolzon, Bottai, ed altri. Gli Arditi danno tra i primi un forte impulso alla battaglia contro i rinunciatari.

L’Associazione Arditi ha uno sviluppo abbastanza rapido; le sedi sono dei veri e propri fortilizi e lì si formano i nuclei del futuro esercito rivoluzionario fascista. In moltissime città d’Italia sorgono i gruppi.

I social-comunisti incominciano ad organizzare grandi cortei a Milano, a Torino, a Genova, a Firenze, bestemmiando la Patria al grido «libertà ai disertori»; ed i rinunciatari, i socialisti ufficiali inscenano la lotta disfattista contro Fiume e contro la Dalmazia, lotta rinunciataria appoggiata dai giornali Corriere della Sera e Secolo. La situazione peggiora di giorno in giorno ed attorno a Mussolini sono pochi compagni fedeli: il fratello Arnaldo, Giuliani, Michele Bianchi, Razza, Morgagni, Chiavolini e Cavallari.

Nasce così e si matura il germe che domani darà i Fasci di combattimento. Piero Bolzon, il fiero ardito, lancia il manifesto dell’arditismo che vuol dire fede, sacrifìcio e combattimento.

Aurora del Fascismo.

Il 21 marzo per opera di Benito Mussolini sorge il Fascio di combattimento milanese ed il 23 si riuniscono in assemblea a Milano per la prima volta gli aderenti ai Fasci italiani di combattimento. Comincia la nuova storia!

Giornate di rivoluzione scoppiano nell’aprile. Gli scioperi si susseguono a Milano, a Napoli, ed in altre città d’Italia. Perfino i maestri disertano le scuole, in tutta l’Italia.

I bolscevichi italiani sfruttano il caroviveri e provocano disordini ed aggressioni contro i carabinieri e gli agenti di pubblica sicurezza a Bologna, a Torino, a Genova, a Trieste, a Firenze, a Napoli, e nel Biellese.

II poeta soldato Gabriele d’Annunzio battezza nel maggio a Roma con la sua orazione all’Augusteo la bandiera di Randaccio, gli studenti si riuniscono nelle avanguardie dei Fasci di Combattimento, e l’Associazione Nazionale dei Combattenti tiene il primo Congresso a Roma.

Gabriele d’Annunzio nel settembre coi suoi legionari Organizza la marcia rivoluzionaria da Ronchi e salva Fiume; Benito Mussolini si fa subito promotore di una sottoscrizione per la città martire e sostiene l’impresa rivoluzionaria con uomini e con armi; il Governo di Nitti punisce invece gli ufficiali che prendono parte alle manifestazioni patriottiche e chiama disertori i legionari. Ma nuovi Fasci di combattimento sorgono in ogni centro d’Italia ed il 9 Ottobre si tiene a Firenze il primo congresso nazionale fascista al quale partecipano Benito Mussolini, reduce da Fiume, e l’eroico mutilato di guerra Carlo Delcroix.

I disfattisti sferrano la battaglia antinazionale nel settembre profittando dell’artificiosa diffusione dell’Avanti! durante le giornate di sciopero, e l’inchiesta sulla rotta di Caporetto — cancellata dal trionfo di Vittorio Veneto — non è che il pretesto della malvagia manovra socialista-giolittiana, sostenuta dall’Avanti! tendente a creare nelle popolazioni uno stato d’animo di sconfitta, e a favorire così l’assalto alle urne elettorali da parte dei disfattisti e dei rinunciatari. Anche i giornali giolittiani si riuniscono in questa lotta e vomitano tutto il loro livore contro gli autori della guerra, sfogando le più basse passioni che spingono il liberalismo democratico a mettersi in combutta col leninismo.

E l’Avanti! nel settembre insorge contro l’atto di indisciplina commesso dai legionari fiumani e da Gabriele d’Annunzio, prospettando le gravi conseguenze della ribellione dannunziana e invitando la borghesia italiana a stringersi disciplinata attorno al Governo.

Chi diffamò e ingiuriò i liberatori di Fiume, rischiando di suscitare nell’esercito uno stato d’animo profondamente pericoloso, chi sfruttò il gesto eroico dei fiumani cercando di assassinale Fiume martire, non poteva finire che nel pantano creato dalla propria abiezione.

Il periodo elettorale dell’ottobre e novembre dà occasione a disordini e a violenze social-comuniste a Mantova, a Torino, a Milano, a Bologna, ad Arezzo. Ed il Popolo d’Italia, i Fasci di Combattimento e Benito Mussolini sostengono strenuamente le posizioni di battaglia, pronti contro tutto e contro tutti.

L’arresto di Benito Mussolini.

Il Popolo d’Italia, rievocando le tragiche giornate di Via Paolo da Cannobio e l’arresto del Duce, così scriveva: «Sette anni dopo. 19 novembre 1919». «Nella via Paolo da Cannobio, stretta, nebbiosa, coi cavalli di frisia, nel cortile del Popolo d’Italia, erano i segni della difesa e, ahimè, dell’abbandono di molti difensori della vigilia. Eravamo in cinque in redazione al primo piano a meditare sulla situazione. Al piano terreno negli uffici di amministrazione erano presenti carabinieri, baionette innestate; guardie e commissari intenti a fare delle minute perquisizioni. Un senso di disagio, di scoramento aveva invaso gli impiegati. Quel giorno non c’era posto per loro.Gli sportelli erano chiusi, la gente girava largo. Nella sala superiore, quando già eravamo asserragliati da vicino dagli agenti dell’ordine mandati a profusione dal povero prefetto Pesce per volere di Nitti e per imposizione della deputazione socialista lombarda, si discuteva sul da farsi. Il Duce era presente, i 4.000 voti della giornata elettorale del 16 novembre lo avevano convinto che si trattava di un’affermazione. Qualcuno di noi era scosso, qualche altro aveva la bocca amara di veleno. In fondo, era in giuoco tutto il patrimonio della nostra vittoria e della nostra passione. Da Fiume i legionari non potevano .darci un aiuto notevole in quanto erano prigionieri loro stessi della magnifica situazione creata nella città olocausta. Ad un tratto il Duce gridò il suo fermo proposito. «Vi assicuro — disse — che entro due anni io avrò una rivincita formidabile». Il presagio confortò i nostri spiriti e ci diede la forza di cominciare il lavoro di riordino. Intanto si appressò il commissario di pubblica sicurezza cav. Dentala: «Professore, il Questore ha bisogno di parlare con lei!» E il Duce, di rimando: «Dica al Questore che io sto in Via Paolo da Cannobio 35». Qualche ora più tardi arrivava un regolare mandato di cattura ed una brutta automobile di servizio trasportava il Duce in questura insieme al fratello. Dopo due ore, durante le quali il questore Gasti fece subire al Duce un interrogatorio ininterrotto, e dopo la dichiarazione di Benito Mussolini «di aver servito in ogni tempo e in ogni contingente con la penna e con la spada, con la parola e con l’azione la Patria in pace e in guerra» il questore Gasti, per ordine superiore, lo dichiarava in arresto. Era il 18 Novembre 1919. L’azione inqualificabile di Nitti destò un moto di sdegno e di protesta nella fiera cittadinanza milanese. Perfino i socialisti ne furono scornati. Il cellulare durò appena una notte e un giorno».

Il Popolo d’Italia così finiva: «Vi sono dei capitoli di storia che bisognerà ancora scrivere, c’è chi li ricorda e chi li scriverà».

Cenni cronistorici dal 1° Gennaio al 31 Dicembre.

Ministero Orlando. — È presidente del Consiglio dei ministri dal 30 Ottobre 1917 l’on. prof. avv. Vittorio Emanuele Orlando.

1° Gennaio. — Al Politeama Livornese, presentato dall’on. Mar-zocchini, Benito Mussolini commemora Oberdan.

3 Gennaio. — Agitazioni dei metallurgici a Genova e città vicine; sciopero di quattromila operai.

I Dalmati a Mussolini.

3 Gennaio. — Sul Popolo d’Italia di questa data si trova: «Verso la Costituente dell’interventismo italiano. L’adunata dei Fasci della nuova Italia è convocata per il 26 gennaio a Milano. Un saluto dei Dalmati redenti al Popolo d’Italia».

«I Dalmati redenti inviano il seguente saluto al Popolo d’Italia che sostiene fervidamente l’italianità dalmatica: «I Dalmati delle città non ancora redente di Spalato e Traù qui convenuti per ricordare all’Italia nell’ora del trionfo il suo debito d’onore di rivendicare tutta la Dalmazia che ebbe storia e vita civile comuni con Roma e Venezia, porgono a Voi i più sinceri auguri anno novello ed i ringraziamenti più cordiali perchè strenuo ed intelligente assertore della Democrazia siete pure tra pochi in Italia che abbian compreso come primo obbligo dei partiti popolari sia la giustizia verso la propria Nazione e la solidarietà dei fratelli per salvarli ora o mai più da spietata ed aborrita servitù straniera — Dep. Ercolano Salvi di Spalato avv. Giovanni Lubin già deputato dietale, Prof. Giacomo Marcocchia, avv. Save, avv. Salem, dott. Pezzoli, ing. Riboli, Giovanni Bettiza, Carlo Ruggeri, Conte Silvio Micheli, Vitturi Lorenzo, Gilardi dottor Ernesto, Illich Pietro, Buttazoni Antonio, Feoli Luigi, Nutrizio Marco, Sore Matteo, Martmis Marchi, Giuseppe Riboli.»

6 Gennaio. — Agostino Lanzillo, collaboratore del Popolo d’Italia, scrive un importantissimo articolo: «A proposito delle agitazioni dei postelegrafonici. Lo sfacelo dei servizi pubblici». L’autore fa rilevare le gravi condizioni d’Italia nelle ferrovie, nei servizi postale e telegrafico.

10 Gennaio. — Avendo il deputato socialista on. Leonida Bis-solati concesso alla «Morning Post», un’intervista riportata poi il 9 dal Corriere della Sera, intervista nella quale Bissolati rivolgendosi al pubblico inglese si dimostrava pronto alle più ampie rinunzie nei riguardi della Dalmazia italiana, Mussolini sul Popolo d’Italia di questa data scrive un articolo: «Per i nostri diritti sacri, per la nostra pace duratura. Contro la politica assurda, inutile e vile delle rinuncia Il nuovo «parecchio» di Bissolati».

Il Popolo d’Italia del 17 gennaio ricorda Arturo Colautti e l’idea dalmata.

11 Gennaio. — A Milano comizio alla Camera del lavoro rossa a scopo di iniziare un’agitazione popolare di protesta contro il mantenimento delle truppe interalleate in Russia. Finito il comizio replicate colluttazioni con la forza pubblica.

Una delle più gravi manifestazioni rinunciatarie: il discorso di Bissolati a Milano e la solenne condanna inflitta dal popolo milanese alle teorie antinazionali.

11 Gennaio. — L’on. Bissolati, banditore di una teoria rinunciataria la quale avrebbe dovuto nei suoi disegni (che vogliamo ammettere sinceri, per quanto quasi pazzescamente ingenui) portare l’Italia a rinunziare all’Alto Adige col bell’argomento che l’Italia si difenderà sempre con lo stesso coraggio con cui si difese al Piave anche senza possedere il Brennero, eppoi alla rinuncia del Dodecanneso e a quella della Dalmazia, trascurando ragioni strategiche, in nome di un cieco fanatico ideologico programma, quasi che il sacrificio italiano fosse stato fine a se stesso, e che gli interessi del Paese non esistessero, tiene il giorno 12 gennaio ai teatro della Scala un discorso di propaganda. Alle nove di sera quando già il teatro era pieno in tutti i suoi ordini di palchi, nella platea e nella galleria, di un foltissimo pubblico, in cui spiccavano le uniformi degli ufficiali e dei mutilati, entra sul palcoscenico accompagnato da alcuni amici personali. Per una mezz’ora tumultuosa parte del pubblico applaude, parte fischia sonoramente. Ogni tanto si levano alte le grida di: «Viva Fiume», «Viva la Dalmazia», «Abbasso Bissolati». Gran parte del pubblico intende impedire che si parli ai danni della Patria e non valgono gli appelli alla tolleranza. Bissolati riesce a brevissimi intervalli a pronunziare pochi periodi; quasi ogni sua parola suscita fischi e sdegno.

Infine egli si allontana dal teatro. Nella sala si grida che parli Mussolini, il quale si era già distinto per la sua campagna in difesa degli interessi nazionali; fuori del teatro si ha una dimostrazione patriottica pro Dalmazia.

La polemica suscitata da Bissolati ha nella Nazione vasti echi. Si levano proteste un po’ da tutte le parti: sono le madri dei caduti, è il Comitato pro Dalmazia e Fiume, la Società Trento e Trieste, sono i deputati del cosiddetto Fascio parlamentare, è tutta la gente sana d’Italia che insorge.

Nasce così spontanea l’idea di rispondere alla tentata e abortita affermazione rinunziataria con un comizio pro Dalmazia, che vien fissato per il 14 nello stesso teatro della Scala. Viene invitata la popolazione a parteciparvi: è assegnata la presidenza a Benito Mussolini.

Nella polemica particolarmente si distinguono come sostenitori della tesi rinunziataria antinazionale di Bissolati i giornali Corriere della Sera e Secolo; nel commento al tumultuoso comizio della Scala quest’ultimo scriveva che gli antibissolatiani si illudevano «di poter contrapporre a Leonida Bissolati qualche triviale avventuriero della politica». Benito Mussolini che si sentiva colpito da questa allusione, inviava il giorno 13 all’ing. Pontremoli, direttore del Secolo, i suoi rappresentanti nelle persone del maggiore Besozzi e del conte Arrivabene, col cartello di sfida.

Il comizio che doveva tenersi la sera del 14 vien rimandato dal prefetto. È fissato per il giorno 17. La notizia del rinvio viene data da Benito Mussolini da una finestra del caffè Biffi ad una folla che aveva improvvisato una dimostrazione patriottica.

11 rinvio era stato ordinato essendo i rinunciatari ricorsi al raggiro di falsificare i biglietti d’invito. I dimostranti in folti nuclei esprimono la loro indignazione a più riprese, lanciando grida contro Bissolati, il Corriere della Sera e il Secolo, e improvvisando entusiastiche dimostrazioni patriottiche pro Dalmazia.

12 Gennaio. — La sezione di Roma dei Fasci di difesa nazionale prende posizione contro Leonida Bissolati, ex-ministro, che sfrutta a scopo demagogico le idee wilsoniane facendosi propagandista di teorie rinunziatarie a danno delle rivendicazioni integrali d’Italia.

«Per coloro che tornano», articolo di Benito Mussolini sul «Popolo d’Italia» del 16 Gennaio.

«Continuare ancora con lo stesso impeto dei giorni scorsi nella polemica contro i rinunciatari, equivarrebbe a incrudelire sui vinti.

«Dopo la fiera parola del Poeta che li bolla con il marchio indelebile, noi possiamo rivolgere la nostra attenzione ai problemi di politica interna, non meno formidabili di quelli di politica estera.

«È da tre anni che noi gridiamo agli uomini del Governo: «Signori, andate incontro spontaneamente, generosamente a quelli che ritorneranno dalle trincee! Non abbiate paura di parere troppo audaci! Siate grandi nelle vostre parole e soprattutto nei vostri fatti, perchè l’ora, i bisogni, le speranze, le fedi sono grandi!»

«È da tre anni che noi andiamo proclamando le necessità di dare un contenuto «sociale interno» alla guerra, non solo per ricompensare le masse che hanno difeso la Nazione, ma per legarle anche nell’avvenire alla Nazione e alla sua prosperità.

«La smobilitazione è incominciata. Quindici classi sono state congedate. Tornano i reduci. Tornano alla spicciolata. Non hanno nemmeno la soddisfazione estetica e spirituale di vedersi ricevuti trionfalmente, come meriterebbero i soldati che hanno letteralmente demolito uno dei più potenti eserciti del mondo».

«Le «tradotte» rovesciano nelle nostre città il loro carico umano. Il soldato si sveste e torna cittadino. Ecco che le dolenti note incominciano. Il soldato che torna, con la soddisfazione intima di aver compiuto il proprio dovere, cerca lavoro e lavoro non c’è. Denaro per vivere non ne ha e difficilmente ne trova. In ogni caso, è infinitamente triste che degli uomini che spianarono il fucile contro l’austriaco e il tedesco, siano costretti a tendere la mano per il soccorso che può alleviare i bisogni immediati, ma non risolve il problema. È infinitamente triste che degli uomini che furono pronti a morire, non trovino, oggi che la Patria è salva, il necessario per vivere!

«Signori del Governo! Signori delle classi dirigenti, ascoltateci! Se volete, vi manderemo pacchi di lettere che documentano ciò che affermiamo. Ascoltateci, Signori del Governo! Oggi è ancora possibile quello che non sarebbe, o non sarà più possibile domani. Tutto quello che potrete dire non vale contro questo che diciamo noi: è inconcepibile che molti, moltissimi reduci del fronte, si trovino nella più squallida miseria.

«Bisogna provvedere!

«Non lo si è fatto, perchè la pace è «scoppiata». Ma sono ormai tre mesi che la pace è «scoppiata». Quanto tempo dovrà passare ancora, prima di affrontare e risolvere il problema? Non può più passare un mese, ne una settimana, nè un giorno; bisogna, senza indugio; o dar ordini perchè la polizza, o parte della polizza Nitti, sia riscuotibile, o stabilire un premio di trincea.

«Che cosa ha fatto la Francia?

«La Francia ha fissato un’indennità unica di «uscita di campagna» uguale a 250 lire per tutti i militari, nessuno escluso. Questa buon’uscita» aumenta di un tanto in relazione: a) ai mesi passati in trincea; b) alle citazioni all’ordine del giorno; c) ai bisogni speciali delle famiglie numerose. Si può calcolare che un soldato che ha fatto la guerra dal primo giorno all’ultimo, torna a casa con un discreto peculio.

«Queste provvidenze e previdenze per i soldati importeranno una maggior spesa di 1696 milioni. Nemmeno due miliardi!

«In Italia la Commissionissima del dopo-guerra aveva avanzato una proposta più modesta: dare dieci lire per ogni mese passato in trincea 0 in zona di operazione. Non era gran cosa, ma, infine i reduci non sarebbero tornati a casa, come tornano, in istato d’indigenza totale! Quella proposta non è giunta in porto. Perchè? Rispondono gli ufficiosi: necessità di bilancio. Ma noi ripetiamo: «Se la guerra fosse durata ancora qualche mese, sino — come si prevedeva — all’estate del 1919, li avreste o non li avreste trovati i miliardi necessari? Li avreste trovati, perchè una defezione dell’Italia, per ragioni finanziarie, non era nemmeno pensabile. Li avreste trovati all’interno o all’estero, ma li avreste trovati. Ebbene fate oggi, in periodo di armistizio e in vista della firma della pace, quello che avreste fatto durante la guerra. Rivolgetevi alla Nazione. Lanciate il prestito della Pace. Il Prestito per i Combattenti! Non indugiate, come sempre. Non aspettate il domani. Non costringeteci a ritornare sui nostri discorsi, a riesumare le vostre promesse, a risbandierare le vostre esaltazioni. Il combattente che si infangava e si insanguinava nella trincea vi ha creduto. Aveva il dovere di crederci. Ora, che la vittoria è venuta, e con essa in anticipo di molti mesi la pace, i reduci non chiedono se non il necessario per riprendere, per ricominciare, per rivivere. Signori del Governo, passate ai fatti!»

Il Comizio pro Dalmazia a Milano 17 gennaio.

Il Comizio pro Dalmazia organizzato a Milano, in risposta al discorso Bissolati, si tiene la sera del 17 al teatro «La Scala» e riesce imponentissimo. Il Comitato promotore per evitare incidenti stabiliva d’accordo con Benito Mussolini che la parola sarebbe stata data soltanto ai rappresentanti di Fiume, Spalato, Traù. I Dalmati son presentati dall’on. Luzzatto, e accolti da grida di: «Viva la Dalmazia italiana», «Viva Risrnondo», «Viva Fiume». Parla l’onorevole Ercolano Salvi di Spalato, il cui discorso è accolto con grandi grida di «Viva Spalato», «Viva Rismondo».

Essendo stati notati in un palchetto di terza fila i redattori del Corriere della Sera, ed essendosi uno di questi permessa una esclamazione, il pubblico insorge contro il giornale; un gruppo di arditi costringe violentemente a uscire i perturbatori. Segue all’on. Salvi l’avv. Lubin di Traù.

Tutti gli oratori dimostrano l’alta e fiera italianità della loro terra, e chiedono che il trattato di Parigi cancelli l’onta del trattato di Campoformio, unendo la Dalmazia alla madre patria. Viene votato per acclamazione l’ordine del giorno seguente: «La cittadinanza e le associazioni patriottiche di Milano in nome del diritto umano che vieta di abbandonare a sopraffazioni straniere gli eroici difensori di una bimillenaria civiltà, in nome del diritto romano e mazziniano che impone di ridare alla latinità i suoi stessi confini naturali alle Alpi Retiche Giulie e Illiriche, in nome della pace futura e della società delle Nazioni, che si risolverebbero in una ipocrisia se per obbedire al brutale ed esclusivo criterio del numero si mantenesse il pericoloso e invincibile irredentismo degli italiani adriatici, chiedendo che l’Italia garantisca agli stranieri che risultassero compresi nel suo quadro geografico tutte le libertà civili e ai popoli danubiani e balcanici tutti gli sbocchi economici del mare romano-veneto-italiano, reclamano la definitiva liberazione dallo straniero del Trentino fino al Brennero, dell’Istria e della Dalmazia italiana comprese Fiume e Spalato».

Intanto, rispondendo ad un ordine emanato dalla Camera del lavoro e dal Consiglio delle leghe, torme d’operai occupano lo spazio di fronte al teatro in attesa degli oratori, che dovean parlare nel comizio proletario indetto contemporaneamente. Così alle 20,30 parlano prima il socialista Repossi, poi il rappresentante di una lega proletaria, poi il segretario della Camera del lavoro Mariani, e infine il socialista Mengozzi; quale fosse l’argomento dei discorsi ce lo possiamo immaginare. I partecipanti in corteo si muovono poi con l’intento di dirigersi all’Avanti! e per via si scontrano più volte con la truppa; vi sono parecchi feriti e contusi, fra i quali, piuttosto gravemente, il segretario Mariani. Altre dimostrazioni in galleria vengono subito represse. La folla che staziona davanti al Teatro viene caricata e dispersa e nei tafferugli vi sono parecchi contusi fra cui, gravemente al capo, il tenente dei carabinieri Furier.

In occasione del comizio pro Dalmazia, Gabriele d’Annunzio invia al Popolo d’Italia una «Lettera ai Dalmati» e per essi a Ercolano Salvi e a Giovanni Lubin.

17 Gennaio. — A Roma, Mario Carli costituisce l’Associazione fra gli Arditi d’Italia. Il giornale Roma Futurista appoggia la promettente iniziativa.

Gli Arditi di Milano.

19 Gennaio. — Il cap. Ferruccio Vecchi e F. T. Marinetti poeta futurista riuniscono a Milano per la prima volta gli ex arditi di guerra, costituendo un’associazione di arditi milanesi che si renderà poi benemerita nella rivoluzione fascista. Fra i primi inscritti: Mario Carli scrittore soldato, Armando Mazza poeta, Edmondo Mazzuccato romagnolo, Mario Giampaoli, prima garibaldino nelle Argonne, poi volontario di guerra sul fronte italiano (fu il collegatore dell’anima ardita al movimento fascista, afferma Solari negli «Arditi di Milano»), Emilio Malaspina di illustre casato, Gino Svanoni che fu aggredito una sera dai sovversivi, Cornelli Giovanni, Conconi, Buzzi, Rainero, Gio-vannardi studente universitario decorato al valore, i fratelli Sammarco, Fulmini, Tre-soldi, Di Giacomo, Maraviglia, Barabandi, Zanchi, Borella, Biraghi, Spairani, Boni, Bizetti,Virtuani, Piazza, Leigheb, De Luca, Brochieri, Necchi. Bonduri, Bianchi, Martina, Di-ni, Zanoneelli, Mondelli, Ferro, Caretta, Bertolini, Di Giotto, Rapetti, Trecchi, Maurelli Umberto volontario di guerra, cor-ridoniano, Cesare Betti, Gianni Brambillaschi volontario di guerra giovanissimo e legionario fiumano, Gino Gallarini. La sede stabile è trovata soltanto ai primi di aprile, per concessione di Putato, padre di due giovani fascisti. I giornali sovversivi chiamano Covo n. 1 la sede degli arditi e covo n. 2 quella dei Fasci di Via Paolo da Cannobio.

20 Gennaio e seguenti. — Grandi accoglienze nelle principali città d’Italia agli studenti dalmati di Traù, di Sebenico, di Zara, che girano V Italia a scopo di propaganda; così a Genova, a Firenze, a Siena, a Padova, a Roma, a Napoli, ecc.

Grave situazione a Fiume, perchè i Francesi aizzano i Croati contro gli Italiani.

23 Gennaio. — Sciopero tranviario a Genova per più giorni.

24 Gennaio. — Tre comizi a Torino alla Casa del Popolo con l’intervento di 10 mila socialisti.

A Firenze grand’accoglienza agli studenti dalmati e discorso di Isidoro del Lungo.

25 Gennaio. — A Milano sciopero dei metallurgici per varii giorni.

26 Gennaio. — Grande manifestazione patriottica a Pola per Nazario Sauro: oratore Sem Benelli.

27 Gennaio. — A Firenze dimostrazione pro Dalmazia, tafferugli e arresti. A Grosseto manifestazioni pro Dalmazia.

2 Febbraio. — Sciopero degli impiegati dell’Ansaldo a Torino. 5 Febbraio. — Sciopero dei brumisti a Milano.

7 Febbraio. — A Roma si inizia lo sciopero dei tipografi; neanche i giornali escono.

8 Febbraio. — A Trieste le organizzazioni socialiste proclamano lo sciopero generale di solidarietà con i ferrovieri slavi scioperanti. Si noti il perfetto accordo che regnava nelle terre redente fra sovversivi e slavi; a tale opera concorreva attivamente la stampa slava, la quale veniva tollerata in maniera assurda dai governi italiani, così da dare agli slavi l’impressione che quasi si temessero.

16 Febbraio. — Imponente corteo socialista a Milano, in cui si chiede ampia amnistia, smobilitazione, otto ore di lavoro, regime alla russa, abolizione della censura; cinquantamila persone con scritte a mano, con ritratti di Serrati e Lenin inneggiano alla rivoluzione e lanciano grida minacciose contro la borghesia. L’avv. Caldara sindaco di Milano affianca la manifestazione a Roma e tenta di ottenere l’amnistia promettendo che in tal caso non succederanno guai.

Febbraio. — Costituzione in molte città dell’Associazione Nazionale combattenti. Costituzione di essa a Siena, ove ebbe particolare sviluppo e caratteri nettamente filofascisti fin dall’inizio.

La prima amnistia ai disertori.

21 Febbraio. — Sotto la presidenza dell’on. Orlando il 21 febbraio il Consiglio dei Ministri decreta larga amnistia per reati militari e civili. Il decreto che riassumeremo brevemente, comprende anche amnistie per diserzione e ne è il primo esempio, che sarà seguito poi dal Ministero Nitti, il quale lo amplierà notevolmente.

Il Decreto comprende tre ordini di disposizioni riguardanti rispettivamente l’amnistia, il condono totale o parziale di pene e infine i reati di diserzione e di favoreggiamento di essa.

Nei riguardi del reato di diserzione, il decreto Orlando esclude da ogni benefìcio i disertori d’un reparto di prima linea in presenza del nemico, o passati al nemico, i militari disertori per la terza volta nonostante l’ammonimento e i disertori armati che abbiano fatto o tentato di fare uso delle armi contro la forza pubblica. Sono invece amnistiati: 1° I militari il cui procedimento penale sia stato sospeso essendo disertori solo per la prima volta e che abbiano prestato servizio militare almeno sei mesi; 20 i disertori la cui assenza non sia stata superiore ai 15 giorni e rientrino in una delle categorie seguenti: o si siano ripresentati spontaneamente prima della conclusione dell’armistizio o abbiano prestato servizio in maniera lodevole, riportando ricompense al valore, o rimanendo gravemente invalidi o avendo ritardato a presentarsi dalla licenza, pure abbiano un notevole passato militare, o infine si siano allontanati dopo l’armistizio e non abbiano commesso altri reati.

Viene parzialmente condonata la pena e ridotta al limite massimo di 5 anni per quei disertori rientranti nelle suddette categorie che siano stati arbitrariamente assenti per più di 15 giorni.

È ridotta della metà la pena a quei disertori che abbiano prestato almeno un anno di servizio e non siano stati per condizioni fisiche o per ragioni di classe destinati a reparti mobilitati durante il periodo della loro arbitraria assenza.

Per il reato di favoreggiamento di diserzione, il decreto dopo aver distinto il favoreggiatore congiunto da quello estraneo al disertore, concede ai primi un completo perdono, accorda ai secondi il condono di un terzo della pena.

L’Associazione Arditi.

Febbraio. — L’Associazione degli Arditi ha uno sviluppo rapido.

Viene fondato a Milano, sotto la direzione di Vecchi e di Carli, il settimanale dell’Associazione L’Ardito.

l’11 Febbraio vengono istituite le case dell’Ardito, entusiasta sincero Benito Mussolini.

Si costituiscono in molte Città i Gruppi degli Arditi; così a Napoli è organizzata la sezione per opera del ten. Ferrara, a Pavia per opera del cap. Berretta.

A Siena si costituisce pure il Gruppo Arditi per merito di Cialdani, ten. Alessandro Gagnoni, Gianni, Alicciati, Agrimonti.

A Como si costituisce la sezione per opera del cap. Riccò. La sezione di Roma viene organizzata da Giuseppe Bottai. Sorgono le sezioni di Trieste, Pola, Monfalcone, Trento. In Sicilia si inizia l’organizzazione degli Arditi i quali sono inquadrati militarmente.

22 Febbraio. — Da Bandiera Rossa Martinella di questa data, togliamo i seguenti capisaldi del programma socialista . «1° vogliamo abolita la censura; 2° chiediamo l’immediata smobilitazione dell’esercito; 3° l’amnistia per tutti i detenuti e condannati per reati politici e militari; 40 il ritiro dei soldati dalla Russia e dall’Ungheria sovietiste; 50 il diritto delle libertà fondamentali della vita civile, perchè la bandiera rossa sventoli a dispetto di Dio e degli uomini».

Sciopero degli impiegati della Cassa di risparmio di Torino, con lievi incidenti. Sciopero di io mila operai metallurgici a Torino; vengono fermati alcuni trams e fatti segno a violenze; il personale è obbligato a rientrare nelle officine.

23 Febbraio. — A Bologna la federazione socialista organizza una parata proletaria. All’Arena si tiene un comizio. Parlano Gra-ziadei ed altri.

25 Febbraio. — Assalto al Circolo italiano di Spalato da parte dei Croati, approfittando della visita degli ammiragli dell’Intesa; violenze gravissime anti-italiane.

1° Marzo. — A Sampierdarena gli scioperanti maltrattano Rossoni e Bachi dell’Unione Italiana del Lavoro.

2 Marzo. — Sciopero dei fonditori a Milano.

Sciopero dei cantieri Ansaldo a Genova.

6 Marzo. — Il Fascio di difesa nazionale di Roma elegge a suo Presidente l’on. Ercolano Salvi, spalatino, intendendo con ciò rivendicare l’italianità di quella città.

9 Marzo. — I bolscevichi in Piazza S. Sepolcro a Milano assalgono un comizio studentesco organizzato dal prof. Angiolini.

12 Marzo. — Grande convegno Pro Fiume e Dalmazia al teatro Filodrammatici di Milano, indetto dal Fascio delle Associazioni patriottiche.

14 Marzo. — In un comizio di impiegati a Milano i socialisti provocano disordini.

Sciopero di sartine a Torino.

Marzo. — Nella zona di Poggibonsi continue agitazioni, comizi, scioperi; agitatori l’avv. Salvadori, l’on. Sbaraglini e il famigerato Gennarini.

16 Marzo. — Grande .adunata popolare al Teatro Alfieri a Torino per affermare la volontà nazionale per l’assegnazione all’Italia di confini giusti e saldi.

A Bologna festa rossa promossa dai sovversivi nella sala del Teatro Comunale.

Marzo. — Con la costituzione del comando dei Carabinieri nella zona redenta di Rovigno e Dignano (Istria) viene affidata la direzione al cap. Vincenzo Fattoruso, il quale si fendeva poi benemerito del Fascismo di quelle zone aiutandolo attivamente nella propaganda.

16 Marzo. — Giorni di sciopero degli impiegati della Fiat.

Lo sciopero lavorativo di Dalmine.

17 Marzo. — Gli operai dello stabilimento Franchi e Gregorini di Dalmine (Bergamo), organizzati nelle corporazioni sindacali corridoniane, si agitano per questioni economiche e per il riconoscimento dell’Unione italiana del lavoro corridoniana.

Essi invece di ricorrere al solito sciopero si chiudono nello stabilimento ed innalzano una grande bandiera tricolore.

L’occupazione si svolge senza il minimo incidente e senza interruzione del lavoro. Benito Mussolini si reca sul luogo accolto trionfalmente dalle maestranze a cui tiene un appassionato discorso.

Esse, dopo avere ottenuto il riconoscimento delle loro giuste richieste, riconsegnano lo stabilimento ai dirigenti.

Uno sciopero caratteristico.

Riportiamo dal Popolo d’Italia la cronaca del fatto ed il discorso di Mussolini:

«Bergamo, 16 notte. — Dopo la presentazione del memoriale, da noi dato ieri, che la Ditta si rifiutò di discutere dopo un «ultimatum», che è scaduto ieri, gli operai dello stabilimento Franchi e Gregorini, circa 2000, hanno aperto le ostilità contro la ditta in un modo originalissimo e cioè chiudendosi tutti dentro lo stabilimento, obbligandosi al lavoro per non far mancare la produzione normale, ma promettendo anche di non uscire dallo stabilimento senza prima aver ottenuto soddisfazione completa.

«Fino a questo momento nessun incidente è a deplorarsi malgrado prestino servizio due agenti. Gli operai hanno costituito delle squadre di vigilanza per mantenere l’ordine e garantire l’incolumità delle macchine.

«Parecchi abboccamenti sono avvenuti oggi tra operai e proprietari nel gabinetto del prefetto e pare che le discussioni siano a buon punto per una soluzione soddisfacente per gli operai. Il punto maggiormente discusso, che lascia riluttanti i proprietari, è la richiesta del sabato inglese.

«Il tricolore dell’Unione sindacale di Dalmine è issato sul pennone dello stabilimento».

Una giornata a Dalmine. — La magnifica manifestazione operaia. Un discorso di Mussolini.

«Bergamo, 20 — Oggi le masse di Dalmine hanno in un comizio significativo riaffermato il loro diritto alla forma di agitazione adottata che tutti conoscono ed hanno vibrato alla parola impetuosa ed incisiva di Benito Mussolini il quale, a dichiarazione degli operai stessi, ha saputo dimostrarsi, come sempre, l’interprete magnifico della rinnovata coscienza popolare.

«Sin dalla mattinata alla stazione di Bergamo erano ad attender Benito Mussolini un gruppo numeroso di operai bergamaschi, di studenti e di ufficiali. L’operaio Croci, già direttore tecnico dello stabilimento di Dalmine, era venuto in rappresentanza della Unione Sindacale di Dalmine. Ma un contrattempo non permise l’incontro poichè Mussolini arrivò a Dalmine alle ore 12 in automobile.

«Una folla di circa 1200 operai l’attendeva ed il suo apparire provocò un applauso entusiastico. Dopo una breve visita nei locali della sezione dell’Unione Sindacale ed essendosi la folla operaia ingrossata di tutti gli impiegati dello stabilimento, l’operaio Secondo Nosengo, già presidente del Consiglio degli operai, fece cenno di parlare.

«La sua figura robusta, tozza, severa e virile, impose subito silenzio. Egli indossa ancora la completa tenuta di soldato, salvo le stellette. «Dopo la nostra agitazione — così comincia — tutti parlano di Dalmine. Così anche Benito Mussolini che io vi presento, è venuto per conoscere da vicino il nostro movimento e per parlarvi. Io non so cosa vi dirà: egli viene a studiare il nostro movimento poichè noi abbiamo dato da pensare non solo ai padroni ed alle autorità, ma anche agli studiosi.

«Il nostro gesto spontaneo è, come molti gesti spontanei, come molte cose che si improvvisano, geniale. Potremo essere giudicati, lo saremo anzi. Mi piace rilevare però che qualunque sia questo giudizio, esso non potrà mai compromettere la nostra correttezza, poichè, fino a quando lo stabilimento fu in mano nostra, nulla fu toccato e tutto fu rispettato; quando intervennero i rappresentanti dell’autorità costituita, tutto fu sabotato e maltrattato e noi lo abbiamo constatato da ciò che abbiamo visto e... da ciò che non abbiamo potuto vedere».

«Dopo queste dichiarazioni dà la parola al compagno Mussolini. Salito Mussolini sul palco, è accolto da un lungo e nutrito applauso. Mussolini si scopre, saluta e parla. Raccogliamo le linee principali del suo discorso.

«— Dopo 4 anni di guerra terribile e vittoriosa nella quale sono state impegnate le nostre carni e il nostro spirito, mi sono spesso domandato se le masse sarebbero ritornate a camminare sui vecchi binari o se avrebbero avuto il coraggio di cambiare strada. Dalmine ha risposto. L’ordine del giorno votato da voi lunedì è un documento di valore storico enorme, che orienta, che deve orientare il lavoro italiano.

«Il significato intrinseco del vostro gesto è chiaro, è limpido, è documentato nell’ordine del giorno. Voi vi siete messi sul terreno della classe ma non avete dimenticato la Nazione. Avete parlato di popolo italiano, non soltanto della vostra categoria di metallurgici. Per gli interessi immediati della vostra categoria voi potevate fare lo sciopero vecchio stile, lo sciopero negativo e distruttivo, ma pensando agli interessi del popolo, voi avete inaugurato lo sciopero creativo, che non interrompe la produzione. Non potevate negar la Nazione, dopo che per essa anche voi avete lottato, dopo che per essa 500 mila uomini nostri sono morti. La Nazione che ha fatto questo sacrificio non si nega poichè essa è una gloriosa, una vittoriosa realtà. Non siete voi i poveri, gli umili e i reietti, secondo la vecchia ret-torica del socialismo letterario, voi siete i produttori, ed è in questa vostra rivendicata qualità che voi rivendicate il diritto di trattare da pari cogli industriali. Voi insegnate a certi industriali, a quelli specialmente che ignorano tutto ciò che in questi ultimi 4 anni è avvenuto nel mondo, che la figura del vecchio industriale esoso e vampiro deve sostituirsi con quella del capitano della sua industria da cui può chiedere il necessario per se, non già imporre la miseria per gli altri creatori della ricchezza.

«Voi non avete provato per la brevità del tempo e le condizioni di fatto createvi dagli industriali, la capacità a fare, ma avete provato la vostra volontà, ed io vi dico che siete sulla buona strada, perchè vi siete liberati dai vostri protettori, vi siete scelti nel vostro seno gli uomini che vi dirigono e che vi rappresentano e ad essi soli avete affidato il vostro diritto.

«Il divenire del proletariato è problema di volontà e di capacità, non di sola volontà, non di sola capacità, ma di capacità e di volontà insieme. Vi siete sottratti al gioco delle influenze politiche (affilatisi). I vostri applausi me lo dimostrano. Ma io non appartengo alla genìa di quei Maddaleni che ho frustato a sangue. Sono fiero di essere stato interventista. Se fosse necessario vorrei incidere a caratteri di scatola sulla mia fronte la testimonianza per tutti i vigliacchi che io sono stato tra quelli che nel maggio splendido del 1915 hanno chiesto a gran voce che la vergogna dell’Italia parecchista cessasse (acclamazioni) .

«Oggi che la guerra è cessata, io che sono stato in trincea, tra il popolo d’Italia, ed ho avuto per lunghi mesi e quotidianamente la rivelazione in tutti i sensi del valore dei figli d’Italia, oggi, io dico, che bisogna andare incontro al lavoro che torna, e a quello che, non imboscato, ha nutrito le officine, non col gesto della tirchieria che non riconosce ed umilia, ma collo spirito aperto alle necessità dei tempi nuovi. E coloro che si ostinano a negare le «novità» necessarie o sono degli illusi o sono degli stolti che non vedranno la sera della loro giornata.

«Non ho mai chiesto ed oggi meno che mai nulla chiedo ne a voi ne a nessuno. E perciò non ho ansie e preoccupazioni circa l’effetto che faranno queste mie dichiarazioni su di voi. Io vi dico che il vostro gesto è stato nuovo e degno, per i motivi che l’ispirarono, di simpatia. Ancora un rilievo: sul pennone dello stabilimento, voi avete issato la vostra, bandiera che è tricolore, ed attorno ad essa e al suo garrito avete combattuto la vostra battaglia. Bene avete fatto. La bandiera nazionale non è uno straccio anche se per avventura fosse stata trascinata nel fango dalla borghesia o dai suoi rappresentanti politici; essa è il simbolo del sacrificio di migliaia e migliaia di uomini. Per essa dal 1821 al 1918 schiere infinite di uomini hanno sofferto privazioni, prigionia e patiboli. Attorno ad essa, quando era il segnale di raccolta, è stato versato nel corso di questi quattro anni di guerra, il fiore del sangue dei nostri figli, dei nostri e vostri fratelli.

«Mi pare di avere detto abbastanza.

«Per i vostri diritti, che sono equi, e sacrosanti, sono con voi. Distinguerò sempre la massa che lavora, dal partito che si arroga, non si sa perchè, il diritto di volerla rappresentare. Ho simpatizzato con tutti gli organismi operai, non esclusa la Confederazione generale del lavoro, ma più vicino mi sento con l’Unione Italiana del Lavoro. Ma dichiaro che non cesserò la guerra contro il Partito che è stato durante la guerra uno strumento del Kaiser, parlo del Partito socialista ufficiale. Esso vuole tentare sulla vostra pelle il suo esperimento scimmiesco, poichè non è che una contraffazione russa. Voi giungerete, in un tempo che non so se sia vicino o lontano, ad esercitare funzioni essenziali nella società moderna, ma i politicanti borghesi o semiborghesi non debbono farsi sgabello delle vostre aspirazioni per giocare la loro partita.

«Di me possono avervi detto quello che si vuole: non me ne importa. Sono un individualista che non cerca compagni nel cammino. Ne trova, ma non li cerca. Mentre infuria l’immonda speculazione politicante degli sciacalli che spogliano i morti, voi oscuri lavoratori di Dalmine, avete aperto l’orizzonte. È il lavoro che parla in voi, non il dogma idiota o la chiesa intollerante, anche se rossa. È il lavoro che nelle trincee ha consacrato il suo diritto a non essere più fatica, miseria o disperazione, perchè deve diventare gioia, orgoglio, creazione, conquista di uomini liberi nella patria libera e grande, entro e oltre i confini».

Il discorso di Mussolini è spesso interrotto da applausi generali, ripetuti, spontanei e cordiali. A Mussolini seguono Ettore Bartolozzi e Michele Bianchi

Sciopero generale a Pavia.

20 Marzo. — Alcuni giorni di sciopero dei contadini nel Novarese.

21 Marzo. — Agitazione di giornalisti a Torino. Agitazione di tramvieri a Genova.

22 Marzo. — Sciopero degli operai della ditta Tedeschi a Torino.

Mussolini prepara l’adunata del 23 Marzo.

Benito Mussolini, nel Popolo d’Italia, continua a curare il leninismo col ferro rovente, nè dimentica le rivendicazioni dei combattenti e dei lavoratori. Un drappello d’arditi fa diga alla marea fangosa de’negatori.

Il l8 Febbraio sul Popolo d’Italia Mussolini scriveva un articolo per ricordare agli interventisti il dovere di difendere — come dice Giampaoli nel «1919» — fino all’ultimo la vittoria da ogni delittuoso attacco della «bestia trionfante», ed invoca in esso gli spiriti gloriosi di CorridoniT di Battisti, di Sauro, di Rismondo, di Cantucci, e di altri eroi.

Del resto il Duce in molte occasioni, è ancora Giampaoli che ce lo dice, aveva lasciato intendere la necessità di riunire in un Fascio le forze interventiste. È il 2 Marzo lanciò il primo appello dalle colonne del Popolo d’Italia, chiamando ad un’adunata per il 23 Marzo i «corrispondenti, collaboratori, lettori, seguaci del Popolo d’Italia combattenti, ex combattenti, cittadini e rappresentanti dei Fasci della Nuova Italia e del resto della nazione», avvisando che «l’adunata sarà importantissima».

Nei numeri del 6 e del 9 marzo il Popolo d’Italia constata che le adesioni sia individuali che collettive fioccano sul tavolo redazionale con un fervore ed una sollecitudine straordinaria. E si afferma chiaro lo scopo dell’adunata: «Da quella adunata usciranno i Fasci di Combattimento, il cui programma è racchiuso nella parola» (Popolo d’Italia del 6 marzo); «Il 23 Marzo sarà creato l’antipartito, sorgeranno cioè i Fasci di Combattimento, che faranno fronte contro due pericoli: quello misoneista di destra e quello distruttivo di sinistra» (Popolo d’Italia, 9 marzo).

In Via Paolo da Cannobio, nella stretta ed oscura contrada di Milano, sul tavolo di Benito Mussolini, s’ammucchiano le adesioni da tutte le parti d’Italia. Il grido del combattente di Romagna ebbe eco! E, Mussolini, in un articolo sul Popolo d’Italia del 18 marzo, intitolato «23 Marzo» così chiariva il suo pensiero: «Chi segue la vita politica nazionale, la scorge tutta pervasa dai fermenti dell’insofferenza verso l’insieme delle istituzioni e degli uomini che rappresentano il passato anacronistico e da una volontà profonda di rinnovazione. Accanto ai partiti tradizionali, ne sono sorti in questi ultimi tempi due nuovi: il partito popolare italiano ed il partito liberale riformatore. Al disopra di questi partiti stanno altre forze che domani potrebbero giocare una carta decisiva: le Associazioni dei combattenti che spuntano in ogni città e in ogni villaggio d’Italia e. che molto probabilmente si raccoglieranno domani in un solo potente organismo, che avrà una unità di mezzi e di scopi. Può darsi che il trincerismo annulli a un dato momento tutto il resto. Se si esaminano i programmi dei diversi partiti e vecchi e nuovi, si vede che essi si rassomigliano. In certi postulati si identificano. Ciò che differenzia i partiti, non è il programma: è il punto di partenza ed il punto di arrivo.

«Ora noi che non siamo dei vigliacchi maddaleni pentiti per via dell’offa che può essere rappresentata da un miserabile collegio elettorale, noi partiamo dal terreno della Nazione, della guerra, della vittoria. Partiamo insomma dall’interventismo. Questo ci divide irreparabilmente, non solo dal socialismo ufficiale ma anche da tutti quei gruppetti e uomini che, forse vanamente, cercano, per vie dirette o traverse e per motivi più o meno confessabili, di riaccostarsi al partitone, sommo dispensiere di grazie schedaiole.

«Tenendoci fermi sul terreno dell’interventismo, nè potrebbe essere altrimenti, essendo stato l’interventismo il fatto dominante nella storia della Nazione, noi rivendichiamo il diritto e proclamiamo il dovere di trasformare, se sarà inevitabile, anche con metodi rivoluzionari, la vita italiana. Chi vorrebbe dipingerci come conservatori o reazionari, semplicemente perchè non abbiamo più in tasca le tessere delle varie chiese o perchè non ci rassegnamo a gettare nell’Adriatico 100.000 italiani della Dalmazia, è un poderoso imbecille.

«Noi interventisti, siamo i soli che in Italia hanno il diritto di parlare di rivoluzione. Forse per questo, ne parliamo assai poco. Noi non abbiamo bisogno di attendere la rivoluzione, come fa il gregge tesserato; nè la parola ci sgomenta, come succede al mediocre pauroso che è rimasto col cervello al 1914. Noi abbiamo già fatto la rivoluzione. Nel Maggio 1915.

«Noi prendiamo le mosse da quel maggio che fu squisitamente e divinamente rivoluzionario, perchè rovesciò una situazione di vergogna all’interno e decise — vedi intervista Ludendorff — le sorti della guerra mondiale.

«Quello fu il primo episodio della rivoluzione. Fu l’inizio. La rivoluzione è continuata sotto il nome di guerra, per 40 mesi. Non è finita. Può avere o non può avere il decorso drammatico che impressiona. Può avere un ritmo più o meno affrettato. Ma continua.

«Senza la rivoluzione che facemmo nel maggio 1915, non ci sarebbe stato il crollo degli Imperi e tutto questo vasto, enorme sommovimento delle moltitudini. Senza la rivoluzione che facemmo nel Maggio 1915, a quest’ora il Kaiser avrebbe piantato un principe prussiano a Parigi e l’Europa, diventata una colonia o una caserma teutonica, avrebbe vissuto lunghi anni di schiavitù.

«Avere impedito il trionfo delle forze di reazione è stato eminentemente rivoluzionario. Tutti coloro, e in prima fila i socialisti italiani i quali hanno per poco o per molto, direttamente o indirettamente, lavorato per realizzare la vittoria tedesca, sono dei controrivoluzionari, dei reazionari, dei carnefici della libertà.

«Se i socialisti che per quattro anni sono stati dei reazionari — in quanto facilitarono la guerra degli Imperi centrali — possono oggi ciarlare di rivoluzione, lo devono a noi e soltanto a noi che siamo stati rivoluzionari dal Maggio 1915 in poi. Dati questi precedenti quali possono essere i cardini della nostra azione di domani?

«Noi vogliamo l’elevazione materiale e spirituale dei cittadini italiani (non soltanto di quelli che si chiamano proletari...) e la grandezza del nostro popolo nel mondo. Quanto ai mezzi, noi non abbiamo pregiudiziali; accettiamo quelli che si renderanno necessari: i legali ed i cosidetti illegali.

«Si apre nella storia un periodo che potrebbe definirsi «della politica delle masse o dell’ipertrofia democratica». Non possiamo metterci di traverso a questo moto. Dobbiamo indirizzarlo verso la democrazia politica e verso la democrazia economica. La prima può ricondurre le masse verso lo Stato, la seconda può conciliare sul terreno comune del maximum di produzione, capitale e lavoro.

«Da questo travaglio usciranno nuovi valori e nuove gerarchie. Questo, in sintesi, il nostro orientamento politico e spirituale. Questo il terreno di discussione e d’intesa dell’Adunata imminente.

L’inizio della Rivoluzione Fascista.
Costituzione del Fascio di Combattimento a Milano.

21 Marzo. — All’appello lanciato da Mussolini rispondono 500 fedeli da tutta Italia. (Vedi elenco nell’Appendice dell’annata).

Fissata così per il 23 Marzo l’adunata degli aderenti di tutta Italia, Benito Mussolini convoca per il 21 del mese gli aderenti al movimento residenti a Milano, per una riunione preliminare.

A tale riunione prendono parte i seguenti «fascisti»: Mussolini, Angiolini prof. Francesco, Baseggio ing. Cristoforo, Besana Enrico, Bellinato dott. Sebastiano, Berti rag. Giosuè, Bianchi Michele, Boat-tini Vittorio, Bollani Giulio, Bonafini Napoleone, Bossi Piero, Bresciani Italo, Bruzzesi avv. Giunio, Canaveri Giacomo, Cattaneo rag. Luigi Notale, Causin Guido, Cavallari Matteo, Cerasola rag. Federico, Chiesa Giovanni (Garibaldino), Chiesa Mario, Collamati Emilio e Giulio, Contessi Aristide, Contreras Erasmo, De Amici Defendente, De Magistris cav. Emilio, Dentici Rosa, Facchini Antonio, Fasani Ettore, Ferradini Ferruccio, Ferrara Gaetano, Ferretti A., Fiecchi Franco, Fraschini Alcide, Galassi Aurelio, Galimberti Amleto, Gera Piero, Gerii Siro, Ghetti Domenico, Giampaoli Mario, Giovanazzi, Giuliani Sandro, Giunchedi V, Guglielmi G., Jachetti Francesco, Leoni Aimone, Losacco Giovanni Battista, Maiocchi Amedeo, Maiocchi Giordano, Marinetti F. T., Marzari Quirino, Mazzuccato rag. Giuseppe, Mazzola avv. A. G., Meraviglia Carlo, Morisi Celso, Patanè S., Petrani Italo, Pejrani Fernanda e Italo, Piccoli, Porcù Josto, Porcù Flavio, Ronconi G. B., Salimbeni Ottorino, Sanna Francesco, Staffa, Stefanini Salvatore, Sulli Mario, Tedeschi Vittorio e Ines, Tegon Giovanni, Teruzzi prof. Regina, Vitaliani, Vitaloni Vittorio, Volpi Albino, Zuliani Mario.

Presiede la riunione Ferruccio Vecchi valoroso capitano degli Arditi, che afferma la necessità di porre argine al bolscevismo che sta per travolgere anche l’Italia. Esposto così lo scopo della riunione prende la parola Benito Mussolini. Egli parla della necessità di riunire in un solo Fascio con una sola volontà tutti gli interventisti e i combattenti, per indirizzarli ad una mèta precisa, alla valorizzazione della vittoria.

Egli prospetta la necessità e l’urgenza di un blocco, deciso a tutto, di uomini disposti a continuare all’interno la guerra già combattuta contro il nemico esterno. Che se l’Italia deve fare una rivoluzione, questa deve essere prettamente, unicamente, esclusivamente italiana, deve cioè portare impronta romana e latina, senza influenze tartariche e moscovite. Tracciato il programma, Mussolini invita gli intervenuti a esprimere il loro pensiero su di esso, e ad iscriversi al Fascio Milanese di Combattimento, il quale viene senz’altro proclamato costituito. Nessuno degli intervenuti crede necessario di aggiungere alle parole del Duce, le proprie. Viene poi formata la Giunta Esecutiva del Fascio Milanese, che risulta composta di Benito Mussolini, del cap. Ferruccio Vecchi, avv. Enzo Ferrari, Mario Giampaoli, Michele Bianchi, Ferruccio Ferradini e Carlo Meraviglia.

Questa Giunta, appena nominata, la sera stessa del 21 tiene la sua prima riunione nei locali del Popolo d’Italia e stabilisce che Ferruccio Vecchi presieda anche la riunione del 23 Marzo; che Enzo Ferrari porti il saluto agli intervenuti, che le adesioni al Fascio Milanese debbano essere dirette al Popolo d’Italia. Sono raccolte lire 217 per le spese. È eletto segretario Michele Bianchi che è quindi anche fino dai primi d’aprile il primo Segretario Generale dei Fasci. All’uscita nasce un conflitto coi socialisti.

Il 23 Marzo.

Il giorno 23 marzo, domenica, si tiene la storica adunata. Essa ha luogo nel salone concesso dalla Presidenza del Circolo degli Interessi industriali e Commerciali al primo piano del N. 9 di Piazza S. Sepolcro. La riunione ha luogo alle ore io antimeridiane.

Ecco l’elenco dei presenti alla riunione del 23 Marzo: Angiolini prof. Francesco (Milano), Attal ing. Salvatore (Milano), Aversa avv. Giuseppe (Milano), Barabandi Renato (Milano), Bartolozzi Ettore (Bergamo), Benvenuti Ettore ufficiale di marina (Milano), Besana Enrico (Milano), magg. Besozzi (Milano), Bianchi magg. avv. Camillo (Milano), Binda dott. Ambrogio (Milano), Boattini Vittorio (Milano), Bonafmi Napoleone (Milano), Bonavita avv. Francesco (Milano), Boschi Ettore (Monza), Bosi Nereo (Piacenza), Bottini prof. rag. Piero (Milano), Bozzolo cap. Natale (Marchirolo), Brambillaschi Giovanni (Milano), Brebbia Giselda (Milano), Bresciani Italo (Verona), Bruzzesi avv. Giunio (Milano), Capodivacca Giovanni (Milano), Capurro Giuseppe (Sori), Carabellese avv. (Milano), Cr.rli cap. Mario (Roma), Cattaneo rag. Luigi Natale (Milano), Cerasola rag. Federico (Milano), Chierini Gino (Milano), Chiesa Ernesto (Vigevano), Ciarrocca Guido (Milano), Colombi Giuseppe (Milano), Consonni Ferruccio (Milano), Corra Bruno (Milano), Costantino Michele (Bari), Cot-tarelli Leonardo (Cremona), Dagnino Ettore (Comigliano Lig.), DeAn-gelis Ernesto (Napoli), Deffenu Luigi (Nuoro), Del Latte dott. Guido (Milano), Dessy Mario (Milano), Dondena Giov. (Milano), Ercolani Luigi (Cornigliano Lig.), Fabbianini Nino (Novara), Facchini Antonio (Milano), Falletti Pietro (Soresina), Falugi Quintilio (Sesto S. Giovanni), Farinacci Roberto (Cremona), Fasciolo Benedetto (Milano), Ferrara Gaetano (Milano), Ferrari avv. Enzo (Milano), Fiecchi Arturo (Genova), Franceschelli Aldo (Milano), Fraschini Alcide (Pavia), Franzi Erminio (Bergamo), Frigerio Armando (Milano), Funi Achille (Ferrara), Calassi Aurelio (Milano), Garibaldi Decio Canzio (Milano), Ghetti Domenico (Milano), Gioda Mario (Torino), Goldmann Cesare (Milano), Greppi mg. Filippo (Milano), Jachetti Francesco (Milano), Jeckling Manlio (Trieste), Longoni Attilio (Milano), Luzzatto on. avv. Riccardo) Milano), Mainardi Oreste (Cremona), Malusardi Edoardo (Milano), Mangiagalli sen. prof. Luigi (Milano), Manteca dott. Luigi (Milano), Masnata prof. Giovanni (Stradella), Marchi Marco (Verona), Marinetti F. T. (Milano), Marinelli rag. Giovanni (Milano), Martignoni Rodolfo (Musocco), Marzagalli Giuseppe (Greco Milanese), Marzari Quirino (Milano), Massaretti Luigi (Piacenza), Mazzi Tito (Varese), Melli Gino (Brescia), Mecheri Eno (Genova), Moili Mario (Monza), Momigliano avv. Eucardio (Milano), Morisi Celso (Milano), Moroni Paolo (Milano), Nascimbeni Mario (Vigevano), Pasella Umberto (Milano), Pesenti avv. Guido (Milano), Pianigiani Guido (Monza), Podrecca on. Guido (Milano), Pozzi Alessandro (Milano), Pozzi G. P. (Bergamo), Raimondi Carlo (Milano), Ranzanici Angiolo (Bergamo), Razza Luigi (Trento), Riva Celso (Monza), Riva Ubaldo (Bergamo), Rocca Giovanni (Sampieri darena), Rossi Cesare (Milano), Rossi dott. Carlo (Como), Rossi Giuseppe (Alessandria), Scarzi-Ranieri dott. Angiolo (Pegli), Scarani Cleto (Milano), Semino Virginio (Genova), Tacchini Ezio (Sestri P.), Tagliabue Enrico (Monza), Teruzzi prof. Regina (Milano), Vajana Alfonso (Bergamo), Vezzani Menotti (Monza), Zappi Ferdinando (Verona), Zoppìs (Milano), Zuliani Mario (Milano).

È presente naturalmente, oltre ai nominati, la Giunta esecutiva del Fascio milanese: Benito Mussolini, cap. Ferruccio Vecchi, ten. avv. Enzo Ferrari, Mario Giampaoli, Ferruccio Ferradini, Michele Bianchi, Carlo Maraviglia.

Presiede Ferruccio Vecchi, che porge il saluto ai convenuti. Il saluto del Fascio milanese di Combattimento è recato dal pluridecorato al valore ten. avv. Enzo Ferrari.

Mussolini sorge a sua volta a parlare e dice: «Vi dico subito che non possiamo scendere a dettagli. Volendo agire prendiamo la realtà nelle sue grandi linee senza seguirla nei suoi particolari». Egli fa poi le tre dichiarazioni che riportiamo, illustrandole ampiamente. Prima dichiarazione: l’adunata del 23 Marzo rivolge il suo primo saluto e il suo memore e reverente pensiero ai Figli d’Italia che sono caduti per la grandezza della Patria e per la libertà del mondo, ai mutilati e invalidi, a tutti i combattenti, agli ex prigionieri che compirono il loro dovere e si dichiara pronta a sostenere energicamente le rivendicazioni d’ordine materiale e morale che saranno propugnate dalle Associazioni dei Combattenti.

Seconda dichiarazione: l’adunata del 23 Marzo dichiara di opporsi all’imperialismo degli altri popoli a danno dell’Italia e all’eventuale imperialismo italiano a danno degli altri popoli; accetta il postulato supremo della Società delle Nazioni che presuppone l’integrazione di ognuna di esse, integrazione che per quanto riguarda l’Italia deve realizzarsi sulle Alpi e sull’Adriatico con la rivendicazione dì Fiume e della Dalmazia.

Terza dichiarazione: l’adunata del 23 Marzo impegna i fascisti a sabotare con tutti i mezzi la candidatura dei neutralisti di tutti i partiti. — A proposito della lotta elettorale Mussolini dice: «Io non sono un entusiasta della battaglia schedaiola, tant’è vero che da tempo ho abolito le cronache della Camera, e nessuno se ne è doluto. E il mio esempio aveva consigliato altri giornali a ridurre questa cronaca scandalesca fino ai limiti dello strettamente necessario. In ogni modo è evidente che entro questo anno ci saranno le elezioni. Non si conosce ancora la data e neppure il sistema che sarà seguito. Ora, si voglia o non si voglia, in queste elezioni si farà il processo alla guerra; cioè il fatto guerra essendo stato il fatto dominante della nostra vita nazionale, è chiaro che non si potrà evitare di parlare di guerra. Ora noi accetteremo la battaglia precisamente sul fatto guerra, poichè non solo non siamo pentiti di quello che abbiamo fatto, ma andiamo più in là; e, con quel coraggio che è frutto del nostro individualismo, diciamo che se in Italia si ripetesse una condizione di cose simile a quella del 1915 noi ritorneremmo a invocare la guerra come nel 1915.

«Ora è molto triste il pensare che ci siano stati degli interventisti che hanno defezionato in questi ultimi tempi. Sono stati pochi e per motivi non sempre politici. C è stato il trapasso originato da ragione d’indole politica che non voglio discutere, ma c’è stata la defezione originata dalla paura fisica. Noi non avremo nemmeno questa paura fisica che è semplicemente grottesca. Ogni vita vale un altra vita, ogni sangue un altro sangue, ogni barricata un’altra barricata. Ci sono stati neutralisti fra i socialisti, repubblicani e popolari. Se ci sarà da lottare impegneremo la lotta delle elezioni».

L’assemblea con un clamoroso applauso accoglie le ultime parole del Capo. Parlano poi Marinetti, Mario Carli, cap. degli arditi che porta l’adesione dei Fasci futuristi italiani.

Il Presidente dell’assemblea pone ai voti le tre dichiarazioni che Mussolini aveva fatto ed illustrato, ed esse risultano approvate al l’unanimità.

Nel pomeriggio la riunione prosegue. In essa viene presentato e approvato un ordine del giorno di plauso ai lavoratori di Dalmine e Pavia per non aver «obliato i doveri verso la Nazione nelle loro legittime battaglie di classe». Parlano poi Edoardo Malusardi, Giovanni Capodivacca sul programma d’azione dei Fasci, Michele Bianchi, la prof. Regina Teruzzi, Domenico Ghetti, Decio Canzio Garibaldi, Manzini e Arturo Fiecchi, Marinelli, Del Latte, Aurelio Galassi ed Ettore Bartolozzi. Il Presidente propone poi come componenti della Commissione esecutiva centrale, i nomi di Benito Mussolini, Ferruccio Vecchi, avv. Enzo Ferrari, Mario Giampaoli, Ferruccio Ferradini, Antonio Facchini, Enrico Besana, Mario Zuliani, Giovanni Marinelli, Michele Bianchi come Segretario Generale. L’Assemblea approva la nomina di questa Commissione.

La riunione, che doveva segnare nella storia una data non più cancellabile, è ignorata completamente dalla stampa liberale e democratica. Unica voce che esalti l’importanza del fatto, si leva da L Idea Nazionale diretta da Luigi Federzoni.

Il 24 Marzo il Popolo d’Italia cosi scriveva: «L’Adunata di ieri non ha deluso le nostre aspettative. C’era molta gente e venuta da ogni parte d’Italia. C’erano moltissimi amici, ufficiali, soldati ed operai, che ci hanno seguito fedelmente giorno per giorno, nella nostra aspra e ormai quinquennale battaglia. Ma tutto ciò non è l’essenziale.

«L’essenziale è che l’assemblea è stata attiva. Caso forse unico nella storia della nostra politica nazionale la discussione è stata esaurita in 4 ore appena. Forse sarebbero bastate 3; tutti hanno compreso che era perfettamente inutile, anche perchè troppo facile, dar fondo all’universo. Occorreva, piuttosto, di deliberale un’infinità di problemi speciali, tracciare le linee programmatiche dell’azione nostra. E questo è stato fatto. Ora si tratta di creare gli organi di agitazione e di attuazione; questi devono sorgere senza indugio in ogni paese e in ogni città. Ogni amico e lettore nostro, deve farsi iniziatore del Fascio. Non importa di essere in molti. Oserei dire che è preferibile, se non necessario, essere in pochi. Cinque, dieci individui bastano per costituire un fascio. Ora. che la strada è segnata si tratta di canminare audacemente innanzi. Fra due mesi un migliaio di fasci saranno sorti in tutta Italia».

L’«Idea Nazionale» riconosce l’importanza dei Fasci.

24 Marzo. — L’Idea Nazionale giornale nazionalista fa la seguente relazione intorno alla costituzione dei Fasci di combattimento: «Le origini di questi Fasci di combattimento sono note: lo squagliarsi delle organizzazioni interventiste al sole della vittoria, le divisioni profonde che solcano il campo dei partiti costituzionali ed un’assenza imperdonabile da parte del Governo hanno dato una nuova forza ed una nuova audacia al partito socialista che dalle giornate dell’armistizio ad oggi aumenta ogni giorno la sua aggressività.

«Si conoscono oramai in tutta Italia le intenzioni e le speranze bolsceviche del socialismo ufficiale, speranze che vengono agitate ogni giorno davanti alle masse senza trovare resistenza, sentendo la compagine della borghesia piegarsi placidamente sotto le loro sferzate. I 1600 Serrati di Milano si stanno imponendo agli 800.000 cittadini. È il caso dei meno che tirano i più della celebre poesia di Giuseppe Giusti e siccome la scelta per il prossimo attacco bolscevico che taluni dicono prossimo, altri dicono addirittura imminente, sarebbero le città di Milano, Torino, Bologna, e siccome qui più che altrove si sente da vicino il continuo soffiare nel fuoco dei borghesi che dirigono i proletari, così è naturale che qui prima che in ogni altra città sia nato il contravveleno al pericolo che minaccia la tranquillità del paese ....» «L’adunanza ha avuto questo speciale carattere di opposizione al bolscevismo non per difendere l’attuale organizzazione dello Stato, e la classe dirigente quale essa è, ma per incanalare le forze rivoluzionarie nel campo nazionale, tanto economicamente che politicamente. Alcune coraggiose affermazioni di Michele Bianchi sulle questioni economiche hanno ricondotto la discussione su una strada di responsabilità e di assennatezza non frequenti in assemblee di tal genere. Tutto ciò nel campo negativo, vale a dire della resistenza contro l’azione bolscevica, che potrebbe raccogliere intorno a se una fortissima corrente di pubblico favore. Ma dal campo negativo Mussolini è passato nel campo positivo partendo dal punto di vista che la classe dirigente ha fatto fallimento, che ha aperto la successione e che bisogna impedire che questa passi nelle mani del bolscevismo. Mussolini ha esposto un programma politico ed economico che è quello del sindacalismo nazionale, domandando che su tale programma si regolasse l’azione dei Fasci di combattimento.

«Ed ecco che da ente morale contro il socialismo, i Fasci sono diventati un partito con finalità precise e programma preciso, raccolto in determinati confini».