La famiglia Mussolini.

Dal libro delle mortalità, che esiste presso la parrocchia di S. Maria in Montemaggiore, frazione di Predappio, risulta che un bisavolo di Benito Mussolini, agricoltore in proprio, Mussolini Jacobus Antonius, nato nel 1730 — non è scritto dove — morì il 9 Settembre 1810 alla età di 80 anni. Giuseppe Giacomo di lui figlio, fu battezzato nella stessa chiesa parrocchiale l’anno 1772 e visse sino al 1822. Mussolini Luigi Giacomo vissuto dal 1805 al 1842, dovette stabilirsi nel capoluogo del comune ove battezzò un figlio con lo stesso suo nome Luigi nell’anno 1834, ed esso visse sino al 23 gennaio del 1908. Alessandro Mussolini di lui figlio, nato addì 11 novembre 1855, di professione fabbro, uomo battagliero in politica, che fu anche consigliere comunale, deceduto a Forlì il 20 novembre 1911, ebbe dalla legittima moglie Rosa Maltoni, forlivese, tre figli, dei quali il primogenito è Benito, nato nel 1883, il secondogenito è Arnaldo nato nel 1885 e terza è Edvige, nata nel 1888.

La fotografia dell’originale fede battesimale di Benito Mussolini, esiste presso la chiesa arcipretale di San Cassiano in Pennino.

L’on: Mussolini, capo del Governo, è dunque nato da Alessandro e da Maltoni Rosa in parrocchia di San Cassiano, Comune di Predappio, addì 29 Luglio dell’anno 1883 come risulta dal registro di stato civile.

Ecco affermata anche la di lui genealogia che lo designa figlio di una laboriosa e forte gente delle montagne romagnole, non vanamente dette terra di forti e generosi.

Biografia del Duce.

Base fondamentale per la biografia del Duce sono stati i lavori di Margherita Sarfatti e di G. Pini.

La madre di Mussolini si chiamava Rosa Maltoni: era nata a S. Martino in Strada ed era maestra elementare; aveva studiato alle scuole normali di Forlì.. Insegnò nella scuola di Dovi a come madre affettuosa e maestra esemplare. Il padre di Benito Mussolini, Alessandro Mussolini, nacque a Predappio presso Forlì l’11 novembre 1845. Era un lavoratore e come fabbro lavorò a Dovadola, a Meldola, e poi a Dovia, dove creò un’officina. Alessandro Mussolini fu un uomo pieno di passione politica e lottò accanto ad Andrea Costa e ad Amilcare Cipriani. Subì parecchi processi e la prigione a Forlì. Fu consigliere e sindaco di Predappio. La famiglia visse onestamente e fece molti sacrifici per poter fare studiare i propri figli. A questo proposito diremo che quando nel 1895 il figliuolo Benito non poteva esser più mantenuto agli studi per mancanza di mezzi finanziari, la madre aveva rivolto una domanda al prefetto di Forlì per un sussidio: «Si ricordi, Eccellenza, che quest’anno il disagio economico in questo paesello è al colmo, stante la deficienza dei raccolti e la totale mancanza delle uve, unico prodotto di questi luoghi. Ed è appunto per le ragioni suaccennate che la mia povera famiglia si trova in ristrettezze finanziarie tali che siamo costretti di troncare gli studi ad un povero nostro bambino di dodici anni che trovasi nella R. Scuola normale di Forlimpopoli e che, a detta dei suoi maestri, lusinga di promettere qualchecosa....». Il prefetto negava il sussidio.

Così scrive di se Benito Mussolini: «Sono nato il 29 luglio 1883 a Varano de’ Costa, vecchio casolare posto su di una piccola altezza di un villaggio di Dovia, frazione del comune di Predappio. Sono nato in un giorno di domenica, alle due del pomeriggio, correndo la festadel Patrono della parrocchia delle Camminate, la vecchia torre cadente che dall’ultimo dei contrafforti appenninici digradante fino alle ondulazioni di Ravaldino domina alta e solenne tutta la pianura forlivese. Il sole era entrato da otto giorni nella costellazione del Leone». Il padre Alessandro aveva chiamato il proprio figlio Benito dal nome di Benito Jaurez, Capo rivoluzionario del Messico contro l’Imperatore Massimiliano.

Così descrive la sua infanzia Mussolini. «La mia vita di relazione cominciò a sei anni. Da sei ai nove andai a scuola, prima da mia madre, poi da Silvio Marani, allora maestro superiore a Predappio. Io ero un monello irrequieto e manesco. Più volte tornavo a casa con la testa rotta da una sassata. Ma sapevo vendicarmi. Ero un audacissimo ladro campestre. Nei giorni di vacanza mi armavo di un piccolo badile e insieme con mio fratello Arnaldo passavo il mio tempo a lavorare nel fiume.... Frequentavo anche la fucina di mio padre che mi faceva tirare il mantice. Notevole il mio amore per gli uccelli, e in particolar modo per la civetta. Seguivo anche le pratiche religiose insieme con mia madre, credente, e mia nonna, ma non potevo rimanere a lungo in chiesa, specie in tempo di grandi cerimonie. La luce rosea dei ceri accesi, l’odore penetrante dell’incenso, i colori dei sacri paramenti, la cantilena strascicante dei fedeli e il suono dell’organo mi turbavano profondamente». Nel 1892 all’età di 9 anni Benito Mussolini fu messo nel Collegio dei Salesiani di Faenza. Rimase chiuso nel collegio come un vero selvaggio ribelle spesso litigando con i compagni finchè fu espulso. I genitori allora si sacrificarono per farlo continuare negli studi all’Istituto Magistrale di Forlimpopoli «Giosuè Carducci» diretto dal fratello del poeta: Vilfredo Carducci. Le vacanze Benito Mussolini le passava a Forlì rifugiandosi in biblioteca, avido di leggere e di sapere. A sedici anni, nel teatro di Forlimpopoli, commemora Giuseppe Verdi. Il Municipio di Predappio gli rifiutava un posto di scrivano, ma con volontà ferrea Benito Mussolini seppe conseguire il diploma di magistero: veniva nominato insegnante in una scuola elementare nel Comune di Gualtieri Emilia il 13 Febbraio 1902 dove stette per tutto l’anno scolastico. Benito Mussolini prendeva la decisione di tentare la fortuna all’estero e così scrive di se: «.... allora io feci il divisamento di emigrare in Svizzera e tentare la fortuna; telegrafai a mia madre per avere il denaro necessario per il viaggio, e mia madre mi mandò telegraficamente L. 45. Il 9 luglio, a sera, giunsi a Chiasso. Nell’attesa del treno che doveva portarmi nel centro della Svizzera, presi il Secolo e fui non poco stupito e addolorato quando in una corrispondenza trovai la notizia dell’arresto di mio padre. A Predappio e ad Orte gli elettori di parte socialista e popolare avevano fracassate le urne per impedire la vittoria ai clericali: l’autorità giudiziaria aveva spiccati diversi mandati di cattura, ed uno di questi aveva colpito mio padre. «Questa notizia mi pose dinanzi il bivio: tornare o procedere? Decisi di continuare il viaggio, e nel pomeriggio del io luglio discesi alla stazione di Yverdon con due lire e dicci centesimi in tasca». In Svizzera Mussolini passò il periodo più triste della sua vita. L’unica cosa che fosse di compenso a tanta miseria, era la libertà individuale; presto però la polizia svizzera lo avrebbe privato anche di questa. Poi andò a Losanna, senza danari, pieno di fame, pieno di sonno. Una mattina ecco il poliziotto che lo arresta come vagabondo e lo porta in carcere. Ad Orbe fu assunto come manovale con un compenso di 32 centesimi l’ora per un lavoro giornaliero di 11 ore. A Losanna fece il fattorino presso un oste italiano, ed entusiasta frequentò le lezioni universitarie di Vilfredo Pareto. Mussolini era stato attratto dagl’insegnamenti geniali del grande italiano che poi fu nominato senatore subito dopo la marcia su Roma. Fece conoscenza con molti studenti di varie nazioni specialmente coi russi, di cui studiò la lingua e i costumi. Imparò poi il tedesco ed il francese, l’inglese e lo spagnolo. Nel 1905 prestò servizio militare come bersagliere nella cittadella di Peschiera. In quest’anno gli moriva la madre. Congedato dal servizio militare veniva mandato ad insegnare nelle scuole elementari di Caneva, frazione del Comune di Tolmezzo nel Friuli. Nel 1908 si chiudeva il periodo di vita randagia dentro e fuori i confini della Patria. Antonio Beltramelli così riferisce: «Lo vedo sempre, o quasi sempre, solo, attraversare la grande piazza di Forlì evitando i portici, per non incontrare forse quella gente che lo infastidiva: il bavero rialzato, il cappello sugli occhi, la testa bassa. Una fitta barba nera; il volto pallido. Se levava gli occhi, si vedeva sorgere, con quella luce sua fonda, una volontà granitica. Occhi impenetrabili. Egli poteva vedere in noi senza conceder niente di se stesso. Vi rimaneva volontariamente estraneo. Non sempre però, che, per poco gli garbaste, tramutava all’improvviso e allora quasi per un miracolo, su quella sua faccia segnata da linee virilmente ferme, appariva il sorriso di un fanciullo». Il 6 febbraio Mussolini partiva dalla Romagna e andava a Trento a coprire il posto di Segretario del lavoro ed alla direzione del settimanale L’avvenire del lavoratore. Nonostante fosse socialista, in Austria combattè per l’italianità delle terre irredente. Dal giornale Avvenire passava al Popolo quotidiano di Cesare Battisti collaborando su questo giornale anche con lavori letterari e con romanzi. Sosteneva la lotta irredentistica, ed un giorno usciva con il motto «Il confine d’Italia non. si ferma ad Ala»; perciò veniva immediatamente cacciato dall’impero d’Absburgo. Ritornando nell’ottobre 1909 a Forlì pubblicava Il Trentino visto da un socialista.

La passione politica così forte nei figli della sua Romagna lo portava alle battaglie, ai cimenti, alle prove più ardue. Non disdegnò di essere operaio; fu volta a volta insegnante, giornalista e uomo politico. Ai primi di Gennaio del 1910 fondava il giornale polemico La lotta di classe. Viveva in povertà con la moglie Rachele e la piccola Edda. Era avversario del socialismo riformista, tanto da rendere autonoma la federazione socialista di Forlì dal partito socialista scagliandosi con forza sulle colonne del suo giornale contro «i socialisti ben pasciuti della nuova età, i pseudo-intellettuali del positivismo accademico che guardano con un sorriso di asinità incommensurabile tutti i tentativi ideali». «Al gregge obbediente e rassegnato, che segue il pastore e si sbanda al primo grido dei lupi, preferiamo il piccolo nucleo risoluto, audace, che ha dato una ragione alla propria fede, sa quello che vuole e marcia direttamente allo scopo».

In occasione della impresa di Libia, a Forlì si fece una dimostrazione di protesta. La massa socialista commise atti di vandalismo. Veniva logicamente colpito Mussolini, processato e condannato a un anno di detenzione (18 Novembre 1911). Egli si era opposto all’impresa della Libia per argomenti economici e geografici, non per motivi internazionalistici. Così diceva: «L’impresa avrebbe potuto gravemente ferire gl’interessi della Nazione, a cui indissolubilmente si legano gl’interessi del proletariato. Io voglio un’Italia che si ponga in condizioni di redimere i propri figli dalla duplice miseria economica e morale». La corte d’appello di Bologna nel febbraio del 1912 gli riduceva la pena a 5 mesi di reclusione durante i quali ebbe occasione di scrivere un lavoro su Giovanni Huss. Il padre Alessandro era morto nel 1910. Mussolini uscito dal carcere si dava alla politica partecipando ai due congressi socialisti di Reggio Emilia e di Ancona, facendo espellere i riformisti nel primo; egli veniva allora chiamato a far parte della direzione del partito socialista e nel secondo congresso sosteneva con fierezza l’incompatibilità dei socialisti con la massoneria, la lotta necessaria e indispensabile contro una setta che non aveva diritto di esistere.

Benito Mussolini veniva chiamato alla direzione dell’Avanti! nel dicembre del 1912. L’Avanti! aumentava ed elevava le sue copie al numero di 100.000. Mussolini preannunciava un programma di azione: «Noi fermamente crediamo che in piazza, non altrove, si combatteranno, maturi i tempi e gli uomini, le decisive battaglie». Quale direttore dell’Avanti! fondava una rivista di cultura Utopia e continuava a subire processi politici.

Nel gennaio del 1912 Giorgio Sorel lo vaticinava Duce d’Italia: «Il nostro Mussolini non è un socialista ordinario. Credetemi, voi lo vedrete forse un giorno alla testa di un battaglione sacro, salutare con la spada la bandiera italiana. È un italiano del XV secolo, un condottiero. Non lo si sa ancora; ma egli è il solo uomo, energico, capace di riparare le debolezze del Governo». Scoppiata la guerra tra l’Austria, la Germania, la Francia, e la Russia, Mussolini veniva a un contrasto insanabile con i dirigenti del partito socialista; lasciava la direzione dell’Avanti! e il 15 Novembre 1914 fondava Il Popolo d’Italia. Allontanatosi dal partito socialista, in quanto si vedeva negato ogni impulso spirituale, con la penna, con la voce, col rischio proclamava la necessità dell’intervento italiano. Il partito socialista tentava allora in ogni maniera di isolare Mussolini. Benito Mussolini era assistito dal fratello Arnaldo, che provvedeva giorno per giorno a risolvere il grave problema finanziario del giornale. Il 25 novembre 1914 Benito Mussolini veniva espulso dal partito socialista; partecipando all’assemblea che lo doveva condannare disse: «Ma vi dico fin da questo momento che non avrò remissione, non avrò pietà alcuna per tutti coloro che in questa tragica ora non dicono la loro parola, per paura dei fischi o per paura delle grida di abbasso».

A Parma il 13 dicembre 1914 teneva un magnifico discorso interventista col motto: «È il sangue che dà il movimento alla ruota sonante della storia. Chi tiene troppo alla sua pelle non andrà a combattere nelle trincee, ma non lo vedrete di certo nemmeno il giorno della battaglia nelle strade».

«Audacia», articolo di B. Mussolini sul n. I del «Popolo d’Italia».

Mussolini chiama a , al movimento interventista, lanciando gli appelli squillanti e gli articoli di riscossa, molti uomini del socialismo e del sindacalismo, fondando i fasci d’azione rivoluzionaria. Benito Mussolini dalla sede piccola di Via Paolo da Cannobio a Milano elabora, studia e prepara l’imposizione della minoranza interventista contro l’ignavia del Governo e l’inerzia della massa, e incita tutti a preparare lo spirito con fede e con forza alla grande e santa guerra.

Così, il 15 novembre 1914 — come abbiamo detto — il socialista rivoluzionario Benito Mussolini elaborava l’articolo di presentazione del primo numero del suo giornale Il Popolo d’Italia.

«All’indomani della famosa riunione ecumenica di Bologna, nella quale — per dirla con una frase alquanto solenne — fui «bruciato», ma non «confutato», io posi a me stesso il quesito che oggi ho risolto creando questo giornale di idee e di battaglia. Io mi sono domandato: «debbo parlare o tacere? Conviene che mi ritiri sotto la tenda come un soldato stanco e deluso, o non è invece necessario che io riprenda — con un’altra arma — il mio posto di combattimento?» Vivere o morire, sia pure inghirlandato di molti elogi.... postumi, alcuni dei quali avevano la deliziosa sincerità delle epigrafi pei defunti? Sicuro come sono che il tempo mi darà ragione e frantumerà il dogma stolto della neutralità assoluta, come ha spezzato molti altri non meno venerabili dogmi di tutte le chiese e di tutti i partiti, superbo di questa certezza che è in me, io potevo aspettare con coscienza tranquilla. Certo, il tempo è galantuomo, ma qualche volta è necessario andargli incontro.

«In un’epoca di liquidazione generale come la presente, non solo i morti vanno in fretta come pretendeva il poeta, ma i vivi vanno ancor più in fretta dei morti. Attendere può significare giungere in ritardo e trovarsi dinanzi all’inevitabile fato compiuto, che lamentazioni inutili non valgono a cancellare. Se si fosse trattato e si trattasse di una quistione di secondaria importanza, non avrei sentito il bisogno, meglio, il «dovere» di creare un giornale; ma, ora, checchè si dica dai neutralisti, una quistione formidabile sta per essere risolta: i destini dell’Europa sono in relazione strettissima coi possibili risultati di questa guerra; disinteressarsene significa staccarsi dalla storia e dalla vita. Ah no! Noi non siamo, noi non vogliamo essere mummie perennemente immobili con la faccia rivolta allo stesso orizzonte, o rinchiuderci tra le siepi anguste della beghinità sovversiva, dove si biascicano meccanicamente le formule corrispondenti alle preci delle religioni professate; ma siamo uomini, e uomini vivi che vogliamo dare il nostro contributo, sia pur modesto, alla creazione della storia.

«Incoerenza? Apostasia? Diserzione? Mai più. Resta a vedersi da quale parte stiano gli incoerenti, gli apostati, i disertori. Lo dirà la storia domani, ma la previsione rientra nell’ambito dalle nostre possibilità divinatorie. Se domani ci sarà un po’più di libertà in Europa, un ambiente quindi politicamente più adatto alla formazione delle capacità di classe del proletariato, disertori ed apostati non saranno stati tutti coloro che al momento in cui si trattava di agire, si sono neghittosamente tratti in disparte?

«Se domani, invece, la reazione prussiana trionferà sull’Europa e — dopo la distruzione del Belgio — col progettato annientamento della Francia, abbasserà il livello della civiltà umana, .disertori ed apostati non saranno stati tutti coloro che nulla hanno tentato per impedire la catastrofe?

«Da questo ferreo dilemma non si esce ricorrendo alle sottili elucubrazioni degli avvocati di ufficio della neutralità assoluta, o ripetendo un grido di «abbasso» che prima della guerra poteva avere un contenuto e un significato, ma oggi non lo ha più. Oggi — io lo grido forte — la propaganda antiguerresca è la propaganda della vigliaccheria.

«Agli interrogativi inquietanti più sopra allineati ho risposto per mio conto. Essi spiegano l’origine e gli scopi del giornale.

«Questo ch’io compio è un fatto di audacia e non nascondo le difficoltà dell’impresa. Sono molte e complesse, ma ho la ferma fiducia di superarle. Non sono solo. Non tutti i miei amici di ieri mi seguiranno; ma molti altri spiriti ribelli si raccoglieranno intorno a me. Farò un giornale indipendente, liberissimo di pensiero, «Mio». Ne risponderò solo alla mia coscienza e a nessun altro. Non ho intenzioni aggressive contro nessuno, ma sono disposto a battermi contro chiunque tentasse d’impedirmi la libera critica di un atteggiamento che ritengo per varie ragioni esiziale agli interessi nazionali e internazionali del proletariato.

«Dei malvagi e degli idioti non mi curo. Restino nel loro fango i primi, crepino nella loro nullità intellettuale gli ultimi. Io cammino!

«E riprendendo la marcia — dopo la sosta che fu breve — è a voi giovani d’Italia; giovani delle Officine, e degli Atenei, giovani d’anni e giovani di spirito, giovani che appartenete alla generazione, cui il destino ha commesso di «fare» la storia; è a voi ch’io lancio il mio grido augurale, sicuro che avrà nelle vostre file una vasta risonanza di echi e di simpatie.

«Il grido è una parola che io non avrei mai pronunciato in tempi normali e che innalzo invece forte, a voce spiegata, senza infingimenti, con sicura fede, oggi; una parola paurosa e fascinatrice: Guerra».

E precisamente nella piccola redazione di Via Paolo da Cannobio si costruì faticosamente, appassionatamente, eroicamente la grandezza della Patria. Il vero rivoluzionario fu Lui, il protettore del proletariato fu Lui, gl’incoerenti, gli apostati, i disertori furono gli altri: i conigli, i malvagi, gl’idioti socialisti che non vollero la guerra e la rivoluzione, non per fede, ma per paura.

Benito Mussolini faceva domanda di arrolarsi volontario, dopo che il 24 Maggio il Re ed il popolo italiano dichiaravano guerra all’Austria a dispetto del Parlamento. La domanda veniva respinta ed egli veniva chiamato sotto le armi il 31 agosto. Benito Mussolini combattè; sergente dei bersaglieri, il 7 settembre il bersagliere Mussolini riceveva il battesimo del fuoco a Quota 1270 presso Monte Nero e rimaneva ferito gravemente in più parti del corpo.

Il 22 novembre il Popolo d’Italia pubblicava un articolo del suo direttore che, come interventista e come combattente, si rivolgeva a S. E. il Ministro degli Interni on. Orlando: «On. Orlando, c’è la guerra! Una guerra che distrugge a centinaia ed a migliaia le giovani vite dei nostri fratelli; una guerra nella quale l’Italia ha gettate tutte le sue risorse. Bisogna vincere perchè la posta è la vita della Nazione e la libertà dei popoli. Bisogna vincere ad ogni costo, e perciò è necessaria la disciplina più completa di tutta la Nazione, e perciò è ugualmente criminoso attentare alla resistenza morale e lasciare che questo attentato si compia. C’è la guerra, e un Governo in tempi di guerra ha delle responsabilità gravissime che richiedono il pugno di ferro del soldato e non l’anguillesca acquiescenza del politicante....

Non c’è pietà per il soldato che fugge davanti al nemico; non ci deve essere pietà per chi tenta di pugnalare alla schiena la Nazione armata. Vicino al Campidoglio, on. Orlando, c’è la rupe Tarpea

Nel pomeriggio del 23 febbraio 1917 verso le ore 13 Benito Mussolini veniva ferito dall’esplosione di una bomba in più parti e portato in cura in un ospedaletto da Campo presso Ronchi ove lo curava amorosamente il dottor Ambrogio Binda. Il 7 marzo il Re visitava nello spedale il suo futuro primo ministro. Del resto per quello che riguarda la passione della santa guerra di Mussolini possiamo rimetterci al suo lavoro Il mio diario di Guerra (1915-1917). Il 2 aprile Benito Mussolini veniva trasportato in convalescenza a Milano dove poteva moltiplicare i suoi articoli incitatori sul Popolo d’Italia, parlare nelle strade e nelle piazze incoraggiando alla resistenza e alla lotta. La sua intensa propaganda si accentua nell’inverno e nella primavera dopo Caporetto, e la sua parola contribuisce a rianimare i combattenti d’Italia.

Ed il 4 novembre 1918 le terre irredente del Trentino, dell’Istria, di Trieste si univano alla gran Madre. Mussolini scriveva sulle colonne del Popolo d’Italia: «È la grande ora! L’ora dell’allegrezza divina, quando il tumulto delle emozioni sospende i battiti dei cuori e dà un groppo alla gola. La lunga passione coronata al fine dal trionfo, strappa le lacrime dalla gioia anche agli occhi che molto videro e molto piansero. Un grido immenso si levi dalle strade e dalle piazze, dalle Alpi alla Sicilia: «Viva, viva, viva l’Italia!!».

***

24 Marzo. — Sciopero delle sartine a Genova.

25 Marzo. — Agitazione dei risaioli e dei metallurgici a Novara. Costituzione del Fascio a Genova e a Torino, ad opera di A. Longoni. Scioperi dei parrucchieri a Milano.

Nuovi Fasci di combattimento.

26 Marzo. — Costituzione del fascio a Verona ad opera di Italo Bresciani.

Costituzione del Fascio a Treviso. Costituzione del Fascio di Bergamo ad opera di Enzo Ferrari ed Ettore Bartolozzi.

Marzo. — Sorti nei giorni immediatamente seguenti alla riunione del 23 marzo i Fasci di Genova, Torino, Treviso, Bergamo, Verona il Popolo d’Italia scrive: «Sorgono i Fasci. L’appello che abbiamo lanciato domenica scorsa è stato raccolto. Genova, Verona, Torino, marciano in testa. In altre città i nostri amici sono all’opera! Non si tratta che di volere, e i Fasci di combattimento sorgeranno dovunque. Non c’è bisogno di ripetere che la loro vita interna è assolutamente autonoma. Statuti, regolamenti, ecc., tutto ciò è roba di partiti: ogni Fascio munirà i suoi soci di una tessera per il riconoscimento personale e farà un regolamento con un solo articolo: il socio che manca tre volte consecutive all’adunata è automaticamente dimesso.

«Basta. Non c’è bisogno d’altro. Noi rinnoviamo l’appello ai nostri amici abbonati e lettori. Noi vogliamo contare in poche settimane di lavoro intenso almeno un migliaio di Fasci.

«È solo creando questa organizzazione snodata, libertaria e potente, che noi potremo agire al momento opportuno».

27 Marzo. — A Prato si tiene un comizio nazionalista sulla politica del momento; i socialisti provocano tafferugli e turbano il normale svolgimento, fischiando e impedendo la parola all’oratore Mario Floriani.

28 Marzo. — Scioperi dei comici a Milano. Costituzione del Fascio a Padova.

29 Marzo. — Sciopero dei sarti a Torino.

30 Marzo. — A Torino viene lanciato da Mario Gioda l’appello per la costituzione del Fascio di combattimento. Aderiscono i Fasci del Canavese, Ciriè, S. Maurizio, Caselle con Borio. Il giornalista Longoni di Milano espone il programma.

Costituzione del Fascio di Napoli ad opera di Ernesto De Angelis.

1° Aprile. — A Bologna tumultuoso comizio socialista.

2 Aprile. — Adunata del Fascio di combattimento milanese per opporre un programma di azione e propaganda alla minaccia leninista. All’adunanza intervengono e fanno una relazione sullo sviluppo del Fascismo nelle loro regioni i rappresentanti del Piemonte, Liguria e Veneto. Vengono nominati Attilio Longoni segr. generale dei Fasci; Morisi segr. amm.; Mussolini, Marinetti, Bianchi, Ferrari e Monzini per la propaganda; Facchini, Besana, Zuliani, Casadei e Marinelli commissarii per il finanziamento.

2 Aprile. — Sciopero degli impiegati e capi tecnici delle industrie metallurgiche di Torino e Savigliano; molte migliaia di scioperanti. Sciopero a Rovere e a Brescia, di tutte le categorie.

6 Aprile. — Sciopero dei tipografi a Napoli.

7 Aprile. — La sezione di Genova dell’Associazione Nazionale combattenti delibera di agire contro il bolscevismo.

8 Aprile. — Lo sciopero dei capitecnici ed impiegati delle industrie metallurgiche torinesi porta all’inevitabile sospensione del lavoro con disoccupazione di oltre 40 mila operai.

9 Aprile. — Agitazione dei tramvieri a Firenze.

Una giornata di sciopero generale a Roma: grandiose controdimostrazioni nazionaliste. — Parole di Federzoni.

10 Aprile. — Col pretesto di commemorare la settimana rossa di Berlino e di solennizzare il natalizio di Lenin i capi del partito socialista italiano indicevano a Roma per quel giorno una manifestazione proletaria. La polizia per misura prudenziale, data la grande propaganda di vaghe minaccie e di grosse parole, gli annunzi catastrofici dei giorni precedenti, e un eccessivo inorgoglirsi del già fiorente partito socialista, proibiva la manifestazione, la quale sarebbe venuta per colmo a cadere in un periodo particolarmente delicato della vita politica italiana, mentre cioè il Governo si trovava a Parigi alla conferenza per la pace.

Il divieto delle autorità al comizio e al corteo veniva accolto con grave scorno dai socialisti, i quali proclamavano per il giorno 10 lo sciopero generale.

Il Governo proibiva allora ogni dimostrazione, e disponeva per le primissime ore del mattino uno schieramento di forze eccezionali: tutte le truppe consegnate, pattuglie di cavalleria, squadre di bersaglieri ciclisti, guardie e carabinieri perlustravano tutte le vie con l’ordine di sciogliere ogni assembramento. Le organizzazioni aderenti alla Camera del lavoro socialista accettavano di partecipare alla manifestazione. Invece alcune organizzazioni economiche a sfondo più o meno nettamente patriottico, quali la Camera del lavoro della Croce Bianca, il Consiglio generale dell’Unione del lavoro di Roma e provincia, il Fascio popolare di educazione, e, fra le associazioni patriottiche, particolarmente l’Associazione nazionalista romana, affiggevano manifesti con caldi appelli al patriottismo della cittadinanza e delle classi lavoratrici, affinchè il tentativo vergognoso di screditare la Nazione fallisse. E così la giornata del 10 aprile che doveva vedere per le vie di Roma trascorrere tumultuanti orde bolsceviche, vide invece manifestazioni patriottiche popolari quali soltanto i giorni fatidici avevano veduto. Un altro carattere della giornata fu questo: Io sciopero fu subito, non voluto dalla grande maggioranza degli operai e non mancarono le defezioni: così il servizio tramviario rimaneva in piena attività in quasi tutte le linee fuori dell’urbe. Energiche misure venivano prese per il funzionamento del servizio del gas, al quale provvedevano parte degli operai che non avevano abbandonato il lavoro. I servizi della nettezza urbana si svolgevano pure alla meglio I mercati procedevano regolarmente.

Le trattorie rimanevano aperte in gran maggioranza; l’andamento dei pubblici servizi veniva particolarmente curato dal sindaco Principe Colonna e dall’Assessore Cremonesi. Venivano sorvegliate la Camera del lavoro e la Casa del popolo, nelle quali sedeva in permanenza lo stato maggiore socialista.

Lievi incidenti avvenivano nel pomeriggio. Verso le due si riunivano vari socialisti presso l’educatorio «Andrea Costa»; la truppa li caricava e veniva effettuato qualche arresto. Più tardi alcune centinaia di operai si riunivano all’Esedra attorno ad una bandiera rossa e nera del sindacato metallurgici. La cavalleria caricava i dimostranti; venivano tratti in arresto i socialisti D’Amato, Velia, avv. Della Seta, Mazzini, avv. Edoardo della Torre, il sindacalista Camollio e molti altri. I cittadini che si trovavano spettatori, applaudivano entusiasticamente all’azione della forza pubblica e provvedevano a sciogliere gli ultimi resti della dimostrazione scagliandosi contro i socialisti che capitavano a portata di mano.

Intanto il gruppo nazionalista romano riuscito a sapere nella mattina le intenzioni dei socialisti, provvedeva a organizzare, senza manifesti, senza preavviso, una controdimostrazione per la sera. Verso le cinque in piazza Colonna si riuniva un nucleo di dimostranti; le prime forti linee del corteo erano composte di ufficiali e soldati di tutte le armi, specialmente arditi. Il corteo, che percorreva tutto il Corso Umberto, ingrossava per la via come una valanga. Applaudita l’esposizione della bandiera alla prefettura; per via Nazionale, il corteo giungeva al Ministero della Guerra; qui s’improvvisava una grandiosa dimostrazione all’esercito. Apparivano alle finestre e ai balconi gli ufficiali degli uffici ai quali l’enorme folla prodigava acclamazioni deliranti. Tra i capi nazionalisti, organizzatori della dimostrazione, Foschi, Baratelli, Guglielmotti, Severini, Tettoni, Lazzari, Del Vecchio, Bianchi e Staderini, si erge a parlare l’on. Luigi Federzoni, il quale improvvisa un primo discorso accolto da grandiosi applausi.

Dopo le sue parole una Commissione saliva al Ministero ad ossequiare nelle persone degli Ufficiali l’Esercito vittorioso. Esposta la bandiera fra applausi fragorosi, il corteo poi, tra continue acclamazioni all’Italia, alla Dalmazia, a Fiume, all’Esercito, e grida di morte a Lenin e al bolscevismo, giungeva in piazza del Quirinale, ove veniva improvvisata una manifestazione al Re. Parlavano l’avvocato Vuoli, il consigliere comunale Sprega. In piazza Sciarra, una dimostrazione di simpatia al Giornale d’Italia e di ostilità al Corriere della Sera. Arringano i dimostranti l’on. Gallenga e il pubblicista Giuseppe Marini.

Giunto il Corteo in Piazza Colonna, dal palazzo della Stampa, parla l’on. Federzoni. Esalta egli l’esempio superbo che Roma ancora una volta ha dato, e promette che «Quel che Roma ha fatto oggi, sarà domani ripetuto . si ripeterà sempre ogni volta che il nemico indigeno vorrà ritentare .l’infame manovra». Altre manifestazioni di entusiasmo patriottico si hanno quando parla il trentino Leoni, che ha conosciuto le manette e le barbarie del carcere austriaco.

Lievi incidenti avvenivano qua e là per piccole dimostrazioni socialiste: così in via Venezia al passaggio di un maggiore, un gruppetto di anarchici gridava «Viva Lenin» e «Viva la rivoluzione», lanciando contumelie contro l’Ufficiale. La folla indignata li bastonò.

La minacciosa giornata rossa, per reazione pronta del popolo romano, si trasformava così in una bella giornata tricolore.

11 Aprile. — Le autorità militari ordinano agli ufficiali di non prendere parte in nessun modo all’attività dei Fasci di combattimento che stanno sorgendo.

11 Aprile. — Il prof. Masnata fonda il Fascio di Stradella ed è il primo segretario; fanno parte del Direttorio: Castellani, Gastaldi, il dott. Bottini Covini, De Scalzi e Boselli.

13 Aprile. — A Poggibonsi (Siena) si tiene il Congresso provinciale socialista senese con l’intervento di cinquanta sezioni; si delibera di tenersi pronti all’imminente rivoluzione.

Avanguardie Studentesche dei Fasci Italiani di Combattimento.

Aprile. — Asvero Gravelli, nell’opuscolo: A te giovane Fascista!, così scrive: «Si pensò di radunare gli studenti che rappresentavano una minoranza agile audace e coraggiosa, e nell’aprile 1919 in Milano erano fondate le avanguardie studentesche dei Fasci italiani di combattimento. La nuova organizzazione giovanile si sviluppò subito ed ogni scuola ebbe il suo gruppo vigilante mentre in quasi tutte le città d’Italia sorgevano sezioni. In moltissimi luoghi le avanguardie precedettero la formazione dei Fasci. Pur rientrando nel movimento fascista, esse godettero di una singolare autonomia • un segretario generale, un Comitato centrale, un Consiglio nazionale. L’opera dei dirigenti si svolgeva come era possibile: tra lo studio, le manifestazioni di piazza e tra un’entrata ed un’uscita di prigione. Il 15 aprile, le manifestazioni per Fiume, la lotta elettorale, conobbero l’ardimento giovanile. La passione fiumana ebbe nelle avanguardie le ardenti riserve e centinaia di giovinetti accorsero a Fiume abbandonando le scuole e le officine, presi da altissimo amore. Il Segretario generale delle avanguardie studentesche fu Luigi Freddi ed il Vicesegretario Raffaele Vismara. Io ero allora operaio: pure partecipavo alla lotta ed entrai con Freddi nel novembre del 1919 nella galera di Lodi. Il movimento viveva un po’ slegato, come organizzazione nazionale; però era unito da un unico sentimento e la fede e la vicenda politica segnavano l’unità di azione Cadevano per il Fascismo i primi giovani e Gigino Gattuso, quindicenne, di Caltanissetta, segnava col sangue un crisma di gloria. Anche nelle scuole, ove il comunismo aveva preso piede, i giovinetti fascisti imponevano la propria volontà: il tricolore cominciava a riapparire alle finestre degli Istituti nei giorni sacri alla Nazione: era tutta la primavera d’Italia che insorgeva contro i tradimenti e contro le negazioni. Allora i giovani andavano in galera ed erano bastonati per aver esaltato le idealità nazionali: montavano la guardia ai reticolati del Popolo d’Italia e mentre le masse imbestialite aggredivano i ragazzi al grido di «Dalli allo studente!» gli adolescenti fascisti scrivevano sui muri bagnati sovente dal loro sangue: «Siam pronti ad uccidere, siam pronti a morire».

13 Aprile. — Violenze contro i conferenzieri del Fascio di educazione nelle scuole di Corso Porta Romana a Milano: il prof. Belluzzo e il mutilato Loiacono sono aggrediti.

Giornate rivoluzionarie a Milano. Ferimento ed uccisione di agenti di pubblica sicurezza.

13 Aprile. — A Milano il partito socialista aveva indetto per il giorno 13 al Largo Garigliano, in via Borsieri, un comizio politico. Il Questore, al quale non era stato chiesto il permesso, faceva rilevare ai capi socialisti tale dimenticanza, e n’ebbe la promessa che il comizio sarebbe stato breve e di poca importanza. La folla invece che prendeva parte alla manifestazione diveniva in breve tempo enorme e gli oratori parlavano più o meno accesi, coi soliti attacchi alla borghesia. Siccome l’ambiente cominciava a divenire eccitato, la forza pubblica al comando del Commissario Patella, sonati gli squilli, ordinava lo scioglimento della riunione. Ma la grande massa degli intervenuti ostacolava la manovra. Una pattuglia di agenti coi funzionari commissario Patella e delegato Magnati rimaneva isolata in Via Borsieri e si stringeva intorno ad essa un cerchio minaccioso. Gruppi di comizianti, spezzate in grosse schegge le pietre della strada, iniziavano sassaiole contro i rappresentanti dell’Autorità costringendo gli agenti a rifugiarsi in una casa. Uno dei tutori dell’ordine rimaneva ferito alla testa in questo primo episodio. Sopraggiungevano intanto, di rinforzo, cavalleggeri e artiglieria. Così veniva sventato un truce tentativo che i comizianti stavano per mettere in atto, l’incendio cioè della casa che aveva accolto gli agenti. Nei tafferugli replicati cadevano molti feriti fra i dimostranti; fra la polizia gravemente ferito l’agente di pubblica sicurezza Vercellato Pasquale, al quale venne poi praticata la trapanazione del cranio, il maresciallo dei carabinieri Giuseppe Marcora, l’agente Virgili Pasquale lidotto in gravissime condizioni. Ferito l’agente di pubblica sicurezza Vito Crescioni: egli aveva tentato di avvertire e far sopraggiungere truppe di rinforzo quando venne inseguito e percosso in tal maniera da essere posto in condizioni gravissime. Rimaneva contuso il commissario Patella e ferito mortalmente il soldato Giovanni Gregoretti di anni 31.

Gli arditi e i fascisti si mobilitavano e presidiavano le sedi. Il Popolo d’Italia è trasformato in un vero fortilizio con cavalli di frisia, vedette sui tetti ed una mitragliatrice. Mussolini col suo stato maggiore Vecchi, Giuliani, Pasella, Del Latte, Ferrari consumano il rancio.

Nei giorni 13 e 14 venivano tenute alle Camere del lavoro varie riunioni di gruppi operai per decidere su un’eventuale proclamazione di sciopero generale e venivano chieste istruzioni alla Direzione centrale del Partito socialista a Roma. In complesso però una grande perplessità regnava a Milano. La sera del 14 veniva deciso lo sciopero generale al quale aderivano il giorno 15 quasi tutte le categorie, anche i servizi pubblici. Si presentava al lavoro il personale delle Banche e degli uffici; funzionava il servizio di illuminazione.

In Piazza Cordusio, si tenta di imporre lo sciopero ad alcuni impiegati; altro incidente avviene verso le ore 11, nel quale rimane ferito l’agente Giuseppe Terna: scioperano anche gli operai di Sesto e Bergamo.

Lo sciopero continuava anche il giorno 15; verso le ore 14 all’Arena si teneva un comizio con l’intervento di grande folla e bandiere rosse. Parlavano vari oratori più o meno accesi. Dopo il comizio un gruppo numeroso di turbolenti incolonnatisi con bandiere rosse e nere, portando sui bastoni i ritratti di Lenin e di Malatesta, armati e muniti di randelli e di paletti di ferro tolti dalle aiuole dei giardini si avviavano nel centro.

Intanto in Galleria si era improvvistata una controdimostrazione patriottica; ufficiali, soldati, mutilati, cittadini affermavano la volontà di Milano di non dimenticare la Patria e i sacrifizi per quella compiuti. I controdimostranti recando bandiere nazio nali giunti al Politecnico venivano rinforzati dagli studenti di quell’Istituto superiore, ex ufficiali adunati e comandati dal ten. ing. Chiesa Mario. Dai gradini del Duomo parlavano vari oratori tra cui Fon. Candiani e Vecchi. Presenti gli arditi Giampaoli, Vergane Giovanuzzi, i fratelli di Pippo Corridoni, Meraviglia, Mari-netti, Volpi, Svanani, Masselli, decorato, Mazzuccato, Cesare Solari, Pinna, Armando Mazza, Mario Dessy, Ghetti, Freddi, Manfredi Oliva, Bini, Cavallari, i capitani Bassani e Calamari, Innocente Mangili, Piero Belli, De Vita, Tamagnone. All’improvviso si udiva lontano il canto di bandiera rossa. L’urto avveniva davanti al Bar Mercanti e un colpo di rivoltella dava il segnale della battaglia. Mario Giampaoli viene preso dai sovversivi e aggredito.

I fascisti e l’esercito assaltano l’«Avanti!». — La morte del mitragliere Speroni. — La prima sconfìtta dei bolscevichi.

La colonna degli scioperanti tentava dapprima di resistere e poi si sbandava. Gli avversari, il cui nucleo più coraggioso era composto dai fascisti, inseguivano e percuotevano molti sovversivi. La colonna dei fascisti ricompostasi si dirigeva in Via S. Damiano e dava l’assalto alla sede del giornale Avanti! La truppa posta a guardia resisteva, ma un colpo di un sovversivo atterrava un mitragliere. Il fatto esasperava al massimo grado i dimostranti che, appiccato il fuoco alle porte, invadevano la direzione del giornale e ne devastavano il macchinario. Alla periferia della città si avevano vari altri incidenti. Fra i feriti, in numero di circa un centinaio, troviamo di parte patriottica: Paterno Donato di anni 19 studente, il redattore sportivo del Popolo d’Italia, Giuseppe Borghi di anni 36 gravemente ferito ai lombi, Di Paolo Alfredo di anni 22 soldato, Corridoni Giuseppe, di anni 24, soldato del 259° fanteria, fratello di Filippo Corridoni, Maierono Enzo sergente del 40 alpini. È ferito pure Gino Collalto, sottotenente. Fra i morti il mitragliere Speroni Martino di Varese.

Lo sciopero continuava anche il giorno 16. Grande spiegamento di forze. l’Avanti! viene stampato a Torino. La Direzione del Partito Socialista si trasferiva a Milano. Sopraggiungevano per un’inchiesta il Generale Caviglia e Bonomi; Caviglia aveva un colloquio con Benito Mussolini. Viene proclamato in conseguenza dei fatti avvenuti lo sciopero generale anche a Torino, con partecipazione quasi assoluta degli operai metallurgici e di moltissimi stabilimenti, e si sciopera in quasi tutti gli stabilimenti, a Genova, a Bologna, a Napoli.

Il giorno 17 la città è calmissima; lentamente si riprende il ritmo normale; le associa-z i o n i patriottiche milanesi lanciano un proclama alla cittadinanza, così la federazione degli industriali lombardi.

Il lavoro veniva ripreso il giorno 17 a Torino e a Genova; continuava invece ‘o sciopero a Bologna e a Napoli.

Nel giorno 18 cessa lo sciopero a Milano. Vengono arrestati per l’uccisione del mitragliere Martino Speroni, Romeo Sainati e Carlo Cinzio. Viene gettato poi nel naviglio Nunzio Zambaldi, di anni 21, mentre passa per Via S. Damiano con una coccarda tricolore in petto; fortunatamente è tratto in salvo. Il giorno 18 si astenevano dal lavoro anche gli operai di Firenze proclamando lo sciopero generale, così quelli di Modena. Lo stesso giorno cessava lo sciopero a Bologna.

Intervista del «Giornale d’Italia» con Mussolini sui fatti di Milano.

17 Aprile. — Il Giornale et Italia il giorno 17 otteneva da Mussolini un’intervista che stampava nel numero del 18, in parte censurata dalla questura e che riportiamo:

«Milano, 17 Aprile (censura). — Il Popolo d’Italia oggi non è un giornale, ma una fortezza che nessuno potrà espugnare.

«Sul conto di Mussolini sono corse molte voci. Chi lo dava per ucciso, chi per ferito, chi per sequestrato. Alla Camera del lavoro si dava per certo che Mussolini, travestito da «ardito», capitanasse l’assalto all’Avanti! condotto con tutte le regole di chi ha fatto la guerra.

«Abbordo Mussolini: — Come va?

«— Bene, molto bene; il fantoccio grottesco del leninismo d’Italia, è uno straccio pietoso consegnato nell’immondezzaio della cronaca nera.

«— Quale è stata la parte vostra e delle vostre organizzazioni che vi seguono?

«— Attorno al Popolo d’Italia stanno i soci del Fascio di combattimento, un migliaio circa di operai, poi l’Associazione dei volontari di guerra che nella sola Milano conta 800 inscritti, e la casa di mutuo aiuto dell’Ardito. Abbiamo preso contatto con altre Associazioni che ci seguono. Tutte queste forze avevano deciso di tenersi sulla «difensiva» a proposito dello sciopero protestatario per queste ragioni: 1° perchè lo sciopero aveva carattere platonico; 2° perchè non doveva durare oltre le ventiquattro ore.

«Se finito questo termine lo sciopero avesse assunto nuove direttive anti-interventiste ed anti-nazionali, allora noi saremmo passati al contrattacco. Nell’attesa noi, seguendo le buone regole di guerra, provvedemmo a munire il nostro giornale e le sedi delle organizzazioni solidali con noi. Conoscete la cronaca della giornata di martedì. Quel che avvenne fu spontaneo e fu provocato dall’elemento estremista del sovversivismo milanese. Guardate la lista dei morti e dei feriti. Si tratta di ragazzi dai 16 ai 18 anni. Gli operai di una certa età e di una certa esperienza non partecipano a dimostrazioni senza scopo. E questi operai sono la maggioranza enorme anche a Milano.

«Tutto quello che avvenne all’Avanti! fu spontaneo, movimento di folla, movimento di combattenti e di popolo stufi del ricatto leninista. Si era fatta un’atmosfera irrespirabile. Milano vuole lavorare. Vuole vivere. La ripresa formidabile dell’attività economica era aduggiata da questo stato d’animo di aspettazione e di paura specialmente visibile in quella parte di borghesia che passa i suoi pomeriggi ai caffè invece che alle officine. Tutto ciò doveva finire. Doveva scoppiare. È stato uno scoppio climaterico, temporalesco. A furia di soffiare soffiare l’uragano si è scatenato. Il primo episodio della guerra civile ci è stato. Doveva esserci in questa città dalle fiere impetuosissime passioni. Noi dei fasci non abbiamo preparato l’attacco al giornale socialista, ma accettiamo tutta la responsabilità morale dell’episodio. Se i socialisti avessero un tantino di fegato dovrebbero rivendicare la loro parte di responsabilità morale e forse materiale di tutto il resto.

«— Quali conseguenze risulteranno dall’episodio doloroso? Lo sfregio al magno giornale può raccogliere ancora una volta l’unanimità sentimentale dei socialisti, ma la loro unità politica è finita. Fra Turati e Serrati c’è un abisso e ci sono degli ultra-estremisti per i quali il Serrati è già un codino. La corsa al più rosso è fatale.

Tra questa policromia, le sfumature vanno all’infinito. Giungono alla pura follìa, ma probabilmente estremisti del partito, sindacalisti e anarchici formeranno il partito «comunista» anche in Italia.

«— E credete a un bis dello sciopero generale?

«— A breve scadenza no. Il primo maggio sarà festaiolo. I socialisti si saranno a quest’ora convinti che nella Nazione italiana sarà fronteggiato da opposizione fortissima. Quelli che non vogliono dittature di parti sono milioni e sono sopratutto combattenti ed excombattenti. Noi disponiamo di numerose forze politiche e contiamo di sottrarre tra poco molte masse operaie all’influenza del «pus». Del resto questi signori socialisti così detti ufficiali sono una infima minoranza.

«Milano con i sobborghi industriali conta ora quasi un milione di abitanti. Sapete quanti sono iscritti al partito? 1600 circa, dei quali un migliaio sono borghesi che se ne infischiano; oggi vivono di rapina o sono proprietari di case, oppure hanno realizzato eccellenti guadagni con le forniture di guerra.

«— E i Fasci di combattimento?

«— Organizzazione giovane, ma già potente. Siamo nati il 23 marzo. In un mese sono sorti 82 fasci in tutta Italia e raccolgono oltre 15.000 soci.

«— Qual’è il carattere dell’organizzazione?

«— E’ un anti-partito; senza statuto, senza regolamento. Abbiamo appena stabilito una tessera per il riconoscimento personale dei soci e a prezzo libero.

«— Avete pregiudiziali?

«— No. Le pregiudiziali sono delle maglie di ferro o di stagnola. Non abbiamo la pregiudiziale repubblicana, non quella monarchica; non abbiamo la pregiudiziale cattolica o anti cattolica, socialista o anti-socialista. Siamo dei problemisti, degli attualisti, dei realizzatori che si raccolgono intorno ai postulati di un programma comune!

«E quale è questo programma?

«— Eccolo: toglietelo dal Popolo. È un programma di audacie e di possibili realizzazioni immediate. Richiamo la vostra attenzione sull’ultima parte del programma: l’imposta straordinaria sulla ricchezza, specialmente su quella guadagnata troppo comodamente.

«Come vedete non neghiamo soltanto, ma affermiamo. Non siamo dei reazionari, come dicono dei malinconici imbecilli legati alle tradizioni, ma dei rivoluzionari che hanno il senso della responsabilità e sopra tutto della possibilità. Noi vogliamo il popolo grande economicamente e moralmente in una grande Nazione. Non è con la dittatura di quattro politicanti da bottega che si lavora per le masse operaie. Ecco il programma che noi presenteremo al Governo .

«1° Presentare un progetto di legge che sancisca per tutti i lavoratori italiani la giornata di otto ore;

«2° Accogliere gli emendamenti operai del progetto Ciuffelli sull’assicurazione globale, sopra tutto dei limiti d’età; «3° Sistemare il personale ferroviario.

«Nell’ordine politico interno:

«1° Non opporsi nella riforma elettorale che è già passata in Francia; quindi scrutinio di lista a base proporzionale; elezioni a smobilitazione compiuta;

«2° Revisione di quei processi militari che furono condotti senza sufficiente garanzia per gli imputati e il rifacimento di quelli contumaciali.

«Nell’ordine economico-finanziario; imposta progressiva straordinaria sul capitale per fronteggiare i bisogni del dopo guerra, specialmente per ciò che riguarda le provvidenze a favore dei mutilati, invalidi, combattenti e famiglie dei caduti.

«— Che cosa vi proponete nell’avvenire immediato?

«— La realizzazione del «Sindacalismo Nazionale», cioè una organizzazione operaia della quale autorità e potere risiedono nella massa e non in stipendiati professionali. Non deve essere più permesso di menare per il naso le masse e di gettarle allo sbaraglio senza prima averle direttamente consultate col referendum.

«— Avete avuto colloqui con ministri?

«— Sì, uno ieri di venti minuti col Generale Caviglia all’Hotel Continental. Gli ho mostrato l’elmetto del mitragliere ucciso. Oggi parlerò con l’on. Bonomi e col generale Caviglia. Presenterò all’onorevole Bonomi i postulati dei fasci. Per rinascere bisogna perdurare e lavorare e progredire. Ma la strada battuta dai socialisti conduce al disastro sopratutto per le classi operaie. Battersi contro i socialisti ufficiali significa battersi contro la più fosca reazione, significa salvare tutte le possibilità di elevazione delle masse operaie.

«Non subiamo violenze!», afferma Mussolini sul «Popolo d’Italia». Non contro il proletariato, ma contro il bolscevismo.

18 Aprile. — «Giornata tempestosa quella di martedì a Milano; di una tempesta che era venuta accumulandosi in questi ultimi tempi e che un giorno o l’altro doveva precipitare. I lettori leggeranno nel seguito la cronaca che la censura farà bene a rispettare, poichè in verità non fa male, specialmente in questo caso. Cominciamo col dichiarare che se nella condotta delle autorità ci fosse- stata una linea, molto probabilmente il pomeriggio sarebbe trascorso senza straordinari incidenti. Questa linea non c’era o non erano stati predisposti i mezzi per fissarla. Comunque, per testimonianze inconfutabili, resti stabilito che i primi colpi di rivoltella partirono dall’avanguardia dei dimostranti sopraggiunti in Piazza del Duomo, malgrado le esortazioni più o meno sincere degli oratori e che le scariche della folla patriottica raccolta in piazza del Duomo rappresentano una inevitabile e necessaria risposta. Tutto quel che avvenne di poi fu assolutamente spontaneo; fu un movimento naturale e irrefrenabile della folla, non predisposto, non preparato, non premeditato. L’atteggiamento dei nostri elementi era stato deciso. Tanto il «Fascio Milanese di Combattimento» come l’Associazione dei volontari di guerra, come la Casa di Mutuo Aiuto dell’Ardito, come l’Unione Italiana del Lavoro e l’Unione Sindacale Milanese e il Circolo col Gruppo Filippo Corridoni avevano stabilito di rimanere spettatori passivi dello sciopero protestatario se fosse stato contenuto nelle ventiquattro ore e di limitarsi in ogni caso alla difesa delle nostre posizioni. Questa la verità, la genuina e purissima verità documentata e documentabile. Ma tutto ciò che è avvenuto sulle spiagge del Naviglio, anche se non è partito da noi, anche se l’iniziativa non fu nostra, non è da noi rinnegato o rimpianto o deplorato, perchè è stato umano profondamente umano. Non siamo dei coccodrilli democratici e dei vigliacchi. Abbiamo sempre il coraggio delle nostre responsabilità. Siamo ancora quelli di Tregua d’Armi.

«In fondo à la guerre comme à la guerre. Se fosse capitata a noi la stessa sorte, non leveremmo lamentazioni melanconiche o proteste inutili. Chi si propone di attaccare, può essere prevenuto nell’attacco. La «sorpresa» è la carta più ricca del gioco. Quel foglio partiva ogni giorno in guerra. Ogni giorno esso montava l’ambiente. La tensione nervosa era divenuta insopportabile in queste ultime settimane. Non si respirava più. Si era diffuso un pànico imbecille simile a quello che prendeva certi ambienti all’annuncio delle offensive nemiche. Ogni giorno era una vigilia. Dominava l’incertezza del domani. Data questa situazione psicologica non v’è più da stupirsi su quello che è avvenuto. Ma diciamolo più chiaro e forte, non erano reazionari, non erano borghesi, non erano capitalisti quelli che mossero in colonna verso Via S. Damiano. Era popolo, schietto, autentico popolo! Erano soldati e operai, stanchi di subire il ricatto sabotatore della pace, stanchi di subire le prepotenze, non più semplicemente verbali, dei leninisti. Qui il nostro giornale è stato presidiato da sol dati e da operai — autentici soldati, autentici operai! — Nessun borghese, dal grosso portafoglio, ha cercato la soglia, ben vigilata, della nostra fortezza! È l’interventismo popolare, il vecchio buon interventismo del 1915, che in tutte le sue gradazioni, si è raccolto attorno a noi.

«Appunto perchè ci sentiamo popolo, appunto perchè amiamo e difendiamo il buon popolo lavoratore, noi vogliamo ripetere in quest’occasione la nostra franca parola: Operai, dissociatevi da coloro dei vostri capi, che per un loro disegno politico, vi hanno spinti e vi vogliono spingere allo sbaraglio sanguinoso e inutile. Checchè vi si possa dire in contrario, noi non ci opponiamo alle vostre giuste rivendicazioni. Le facciamo semplicemente nostre. Vi aiutiamo, fraternamente e disinteressatamente, per raggiungerle. Siamo i vostri amici, perchè non vi chiediamo nulla. Noi non ci opponiamo al movimento ascensionale delle masse lavoratrici: non ci opponiamo a questa magnifica incruenta rivoluzione operaia che è in atto e che ha già, anche in Italia, toccato splendide realizzazioni; noi combattiamo apertamente e fieramente, assieme con la maggioranza dei socialisti di tutto il mondo, quel fenomeno oscuro e criminoso di regressione, di contro-rivoluzione, e d’impotenza che si chiama bolscevismo. Noi difendiamo la nostra rivoluzione rinnovatrice e creativa, dagli assalti proditori della contro-rivoluzione retrograda e distruttiva dei leninisti.; Questo sia ben chiaro alle vostre coscienze o amici operai!

E convincetevi ancora, prima di seguire ciecamente gli eccitatori leninisti che poi vi piantano nel più brutto, che noi siamo molti, e sopratutto siamo decisi. Abbiamo del fegato. Abbiamo fatto la guerra.

«Ci siamo macerati nelle trincee. E per la nostra libertà, siamo disposti a tutti i sacrifici. E contro a tutte le dittature, siano quelle della tiara, dello scettro, della sciabola, del denaro, della tessera, siamo pronti ad insorgere. Vogliamo il progresso indefinito delle folle lavoratrici, ma le dittature dei politicanti, no, mai! Dopo la giornata di martedì, qualcuno che faceva troppo lo spavaldo e che aveva assunto arie da smargiasso rovesciamondo, deve avere imparato, a proprie spese che l’interventismo popolare milanese è ancora un osso duro da rodere, che noi siamo uomini dalla pellaccia dura che non abbiam nulla da perdere e che non è possibile, ammissibile, tollerabile che poche dozzine di leninisti pretendano di violentare una città grande e possente come Milano, e meno ancora violentare l’anima della Nazione, che, avendo lottato e sanguinato per la più grande libertà, non intende di sacrificarla alle nuove asiatiche tirannie».

23 Aprile. — Sciopero dei sarti a Roma.

Aprile. — Manifestazioni in tutta l’Italia contro l’atteggiamento di Wilson nei riguardi delle rivendicazioni italiane; i fasci di combattimento organizzano e dirigono le dimostrazioni.

Lo sviluppo dei Fasci di combattimento nell’Aprile.

1° Aprile. — Costituzione del Fascio di combattimento a Pavia. Aderenti: cap. A. Magnaghi, prof. Poderini Archia, stud. Scovenna A., maestro Morandi Giuseppe, Varini Fausto, stud. Segreto Mario, stud. Fraschini Pietro, dott. Vecchio, Alcide Fraschini.

3 Aprile. — A Trieste si costituisce il Fascio per opera di Piero Jacchia, Edvino Biasioli, Enrico Bremitz, che ne compilano laboriosamente lo Statuto, Vigini, Conforto, Ferluga, De Grandis, Dompieri, che insieme ai tre primi formano il primo direttorio (segretario Biasioli); si iscrivono Benvenuti, Lupetina, Menesini.

6 Aprile. — Costituzione Fascio combattimento a S. Remo.

7 Aprile. — Costituzione Fascio combattimento a Mestre. (Segretario dott. Santini).

8 Aprile. — Costituzione Fascio combattimento a Brescia. All’adunanza parla il ten. Alessandro Melchiori; presenti: Braga, Gravelli e Dugnani. La Commissione direttiva viene così composta: stud. A. Melchiori, pres. A. Marzoli, Romano Carlo e Filippini.

8 Aprile. — Costituzione Fascio a Recco per opera di Rebora.

9 Aprile. — Adesione ai Fasci di combattimento del Comitato della difesa dei diritti d’Italia a Milano.

10 Aprile. — Per opera dell’avv. A. de Castro, giornalista e interventista, e di Stefanini si costituisce il fascio parmense in via Farini 83.

10 Aprile. — Costituzione Fascio combattimento a Vigevano. Sorge il fascio a Bologna; aderiscono gli elementi fedeli all’interventismo. L’adunanza è presieduta da Ferruccio Vecchi, da Guido Bergamo e da Pietro Nenni. La Giunta esecutiva del fascio bolognese è così composta: Guido Bergamo, Zanetti Dino, Fontanesi Renzo,

Nenni Pietro, Pedrini Adelmo, Mario Bergamo, Ulisse Lucchesi, An-druzzi Costantino, Zen Carlo, Vellani Foscaro, Pagani Alberto, segretario generale Zanetti Dino. Vecchi costituisce la Casa dell’Ardito a Bologna; la Commissione è composta da: Sottotenenti Della Fabia Eugenio, Cantelli Ilario, Rizzoli Arturo, Fontanesi Renzo, Bernini Elio, Ronchi Gino, Cristini Giovanni.

10 Aprile. — Costituzione Fascio combattimento romano.

11 Aprile. — Adunanza fascio a Perugia. L’autorità sabota la riunione indetta da Attilio Longoni.

11 Aprile. — Costituzione Fascio combattimento a Camerino. Presidente del Fascio avv. Ferraro Filomeno, vicepres. ten. Pierantozzi Giacomo, segretario ten. Gorgolini Pietro. Fra i fondatori c’è anche Mario Sensini volontario di guerra che nel 1920 sarà processato per il Fascismo.

12 Aprile. — Gli arditi di Genova aderiscono in massa ai fasci Cons. ten. Armando Pasini.

12 Aprile. — Costituzione Fascio Stradella, segretario Masnata.

12 Aprile. — Adesione Unione famiglie prigionieri di Parma ai fasci, presidente dott. Fabio Pariset; membri: Burlini, Andreis, Raul Viali, Passerini, Ravasini, Stefani e Galvani.

13-14 Aprile. — Il Presidente degli Arditi Mario Carli manda a Mussolini l’adesione della Associazione fra gli Arditi d’Italia, che conta già oltre 20.000 inscritti e che ha un intenso programma economico da realizzare.

13 Aprile. — Riunione fascio combattimento milanese. Mussolini illustra il programma di immediata effettuazione nell’ordine sociale, nell’ordine economico-finanziario. Prendono parte alla discussione Del Latte, Scalvini, Malusardi, Pontiggia, Pasella.

13 Aprile. — Intervista con l’avv. Gatta del Fascio di combattimento torinese.

13 Aprile. — Assemblea del Fascio di combattimento a Novara, sabotata dalla polizia. Comm. Martinola, cap. Sassi, mutuato, Sempio Ottavio, Luoni Vittorio e Pagani Pietro.

13 Aprile. — Costituzione Fascio combattimento a Feltre.

Comitato: cap. Frescura, avv. Gasto, Glaucio Bonsembiante.

13 Aprile. — Riunione Fascio combattimento di Pavia nell’Aula dell’Università alla quale partecipano studenti e combattenti e votano l’ordine del giorno seguente: «Gli studenti dell’Università di Pavia ed i combattenti riuniti in un’aula dell’Ateneo, ribadiscono ancora una volta le sante e sacre idealità della Patria....».

13 Aprile. — Riunione Fascio combattimento di S. Remo.

13 Aprile. — Riunione Fascio combattimento a Camerino, nel Circolo studentesco .Comitato: avv. Ferrara presidente, Pierazzi, vice-presidente; e Piero Gorgolini segretario.

13 Aprile. — Segretario Fascio di Pavia Magnani Luigi.

14 Aprile. — Prima riunione del Fascio di combattimento di Napoli: sono presenti professori d’Università, studenti, ufficiali. Presiede il prof. Gabriele Tedeschi. Parla poi Renato Greco, il prof. Amoroso dell’Idea Nazionale, Giulio Brugita.

14 Aprile. — Costituzione Fascio combattimento a Forlì per opera di Elio Poggi del Fascio di Bologna.

18 Aprile. — Costituzione Fascio a Savona per opera di Astengo Fassio, Baldino, Pepe, Zunino, Pessano, Calandrone.

20 Aprile. — Assemblea generale dei fascisti di Torino. Parla Attilio Longoni esponendo il programma fascista, e poi l’avv. Gatta e l’avv. Corradini. Il prof. Monti porta l’adesione di 500 studenti. Viene nominata la Commissione esecutiva: Cavalli Angelo, Corradini avv. Giulio, Gatta avv. Luigi, Gioda Mario segretario; Pirani Vittorio, cassiere; Barattini Pietro, Borio Vincenzo, Continotto Antonio, Monti prof. Arnaldo, Romano prof. Pietro, Russo Antonino, Zavaroni Attilio, prof. Colombo, Bagnasco.

20 Aprile. — Costituzione Fascio combattimento a Porto S. Stefano, segretario Bruni.

20 Aprile. — Costituzione Fascio combattimento a Varese per opera di Boggio, Ghiringhelli e Della Noce.

20 Aprile. — Fascio combattimento di Trani, che organizza una manifestazione Pro Fiume e Dalmazia. Parlano Giacinto Francia e A. Gioia.

20 Aprile. — Il Fascio di combattimento di Camerino nomina presidente il Rettore dell’Università prof. dott. cav. uff. Gallerani, e nel Direttorio viene nominato il prof. Ferrarese e gli studenti Vincenzo Gallina e Pietro Gorgolini.

19-20 Aprile. — Costituzione Fasci combattimento a Cremona, a Spezia.

22 Aprile. — Vibrante assemblea del Fascio di combattimento milanese. Ferruccio Vecchi fa la relazione, Mussolini parla sui fatti del 15 Aprile e viene approvato all’unanimità il seguente ordine del giorno: il Fascio milanese di combattimento, discutendo sugli avvenimenti di martedì disdegna le polemiche inutili, deplora, che in conseguenza della provocazione leninistica sia stato sparso sangue di italiani, si dichiara pronto a rispondere nuovamente con la violenza alla violenza in difesa della libertà contro vecchie e nuove tirannie. Poi viene inviato il seguente telegramma ad Orlando: «Fasci combattimento giurano nel nome d’Italia riscatto Fiume, Spalato, aspettanti ansiosamente confidano nella fede V. E.».

Costituzione Fascio combattimento a Venezia.

23 Aprile. — Le madri dei combattenti plaudono all’opera fascista a mezzo della contessa Eleonora Feria Contin di Castelseprio.

23 Aprile. — Costituzione ufficiale Fascio di Venezia. Segretario Giurin Amedeo.

23 Aprile. — Costituzione Fascio combattimento di Zara. Comitato promotore ten. Niccolò Zenzoni, Benevia Galliano, Antonio Beros, Gino Biasutti, Italo Boniciolli, Antonio De Vescovi, Donati Umberto, Gasparini Valentino, prof. Rodolfo Inchiostri, Marincovich Pietro, ten. Vincenzo Marussich, Antonio Rigatti. Aderenti: Erzeg, Simonelli. Sisgoreo, Spinelli, Stermin, Storich e Zanella.

24 Aprile. — Attiva propaganda del Fascio bresciano per opera del presidente Alessandro Melchiori. Comizio pro-Fiume; oratori Marpicati e Melchiori. Il Fascio bresciano viene messo alla prova del fuoco. Propaganda fascista pure a Torino, a Napoli.

25 Aprile. — Il Fascio di combattimento romano lancia un manifesto contro le orde bolsceviche e dà le linee programmatiche fasciste.

28 Aprile. — Segretario del Fascio di combattimento pavese viene nominato Morandi.

27-28 Aprile. — Tutti i Fasci di combattimento d’Italia organizzano grandi manifestazioni pro Fiume e Dalmazia italiane: a Savona, a Stradella, a Forlì, a Cremona, a Bari, a Perugia, a Trieste, a Pola, a Fiume, a Zara, a Trento, a Milano, a Brescia.

28 Aprile. — Il Fascio di combattimento milanese organizza una grande manifestazione al Dal Verme alla quale prendono parte tutte le associazioni patriottiche. Parlano M. Rocca e il capitano Vecchi, pro Fiume e Dalmazia italiane.

1° Maggio. — Sciopero in tutta l’Italia per solennizzare la festa del lavoro socialista. La giornata trascorre abbastanza calma dappertutto.

1-2 Maggio. — Sciopero dei lavoranti panettieri a Torino.

Vertenza degli impiegati dell’Assicurazione a Milano.

Si inizia lo sciopero degli impiegati dell’»Uva» a Sestri Ponente.

2 Maggio. — Sciopero a Spezia degli operai metallurgici.

4 Maggio. — I tramvieri della Società romana scioperano.

Sciopero dei tramvieri a Genova, a Firenze, a Torino, a Napoli.

Sciopero delle ferrovie secondarie a Napoli.

Sciopero dei camerieri a Genova.

Meravigliosa orazione dannunziana all’Augusteo di Roma, La consacrazione della bandiera di Randaccio.

4-7 Maggio. — Gabriele d’Annunzio giungeva a mezzogiorno del 4 a Roma, onde tenere al teatro Augusteo una delle sue forti orazioni dedicata alle rivendicazioni nazionali ed in particolare all’irredentismo dalmata.

Le accoglienze che la città eterna gli tributava erano trionfali.

L’attesa per le sue parole era da più giorni spasmodica, ed i biglietti d’invito erano andati a ruba.

Si era formato un «Comitato centrale di azione per le rivendicazioni nazionali», eletto in una riunione di rappresentanti delle Associazioni patriottiche: Trento e Trieste, pro Dalmazia, pro Fiume e Quarnaro, Associazione nazionalista, Unione associazioni liberali, Associazione Dante Alighieri, Fascio di Combattimento, Associazione Alto Adige, Associazione Radicale Romana, Unione Nazionale indipendente, Associazione Politica Irredenti, Comitato Fiume e Dalmazia, ecc.: il Comitato risultava costituito da: magg, avv. Giovanni Giuriati, presidente; ing. Carlo Broggi, avv. Antonello Caprino, rag. Umberto Fabbri, avv. Italo Foschi, prof. Marino Lazzari, ing. Oscar Sinigaglia, Guido Vianini; avv. Vico Pellizzari, segretario. Il Comitato si metteva in relazione con i Comitati costituiti nelle altre città e venivano invitate tutte le Associazioni patriottiche d’Italia a promuovere pubbliche manifestazioni per esprimere la ferma incrollabile volontà d’Italia di veder rispettati i propri diritti.

Il giorno 5, D’Annunzio pronunziava all’Augusteo un’orazione di fuoco. Il teatro era gremito in maniera fantastica, ed ornato con le bandiere della deputazione di Fiume, accompagnata dal Presidente di essa Bellasich, assieme ai vessilli, della Dalmazia, dell’Istria, di Trento di Trieste, di Bolzano.

Nell’attesa la folla ardente di entusiasmo improvvisava in onore degli ufficiali e de’mutilati continue acclamazioni.

All’entrata del Poeta la scena assumeva un aspetto di vero delirio. Il sindaco di Roma, Prospero Colonna, porgeva a Gabriele d’Annunzio il saluto dell’Urbe. Proponeva poi il seguente ordine del giorno: Il popolo di Roma convocato a Comizio, preso atto della libera e concretata volontà di Fiume di annettersi all’Italia, diffida i Governi alleati dal presentare ai delegati tedeschi in assenza dell’Italia i preliminari di pace, il quale atto costituirebbe una formale violazione alla dichiarazione di Londra; invoca la immediata annessione dei territori inclusi nel patto di Londra, ricordando al Governo il dovere di liberare anche le altre città italiane non ancora redente e specialmente Spalato e Traù; e che il Governo ripristini tutte quelle limitazioni che ritiene atte a prevenire ogni possibile rappresaglia straniera.

Alla domanda del Sindaco Colonna: «Lo approvate voi?» la folla, in piedi, urla: «Sì!» Parla poi il Poeta ed il suo discorso travolge i cuori. Egli è costretto a riprendere la parola un’altra volta dal balcone dell’Hotel Regina, costretto dalla folla che l’acclamava nella via.

Altre manifestazioni notevoli del movimento «pro Dalmazia» sono il messaggio d’adesione inviato dalle Associazioni patriottiche fiorentine a Gabriele d’Annunzio il telegramma spedito alla Commissione Italiana a Parigi dall’Unione liberale milanese che definiva il proclama del Presidente Wilson un intollerabile oltraggio, e il comizio tenuto il giorno 4 a Genova al Palazzo Municipale.

Il giorno 7, D’Annunzio tiene in Campidoglio, parlando dinanzi a una immensa folla, una nuova orazione e il popolo dell’Urbe consacra la bandiera, che aveva ricoperto le spoglie di Randaccio e che il Poeta, con religioso rispetto, spiega dinanzi ai Romani dicendo: «.... Memento audere semper. Fiume lo conosce, Fiume nostra se ne ricorda, essa che vorrebbe ardere di incendio vero come si strugge di vero amore, se noi ci piegassimo alla vergogna. Fiume, Zara, Sebenico, Traù, Spalato, Almissa (e perchè non dirò io il tuo nome Ragusa? perchè non spanderò il profumo del tuo nome nel Campidoglio?), creature di vita, oggi nell’ora d’Italia più viventi che in tutti i secoli di Roma e di Venezia, oggi più belle di ieri e meno di domani, inespugnabile fiore della bellezza latina, imperlato di sangue e di pianto. Ma in te, o Fiume nostra, santità del Quarnaro e di tutto l’Adriatico, in te «ha loco il Santo volto». «Questa Romani, questa Italiani, questa compagni è la bandiera di questa ora».

5 Maggio. — Sciopero dei ferrovieri secondari a Milano e a Torino. Sciopero dei camerieri a Prato.

Sciopero e serrata delle miniere del Valdarno. Sciopero a Sesto S. Giovanni dei metallurgici. Sciopero dei ferrovieri a Voltri.

6 Maggio. — A Pisa al Congresso degli insegnanti delle scuole medie viene votato un ordine del giorno con cui si fa voti che l’undicesimo Congresso degli insegnanti delle scuole medie si tenga a Fiume redenta.

Sciopero degli operai edili a Roma.

7 Maggio. — Agitazione a Firenze degli impiegati comunali. Arresto a Torino di 14 funzionari delle ferrovie secondarie per aver partecipato allo sciopero. Comizio di protesta dei ferrovieri.

Organizzazione del Fascio di Combattimento Fiorentino.

Maggio. — Costituzione a Firenze del primo Fascio. Ecco i nomi dei comandanti: Ottone Rosai pittore, Nerino Nannetti, Marcello Manni pubblicista, Gorrieri Gastone giornalista, Zimolo Michelangelo pubblicista, Amerigo Dumini studente, Fernando Agnoletti scrittore e professore, Edoardo Frosini pubblicista. Fra gli inscritti: Marcarelli Ettore, Brunetto Nannetti; Vieri Nannetti, Umilio Settimelli, Remo Chiti, Bruno Frullini, Fasolini Emidio, Pietro Sbolgi, Arbaci Gino, Vestrini Roberto, Mario Giovacchini, Attilio Paoli, Achille Lega, Vittorio Sorbi, Ugo Milo, Italo Balbo.

9 Maggio. — Sciopero dei giornalai a Livorno e dei lavoratori del Porto.

Sciopero dei comici a Milano.

9-10 Maggio. — Agitazioni e scioperi degli impiegati delle aziende private a Genova, a Voltri, a Bolzaneto, a Sampierdarena. Sciopero dei sarti a Genova.

Sciopero degli operai grafici a Livorno.

10 Maggio. — Ad Abbadia di Montepulciano i socialisti organizzano una manifestazione di simpatia al capopopolo di quella zona prof. Viciani.

10 Maggio. — Agitazione e comizio di sartine a Firenze.

Agitazione dei tipografi e degli impiegati comunali a Firenze capeggiati da Smorti della Camera del lavoro.

Sciopero dei muratori a Torino.

Sciopero degli impiegati privati in tutta la Liguria, Voltri, Sampierdarena, Sesto, Sestri, Bolzaneto, Conegliano, Savona, Riva Trigoso, Val-Polcevera.

Il Fascio Romano ed i volontari di guerra.

10 Maggio. — L’assemblea del Fascio di combattimento e dei volontari di guerra a Roma «Considerato che l’imperialismo bancario straniero tenta soffocare le più giuste e modeste aspirazioni italiane, considerato che, mentre gli alleati di guerra tentano oggi un’alleanza della plutocrazia ai danni di quella che considerano la Nazione proletaria, l’Italia deve anzitutto salvaguardare i propri diritti dando il suo valido appoggio ovunque meglio siano riconosciuti e rispettati questi diritti, delibera: 1° di far manifesta alla delegazione italiana a Parigi la propria ferma volontà che pace non sia firmata ove questi diritti non siano integralmente riconosciuti; 2° di tenersi disciplinati e pronti a quella qualsiasi immediata azione che sia riconosciuta necessaria a far rispettare la unanime volontà del paese con la reintegrazione nei confini politici d’Italia di tutti i nostri fratelli di lingua e di razza».

Maggio. — I sovversivi di Montalcino (Siena) aggrediscono il maestro Mario Mazzoni per le sue idee antisocialiste.

12 Maggio. — A Livorno sciopero del personale dell’impresa dei trasporti.

Sciopero di duemila operai conciatori a Torino.

Sciopero generale a Ovadola (Firenze).

14 Maggio. — Sciopero di 15 mila contadini in tutta la Provincia di Mantova.

Sciopero dei capitecnici e impiegati privati delle industrie di Prato con conseguente arresto del lavoro.

15 Maggio. — Continuano le agitazioni e gli scioperi industriali nella Liguria e si estendono al Piemonte; in Liguria lo sciopero degli impiegati privati è proclamato ad oltranza.

Continua lo sciopero — serrata della miniera del Valdarno (Castelnuovo dei Sabbioni).

16 Maggio. — Sciopero dei tipografi a Firenze. Sciopero dei lanieri a Prato.

Sciopero del personale delle Terme a Montecatini. Sciopero del Laboratorio indumenti militari di Bertoglio.

17 Maggio. — Riunione a Firenze di tutte le Associazioni patriottiche per discutere sulla situazione politica e deliberare sulla difesa delle rivendicazioni nazionali.

18 Maggio. — Sciopero dei conciatori del cuoio a Genova. 18-19 Maggio. — Sciopero a Trieste degli impiegati comunali, a cui prendono parte anche i maestri elementari.

19 Maggio. — A Siena i sovversivi nella strada di Porta Ovile aggrediscono e bastonano a sangue due cittadini patriotti; presso al Casino dei Nobili vengono aggrediti il cassiere Comunale Nello Cesari ed il commerciante Guerrini Gino. L’agente daziario Giunti Francesco rimane miracolosamente incolume da un colpo di rivoltella sparato dal Cesari contro il bolscevico Brecchi.

20 Maggio. — A Bolzaneto (Genova) un tenente mutilato e un ardito di guerra volontario vengono ingiuriati e sputacchiati da una folla sovversiva. A Voltri e a Sestri Ponente gli oratori propagandisti del Fascio di combattimento vengono aggrediti e impediti a parlare.

24 Maggio. — Benito Mussolini al Teatro Comunale di Fiume tiene un discorso commemorativo dell’entrata in guerra; è accla-matissimo.

25 Maggio. — A Roma sciopero dei fattorini telegrafici.

27 Maggio. — A Palo del Colle (Bari) svoltasi una solenne cerimonia per la benedizione della bandiera dei mutilati e combattenti, si formava un imponentissimo corteo. Disposizioni dell’autorità di P. S. ordinavano che il corteo non passasse nelle vicinanze del palazzo comunale, ma l’ordine non veniva ubbidito; si verificavano ad opera di elementi sovversivi tafferugli con la forza pubblica con alcuni feriti gravi.

Lo sciopero generale nel Biellese dal 27 maggio.

Col giorno 27 maggio in tutto il Biellese veniva proclamato lo sciopero generale. In Valle Mosso gli scioperanti sbarravano le strade in molti punti; una vera barricata veniva costruita tra Mosso-S. Maria e Croce-Mosso; venivano invase alcune officine e frantumati i vetri, distrutte alcune automobili di industriali, abbattuti i pali telegrafici e tagliate le comunicazioni telefoniche. A Croce-Mosso un camion militare veniva circondato dalla folla e nasceva un conflitto con un ferito; la folla costringeva l’esiguo nucleo di truppa a rifugiarsi in una casa finchè non sopraggiunsero rinforzi da Creval-cuore. Presso Croce Mosso un’automobile con alcuni ufficiali dei Carabinieri che sopraggiungevano per un’inchiesta trovava la strada sbarrata; mentre si cercava di toglier via l’ostacolo circa duecento persone aggredivano gli ufficiali e i colpi sparati perforavano in più punti la macchina e ferivano il delegato Maiocco. Onde evitar più gravi incidenti, gli ufficiali acconsentivano a recarsi dal Sindaco e così l’automobile, scortata dalla folla che cantava l’inno dei lavoratori, entrava in paese. Si prometteva alle autorità un salvacondotto purchè ponessero sulla macchina una bandiera rossa. Essi rifiutavano e procedevano a piedi. Si procedeva a numerosi arresti e mille uomini della brigata Sassari occupavano il paese di Croce-Mosso e la vallata. Gli arrestati oltrepassavano il centinaio. Gli scioperanti nel biellese raggiungevano circa i 50 mila. La città veniva occupata da un reggimento di fanteria con reparti di mitragliatrici.

Lo sciopero si prolungava, malgrado le trattative portate a Torino. Veniva devastata completamente a Coggiola la Villa del commendatore Cesare Bozzalla, e messa a sacco la stazione; veniva assalita anche una farmacia nella quale era stato ricoverato un delegato di P. S. colto da malore, e dei sassi raggiungevano perfino il medico nell’esercizio della sua assistenza.

Furono saccheggiati parecchi altri negozi e devastati anche alcuni stabilimenti.

28 Maggio. — Sciopero degli scaricatori del porto a Livorno.

Mussolini a D’Annunzio.

30 Maggio. — Il Popolo d’Italia invia a Gabriele d’Annunzio il seguente telegramma: «Tutta intera famiglia Popolo d’Italia stringesi intorno a voi con impetuosa fede, grande ammirazione, immutabile simpatia. Benito Mussolini».

Il poeta risponde: «Grazie a Voi e a tutti i vostri compagni. Sono pronto, siamo pronti; la più grande battaglia comincia ed io vi dico che avremo la nostra quindicesima vittoria».

31 Maggio. — A Padova al Caffè Petrocchi avviene una disgustosa scena teppistica. Un ufficiale è insultato dai sovversivi, egli reagisce, ma viene gettato a terra e ferito con una bottiglia.

Il personale delle ferrovie secondarie di Torino è nuovamente in sciopero.

I funzionari degli enti locali aderiscono alla Confederazione del lavoro socialista minacciando sciopero e ponendosi in agitazione.

Lo sviluppo dei Fasci di combattimento nel Maggio.

4 Maggio. — A Zara si costituisce il Fascio universitario che pubblica un nobile manifesto ai fratelli di tutta Italia firmato dal Consiglio direttivo: Carrara Marino, Tollia Giovanni, Galessi Ugo, Galasso Olivierio, Bressan Sandro, Polo Riccardo, De Portada Guido Benevenia Umberto, Bonavia Aurelio, De Serragli Enrico, Bianchi Annita, Ziliotto Giuseppe, Cace Manlio.

8 Maggio. — In Piazza San Sepolcro 9, nel salone dell’Alleanza industriale, si riunisce la commissione di Finanza, propaganda e il Comitato centrale dei Fasci di combattimento. Sono presenti: Mussolini, Ferrari, Vecchi, Giampaoli, Ferradini, Facchini, Besana, Marinelli. L’ufficio di segreteria dei Fasci viene costituito: Attilio Longoni, segretario generale; Enzo Ferrari, segretario propaganda; Celso Morisi, segretario propaganda e amministrativo, Bertoli Alberto segretario di propaganda del Fascio milanese.

10 Maggio. — Assemblea generale del Fascio di combattimento milanese, presiede Dini. Prendono parte alla discussione Del Latte e poi Mussolini che parla sul problema militare, sul problema ecclesiastico ed operaio.

8-10 Maggio. — Ad iniziativa del ten. Parodi Umberto e del ten. Rega Francesco, si costituisce il Fascio di combattimento a Castellammare Adriatico e a Castellammare di Stabia. Aderisce anche il giornalista prof. Catello Lancella.

10 Maggio. — Costituzione Fascio combattimento a Ciriè (Torino). Comitato: ten. Couvert, Angelo Cavalli, Bevilacqua e Vincenzo Borio.

12 Maggio. — Il Popolo d’Italia porta come articolo di fondo «Il programma dei Fasci»: «Dalla rappresentanza integrale all’espropriazione parziale» di B. Mussolini.

13 Maggio. — 77 Popolo a» Italia porta un articolo di Agostino Lanzillo: «I postulati dei Fasci»: «Per la rappresentanza integrale».

13 Maggio. — Il Fascio di Venezia tiene un comizio nel Palazzo Gritti-Faccanon. Parlano Giurin segretario del Fascio, il professore Agnelli Enrico, presidente dei prigionieri di guerra e l’avvocato Enzo Ferrari.

14 Maggio. — Riunione dei componenti del Comitato centrale della Commissione propaganda, stampa, e finanza dei Fasci di combattimento a Milano.

16 Maggio. — Riunione del Fascio di combattimento romano sotto la presidenza di Mario Carli, capitano degli arditi.

17 Maggio. — Costituzione del Fascio di combattimento a Saranno, organizzato dal dott. Del Latte.

17 Maggio. — Costituzione fasci a Brinzio, Cabiglio, Tradate, Venegono, Conegliano.

17 Maggio. — Il Comitato centrale dei Fasci di combattimento ordina i seguenti convegni regionali per il 1° giugno: Genova, convegno regionale della Liguria; Milano, convegno regionale della Lombardia; Torino, convegno regionale del Piemonte; Bologna, convegno regionale dell’Emilia; Padova, convegno regionale del Veneto.

19 Maggio. — Riunione del Fascio di combattimento di Venezia. Viene eletto presidente il prof. De Biasio Adgardo, Giurin Amedeo segretario, dott. Giuseppe Zara amministratore. Consiglieri: Antonio Briots, Viviani Giovanni, Talamini Giuseppe.

29 Maggio. — Il Fascio di Padova organizza un comizio pubblico; oratore il segretario regionale Giurin Amedeo, nella sala della Gran Guardia; presidente del Fascio di combattimento prof. De Marchi.

1° Giugno. — A Torino, in segno di solidarietà coi metallurgici scioperanti, sospendono il lavoro anche i dipendenti municipali, gli operai edili e quelli delle Ditte di manufatti.

1 Giugno. — A Gallarate i socialisti disturbano la cerimonia dell’inaugurazione della bandiera dei combattenti.

2 Giugno. — A Napoli la Camera del lavoro indice quattro comizi onde proclamare lo sciopero generale di solidarietà coi metallurgici. I comizi riescono affollati; parla il segretario della Camera del lavoro Bruno Buozzi. Lo sciopero non è, però attuato.

Sciopero dei panettieri a Pavia.

2 Giugno. — Sciopero delle sartine a Firenze.

Sciopero degli operai delle officine di artiglieria a Torino.

4 Giugno. — Continua lo sciopero agrario nel biellese. Sciopero dei tramvieri a Roma.

5 Giugno. — Sciopero dei lavoratori albergo e mensa e del personale dei telefoni a Parma.

Sciopero generale dei camerieri a Roma.

Agitazione degli impiegati dell’officina carte e valori a Torino. A Praticello (Emilia) comizi del partito popolare, contraddittorio socialista e tafferugli.

6 Giugno. — A Napoli, Pozzuoli, Salerno e Fratte si hanno votazioni degli operai per la proclamazione o meno dello sciopero generale. — Agitazione dei macellai a Prato. Agitazione del personale Cassa di Risparmio a Parma.

Sciopero degli impiegati dei telefoni a Lucca. A Genova per lo sciopero attuato dai commessi di negozio si hanno incidenti. Sciopero delle telefoniste a Prato e a Firenze.

Lo sciopero generale a Napoli.

Il 7 Giugno è proclamato lo sciopero generale a Napoli in segno di solidarietà con lo sciopero dei metallurgici proclamato da ormai cinquanta giorni; grandi misure di ordine pubblico vengono prese: tutte le officine dei servizi pubblici, tutte le vetture tranviarie sono presidiate dalla forza pubblica. I servizi pubblici funzionano in maniera ridotta ma abbastanza sufficiente per merito di operai e lavoratori volontari. Gli scioperanti molestano gli operai che lavorano nelle officine tramviarie, interviene la forza pubblica e si hanno tafferugli. I tramvieri in un primo tempo non hanno aderito allo sciopero, ma l’assalto alle vetture che circolano porta ad una sospen-zione temporanea del servizio. A porta Capuana alcuni carabinieri a difesa di una vettura rimanevano feriti. Nei vari giorni dello sciopero presso i depositi di S. Giovanni a Teduccio, Porta Capuana e Mercato sono assalite molte vetture e percosso il personale. A Pozzuoli, ove la situazione è identica, il 7 viene fermato un treno proveniente da Torregaveta e sono costretti a scendere i viaggiatori; il giorno 8 è assalito un tram proveniente da Napoli, aggrediti i viaggiatori e costretti a scendere; ad Agnano viene scoperto un tubo carico di gelatina esplosiva; viene attuato un servizio di polizia imponente per il piccolo centro abitato, temendosi gravi disordini. Il giorno io i capi delle organizzazioni dei tramvieri decidono di iniziare lo sciopero, che poi non avviene; non scioperano neanche gli impiegati delle funicolari e delle ferrovie secondarie. Alle ore 11 di tale giorno dopo un comizio di scioperanti a Porta S. Gennaro, i sovversivi vengono a colluttazione con la forza pubblica; i tumulti si rinnovano in Piazza Cavour.

7 Giugno. — A Verona dopo un comizio i dipendenti degli enti locali proclamano lo sciopero generale ad oltranza.

8 Giugno. — Sciopero degli impiegati di commercio e dei commessi a Roma.

9 Giugno. — Al porto di Genova è proclamata la serrata.

A Roma al Teatro Quirino viene tenuto il congresso del partito liberale riformista; ai mutilati presenti è improvvisata un’entusiastica manifestazione. È votato un ordine del giorno «pro Fiume e Dalmazia».

10 Giugno. — Manifestazione bolscevica a Rigomagno (Siena) per l’inaugurazione della bandiera rossa. I sovversivi aggrediscono alcuni patriotti del luogo.

Fascisti aggrediti a Tradate.

10 Giugno. — La direzione dello stabilimento Frera licenziava tre operai in seguito a sciopero delle maestranze che esigevano l’allontanamento degli operai suindicati perchè testimoni di accusa in un processo militare ove il segretario della lega era stato condannato per disfattismo. Il giorno dopo il segretario dell’Unione dei combattenti di Varese Leone Boggio, si recava allo stabilimento per conciliare la questione. Gli operai, interpretando male la presenza di due arditi: Aimone Leoni e Gaetano Ferrara tumultuarono assalendo il Boggio ed un ardito. Il Boggio rimase gravemente ferito al capo. Nasceva un conflitto a revolverate nel quale si ebbero sette feriti fra cui il Leoni pugnalato alla coscia destra.

Lo sciopero dei maestri in tutta l’Italia.

11 Giugno. — Per rivendicazioni economiche dall’11 Giugno in tutte le scuole d’Italia i maestri elementari proclamano lo sciopero. Così a Genova, Milano, Sampierdarena, Sestri, Rivarolo, Torino, Parma, Napoli, Venezia, Pavia, Palermo, Firenze, Porto Maurizio, Messina, Sondrio, Massa, Siena, Campobasso, Ferrara, Caltanissetta, Cagliari, Cremona, Modena, Reggio Emilia, Trapani, Foggia, Vicenza, Ancona, Pesaro, Bari, Girgenti, Bergamo, Pisa, Salerno, - Livorno, Perugia, Sassari, Catania, Caserta, Macerata, Chieti, Belluno, Catanzaro, Tivoli, Voghera, Noto, Oristano, Spoleto, Saluzzo, Cesena, Mirandola, Altamura, Bisceglie, Melfi, Marsala, Amalfi, Acireale, Milazzo, Biella, Modica, Caltagirone, Castellamare, Sulmona, Corato, Alessandria, Trani, Gaeta, Molfetta, Vignale Monferrato, Lugo, Viterbo, Ragusa, Sarno, Trieste, Piacenza, Como, Aquila, Livorno, Rovigo, Reggio Calabria, Sansepolcro, Montecatini, Cecina, Fermo, Chioggia, Teano ed in moltissimi altri centri di minore importanza.

Lo sciopero è organizzato dal «Comitato di Azione dell’Unione Magistrale». Vengono tenuti comizi nelle principali città.

Opera nobilissima contro l’attuazione dello sciopero viene svolta dall’Associazione Nazionale Niccolò Tommaseo, la quale pubblica anche un manifesto.

11 Giugno. — Sciopero dei muratori a Livorno.

Sciopero generale di tutti i servizi a Roma.

I primi gravi tumulti, causa occasionale: il caro-viveri.

11-14 Giugno. — A Spezia, a causa del troppo alto prezzo dei viveri, veniva imposto un calmiere; i rivenditori allora, recatisi alle porte della città, impedivano ai produttori di portare in città i prodotti; gli operai a loro volta abbandonato il lavoro si recavano in colonne serrate nel centro. I sovversivi arringavano la folla e dopo le loro parole incendiarie cominciavano atti di violenza. La folla si dava a saccheggiare i negozi; la forza pubblica veniva aggredita; il maresciallo dei carabinieri Giuseppe Bandino era ferito gravissimamente e ferito rimaneva il carabiniere Giuseppe d’Angelo; allora la forza sparava e fra i dimostranti si avevano molti feriti è due morti. Veniva proclamato lo sciopero generale ad oltranza. Il giorno 12 continuavano i saccheggi su vasta scala con altri incidenti e feriti.

Il 12 a Massa ed a Carrara veniva proclamato lo sciopero generale per ordine della Camera del lavoro in seguito ai fatti di Spezia. Il 12 a Genova era pure proclamato lo sciopero generale per il caro viveri e per i fatti di Spezia, ed ogni attività era così paralizzata; sospendevano il lavoro perfino i vigili urbani. Il lavoro veniva a cessare in tutta la Liguria. II13 Io sciopero generale veniva esteso anche a Milano, ove si aveva un grande schieramento di forze sovversive. A Genova il 13 venivano assaliti molti negozi, venivano feriti dai sovversivi- una donna e l’agente di pubblica sicurezza Benedetti. I trams che facevano servizio venivano assaliti dai dimostranti; la forza pubblica li caricava, si ebbero molti contusi e vennero operati 300 arresti. La truppa che portava gli arrestati in Questura, veniva assalita e di qui nuovi tumulti ed arresti. I disordini continuarono per tutta la giornata.

13 Giugno. — Sciopero dei camerieri a Firenze.

Il Giornale d’Italia reca l’articolo di fondo dal titolo «Intervista col generale Giardino»; l’intervista è sollecitata a proposito di un presunto colpo di Stato che sarebbe stato organizzato da Gabriele D’Annunzio, Benito Mussolini, Luigi Federzoni e il Generale Giardino stesso. — A S. Stefano Magra (Sarzana) alcuni energumeni volevano tenere un comizio sovversivo; i carabinieri Blanc Antonio e Vannini Vincenzo venivano assaliti a revolverate ed era ucciso il Vannini e ferito il Blanc.

A Ferrandina i contadini invadono il Municipio.

A Torino, ricorrendo in tal giorno l’inumazione della salma di Rosa Luxemburg in Germania, è proclamato lo sciopero generale, avvengono incidenti e rimangono contusi molti carabinieri e ferite le guardie civiche Giuffrida e Scomazzon. Il Fascio di combattimento indice una riunione per risolvere la situazione.

14 Giugno. — Sciopero dei lavoratori della mensa a Milano. Lo stesso giorno veniva proclamato lo sciopero generale a Reggio

Emilia in seguito ai fatti di Spezia e Genova e così pure lo sciopero generale era proclamato a Pisa.

15 Giugno. — Sciopero del personale delle Esattorie di Carrara, Roma, Napoli e molte altre località. Sciopero degli operai delle Miniere di lignite di Castelnuovo dei Sabbioni in Valdarno e serrata da parte degli industriali come risposta. La situazione anormale si prolungherà per oltre un mese.

Sciopero dei lavoratori albergo e mensa a Bologna.

Disordini a Bologna.

15 Giugno. — A Bologna, alla chiusura del Congresso dei lavoratori della terra socialisti, si ha un’impressionante corteo anarchico con 500 e più bandiere rosse e nere. Lungo il percorso vengono compiuti atti di violenza, e tutti gli ufficiali che capitano sono coperti di ingiurie e sputacchiati. La bandiera tricolore esposta ad un cinematografo viene strappata; scoppiano dei tafferugli con la forza pubblica. In Piazza S. Francesco si tiene un gran comizio e vengono pronunziati violentissimi discorsi, dopo i quali avvengono aspre colluttazioni con la forza pubblica e conflitti nei quali si ha un morto e alcuni feriti gravissimi. Il trasporto del caduto di parte socialista dà pretesto a nuovi disordini. Ordini superiori obbligano gli ufficiali a non circolare per le vie. Il maggiore Steti incontrato dai sovversivi è fatto segno a colpi di rivoltella.

17 Giugno. — A Roma, l’on. Federzoni nella sua qualità di deputato di Roma interviene ad un comizio che si tiene alla Casa del popolo, onde partecipare alla discussione; ma i socialisti lo aggrediscono.

18 Giugno. — Sciopero dei camerieri a Torino. Sciopero dei gassisti a Milano.

Riunione del Fascio di combattimento milanese.

19 Giugno. — Adunata del Fascio di combattimento a Milano. Parlano Bianchi, Angiolini, Scarani e Dell’Orto di Roma; viene votato un ordine del giorno in cui si afferma: 1° che il paese deve essere pienamente illuminato sull’opera svolta dai nostri delegati alla conferenza di Parigi e sull’odierna situazione nazionale; 2° che contro un eventuale ministero Giolitti 0 Nitti o altri luogotenenti si deve senz’altro insorgere con tutta la violenza di un’azione di piazza per imporre ai poteri statali la volontà del popolo italiano che, reduce dalla trincea, non può permettere che oblique figure parlamentari sabotino la meravigliosa vittoria italiana». Viene indetta per il 21 una grandiosa manifestazione.

20 Giugno. — Sciopero degli operai del Cotonifìcio Toscano a Pontedera. Muore a Genova il guardiano Angelo Bessone 63enne travolto dai dimostranti negli ultimi incidenti e contuso gravemente. Processo al Tribunale penale della città contro numerosi dimostranti con condanne varianti da 40 a 60 giorni.

20 Giugno. — Sciopero degl’impiegati del Cantiere Orlando a Livorno.

Il Ministero Orlando dimissionario.

Il Ministero Orlando è battuto alla Camera e presenta le dimissioni.

20 Giugno. — Grandiosa apoteosi di Francesco Rismondo a Roma e superba manifestazione pro Dalmazia.

22 Giugno. — Serrata al portofranco di Genova.

22 Giugno. — A Pavia viene ferito proditoriamente alle spalle il mutilato Romeo Aletto.

Nitti al Governo.

22 Giugno. — Cade il 20 Giugno il Ministero presieduto dall’onorevole Orlando; il giorno 22 è chiamato a capo del Governo Francesco Saverio Nitti. Gli elementi nazionali inscenano ovunque manifestazioni ostili, votano ordini del giorno contro l’assunzione alla presidenza del Consiglio di un uomo stimato da loro come uno dei luogotenenti di un risorgente giolittismo e come espressione del rinunziatarismo e della demagogia affaristica. Tra le dimostrazioni segnaliamo: il 21 a Torino ad iniziativa del Fascio di combattimento, in Piazza Carlo Felice, si tiene un comizio in cui parla De Vecchi; a Genova ad iniziativa del Fascio e dei nazionalisti si tiene un comizio in cui parlano Viola, Pinna, Balzarelli e De Gaspari.

Mussolini, i Fasci di combattimento, i combattenti contro Nitti.

A Milano ad iniziativa del Fascio, dell’associazione liberale, del Fascio delle Associazioni patriottiche si ha una riunione sotto la presidenza dell’on. Luzzatto. Il 22 a Firenze si tiene un comizio ad iniziativa dei combattenti e del Fascio delle associazioni patriottiche in piazza Vittorio Emanuele e parlano Eugenio Coselschi, il prof. Diego Garoglio, il prof. Zimolo, che, aggredito dalla polizia, si ferisce ad una gamba in una punta acuminata di ringhiera. Le dimostrazioni si rinnovano nelle principali città. A Milano ad iniziativa dei fasci, arditi e combattenti vengono tenuti discorsi all’Ottagono e al Monumento di Vittorio Emanuele e si hanno tafferugli coi sovversivi; rimane ferito da bastonate, l’ardito Aimone Leoni.

Importante tra le manifestazioni ostili, quella dei delegati dei combattenti che a Roma il giorno 23 votano un ordine del giorno contro ogni ritorno giolittiano.

Il 24 a Roma si riunisce il Direttorio del Fascio parlamentare e delibera l’espulsione dal Fascio stesso di quei deputati che hanno accettato di entrare nel Governo Nitti.

Riunione del Fascio Romano.

22 Giugno. — Si riunisce a Roma alla presenza di Benito Mussolini, nei locali del Circolo Garibaldi in Piazza delle Carrette il Fascio Romano di Combattimento. Il presidente avv. Serrao apre la seduta recando un fervido saluto a Benito Mussolini e ai combattenti che si riuniranno il giorno 23, in Campidoglio; afferma che i soldati che salvarono l’Italia al Piave sapranno nuovamente salvarla dal nemico interno. Fabbri della giunta esecutiva espone l’azione del Fascio.

Mussolini esamina la situazione parlamentare attuale, affermando che la volontà del paese non è rappresentata dal Parlamento. Afferma il concetto eticamente aristocratico del Fascismo che non sottostarà a nessuna dittatura e tanto meno a quella del numero. « sono da temere le pecore del pus poichè diecimila vili messi insieme non danno che vigliaccheria». I fascisti sapranno tutelare sempre, sia dall’alto sia dal basso, la loro libertà anche col mezzo persuasivo della violenza. Il programma dei Fasci è programma senza pregiudiziali, dinamico, problemista, senza scomuniche e senza apriorismi, Ricorda Fiume e afferma che se ai nuovi Garibaldini giungesse un ordine contrario agl’interessi della Patria essi non risponderebbero più «obbedisco» — Chiude inneggiando all’Italia e al suo improrogabile grande avvenire. Parlano poi brevemente l’ing. Senigaglia, il cap. De Vecchi, l’avv. Guido di Pisa, il cap. Giunta di Firenze, il cap. Pivano di Alessandria, Riccardo Vella e viene votato un ordine del giorno di saluto ai combattenti, riunentisi il 23 in Campidoglio, i quali sapranno difendere anche dai nemici interni la Patria.

È votato poi il seguente o. d. g. presentato dal Consiglio diretto: «Il Fascio considerato che la Camera attuale esponente di sfacciata corruzione non può pretendere di rappresentare la schietta volontà del popolo e dei combattenti, considerato che uomini i quali hanno irriso e maledetto la guerra, hanno mendicato obliqui e servili contatti con l’innominabile di Dronero e sono stati covati da banche nazionali e straniere, non possono tenere il governo d’Italia ne1 momento in cui della vittoria la Patria deve raccogliere il frutto; richiama la Corona al dovere d’interpretare il sentimento vero della Nazione e delibera di agire con ogni mezzo adatto a liquidare un governo di uomini privi di sincerità, dando mandato al consiglio direttivo di coordinare a tale scopo con gli elementi affini del Paese un’immediata azione».

Il Congresso del Combattenti.

23 Giugno. — In Campidoglio a Roma si apre il primo congresso dell’Associazione nazionale degli ex Combattenti. Fra i presenti sono Benito Mussolini, l’on. Giampietro, l’eroico mutilato col. Gavino Luigi, i deputati Ciriani e Monti-Guarnieri. Parlano il Sindaco Colonna, il presidente della sezione romana dell’Associazione dottor Cuccia, poi il presidente del Comitato centrale Fabio Luzzatto di Milano che fa la storia dell’Associazione, tratta gli scopi e i programmi e a proposito della politica che l’associazione dovrà seguire dice: «Noi ci sentiamo pervasi da un bisogno di rinnovamento politico che ha per fondamento il rinnovamento morale» — Parlano il cap. Dall’Ara, presidente dei Mutilati e Invalidi, poi il cap. Giunta, che, chiusa la seduta inaugurale, tiene un improvvisato comizio contro il nuovo Governo Nitti costituito il giorno prima e conclude proponendo un o. d. g. che suona vibrata opposizione a qualunque ritorno di politica giolittiana. L’ordine del giorno è acclamato.

24 Giugno. — Sciopero a Livorno al cotonificio Toscano Dini e C. e serrata conseguente.

Sciopero a Pisa alla fabbrica di ceramiche Richard Ginori.

28 Giugno. — Sciopero dei barbieri a Genova; dopo un comizio alla Camera del lavoro gli scioperanti compiono violenze contro i non aderenti allo sciopero e devastano alcuni negozi di questi ultimi.

Comizio a Roma per le rivendicazioni nazionali.

29 Giugno. — È indetto per il 29 Giugno all’Augusteo di Roma un comizio per le rivendicazioni nazionali, promotore il Comitato centrale di azione. La forza pubblica pone il Teatro in uno stato di assedio come se dovessero radunarvisi pericolosi sovversivi. Ufficiali dei carabinieri alla porta cercano di convincere i soldati che giungono a non assistere all’adunata quasi si fosse trattato di una cospirazione contro lo Stato. Il pubblico improvvisa agli ufficiali, che nonostante il divieto di intervenire in divisa, erano presenti, entusiastiche dimostrazioni.

Il primo oratore on. Enrico Corradini muove attacchi a Nitti, che si distingue fin dall’inizio del suo governo per i metodi sbirreschi, e inneggia a d’Annunzio. Parlano poi l’avv. Sinigaglia, Eugenio Coselschi, Host Venturi di Fiume. Il comizio viene sospeso per continuarlo in forma di dimostrazione nei pressi dell’Hotel Bristol, residenza dell’on. Nitti; lungo il percorso la polizia carica i dimostranti replicatamente e con un rigore esagerato; vengono però sfondati i cordoni, al livello di Piazza S. Carlo, al Corso, in Piazza di Spagna, alla Trinità dei Monti, in Via Sistina e Via Due Macelli. I dimostranti giunti al tunnel del Quirinale si colluttano con la forza pubblica, della quale viene notata la brutalità. Vengono arrestati lo studente 17enne Armando Contini, il meccanico Servio Scarponi, gli impiegati privati Fernando Menziani 27enne e Renato Ceci 26enne, il I7enne Carlo Marchetti, il I7enne Gastone Bigelli. La forza pubblica viene incitata dai Commissari comandanti il servizio a non rispettare neppure i molti ufficiali in uniforme che si trovano fra i dimostranti, e diversi di essi vengono colpiti dalle piattonate distribuite con gran larghezza e anche arrestati da semplici carabinieri.

L’on. Federzoni presenta immediatamente interrogazioni sui fatti a1 Presidente del Consiglio e Ministro dell’Interno e al Ministro della Guerra.

Tumulti per il caro-viveri.

Il 30 a Forlì veniva tenuto un comizio contro il caro-viveri e venivano pronunziati discorsi violentissimi. Il 1° luglio venivano assaliti e devastati numerosissimi negozi. La città era in mano dei dimostranti; essi requisivano dai negozi la merce e a mezzo di autocarri la portavano alla Camera del lavoro. Su i negozi veniva affissa la scritta: «Merce a disposizione del popolo». — Venivano eseguiti scarsi arresti, in complesso la tolleranza dell’autorità era eccessiva; un proprietario difesosi a colpi di rivoltella feriva alcuni dimostranti. Il 1° luglio veniva proclamato lo sciopero generale a Faenza per i fatti di Forlì. A Torre Annunziata il 1° veniva tenuto un comizio per il caro-viveri promosso dalla Camera del lavoro; dopo avvenivano con la forza pubblica colluttazioni con vari feriti da ambo le parti e numerosi arresti.

Lo sviluppo dei Fasci di combattimento nel Giugno.

3 Giugno. — Si tengono imponenti adunate dei Fasci di Combattimento. Quello della Lombardia a Milano: Comitato centrale: Attilio Longoni, Ferradini, Giampaoli, Casadei, Bonafini, dott. Del Latte, Alberto Berteli, Salimbeni e Colombi. Per il Varesotto: Leone Boggio; per Marchitelo e Castiglione Olona: Sopori Guido e Draga Ezio per Bergamo Ettore Bartolozzi; per Pavia dott. Del Latte, Fraschini e Aletti. Sono rappresentati anche i Fasci di Lecco, Como, Cremona, Stradella, Monza, Brescia (Melchiori), Saranno e Sesto S. Giovanni.

Convegno della Liguria a Genova: sono presenti i Fasci di Genova, Sampierdarena, Sestri, Rivarolo Ligure, Cornigliano. Il convegno è presieduto da Marinetti, relatore Eno Mecheri. Parlano Bartolomasi, Casati, Ercolani, Talgiotto.

Convegno del Piemonte a Torino: sono presenti Mario Gioda per il Fascio di Torino; Scapino per Moncalieri; Cavalli, prof. Monti, prof. Romano, ten. Chierasco, Ferrucci, Couvert, Borio, De Vecchi, Pilo Ruggeri, Enzo Ferrari che parlano sui diversi problemi.

Convegno regionale Veneto a Padova: presiede Celso Morisi; si discutono diverse questioni riguardanti il funzionamento dei Fasci, la questione finanziaria, la costituzione di nuovi Fasci, lo sviluppo dei Fasci nell’Italia Settentrionale. Si apprende la costizione dei Fasci di Venezia, Padova, Mestre, Treviso, Vicenza, Verona, Udine, Belluno, Feltre, Badia Polesine, Pordenone, S. Danile del Friuli. Si discute di estendere la propaganda fascista nell’Istria, a Parenzo, a Albona, a Zara, a Fiume, a Rovigno, ecc.

7 Giugno. — Imponente assemblea del Fascio di combattimento a Milano presieduta dal dott. Del Latte. Parlano Mussolini, Enzo Ferrari, Ferruccio Vecchi, Michele Bianchi.

8 Giugno. — Contradditorio fra fascisti e pussisti a Tradate, Oatori fascisti: Bertoli, Ferruccio Vecchi e Sergente Colombi.

9 Giugno. — Grande comizio fascista indetto dal Fascio di combattimento milanese; parlano Vecchi, De Ambris e poi Mussolini.

Questo è il primo comizio pubblico tenuto dal Fascio di combattimento milanese.

14 Giugno. — Adunata del Comitato centrale dei Fasci italiani di combattimento. Sono presenti: Bianchi, Ferrari, Mussolini, Mecheri, Morisi, Besana, Zuliani, Casadei, Marinelli, Bruzzesi, Del Latte. Il Comitato centrale dei Fasci italiani di combattimento, presa visione delle pubblicazioni di una agenzia romana a proposito di un preteso colpo di Stato dichiara: 1° che il racconto pubblicato dall’Agenzia romana è del tutto insussistente; 2° che questa bassa manovra ministeriale, il cui scopo è quello di disorientare l’opinione pubblica, non riuscirà al salvataggio di coloro che hanno sabotato con la loro imbelle diplomazia la grandezza della vittoria italiana, e che i Fasci italiani di combattimento continueranno a sviluppare con ogni mezzo sempre più energicamente la loro azione radicalmente rinnovatrice e depuratrice di tutta la vita italiana.

Al Fascio di Padova del quale è presidente il prof. De Marchi aderiscono i dalmati universitari Vincenzo Troianis da Curzola, Pietro Carminci da S. Pietro Brazza, Andrea Ciubelli e G. A. Chiurco.

15 Giugno. — Assemblea del Fascio di Parma; viene nominato delegato del C. C. A. De Castro.

17 Giugno. — Riunione del Comitato centrale dei Fasci italiani di combattimento alla sede del Popolo d’Italia.

20 Giugno. — Cagni parla al Fascio romano alla presenza di Deputati e Senatori sulla «Situazione parlamentare creata dalla crisi».

21 Giugno. — Il Popolo d’Italia del 21 Giugno pubblica: «Italiani! Sopporterete ancora d’essere condotti dai superstiti di Adua e dai complici di Caporetto?».

21 Giugno. — Adunanza del Fascio di combattimento di Venezia; presiede l’avv. Marsich; relatore segretario regionale dei Fasci Amedeo Giurin. Parlano poi l’avv. Massari, Gastone Ascoli, l’avv. Raffaello Levi, il cap. Cossio, il dott. Donati.

22 Giugno. — Il Fascio di combattimento di Milano convoca in Piazza del Duomo la cittadinanza ad un comizio pubblico.

23 Giugno. — Riunione Fascio combattimento a Torino.

30 Giugno. — Costituzione Fascio a Modena e nomina al direttorio prof. Lana, Massinelli, Baraldi, Panicali e d’Alessandro.

«Il Fascismo», articolo di Mussolini.

Dal Popolo d’Italia del 2 luglio. — Mussolini così scrive: «Per valutare nella giusta misura l’importanza sempre più grande del movimento dei Fasci italiani di combattimento, bisogna ricordare che essi sono nati il 23 di Marzo, nella prima adunata di Milano. Bisogna ricordare ancora che a quell’adunata convennero soltanto gli interventisti non rinunziatari e gli altri che non intendevano e non intendono di accodarsi (Maddaleni pentiti) al carro del Pus. L’adunata del 23 Marzo fu anti-rinunziataria e anti-pussista. Sono passati tre mesi e si può affermare, senza cadere nel bluff così caro alla tattica bagolistica degli altri gruppi e partiti, che il movimento dei Fasci di combattimento si è imposto all’attenzione pubblica ed è oggi la forza più viva, più audace, più rinnovatrice, più rivoluzionaria non nel senso bestiale dei vandeani, che ci sia in Italia.

«All’infuori del Partito socialista, che pretende di possedere il monopolio esclusivo nella piazza, non ci sono altri gruppi o partiti di quelli segnati nei vecchi cataloghi che osino scendere in piazza. I Fasci di combattimento contendono al Pus questo privilegio e nella recente agitazione anti-Nittiana, sono stati i fascisti di Torino, di Milano, di Roma, di Padova e di altre città, quelli che, tra il passivismo di tutti, hanno agitato e scosso violentemente il popolo italiano. L’attività di alcuni Fasci, citiamo ad esempio quello di Torino, è semplicemente meravigliosa. Governo e Pussismo, bolscevismo dall’alto e bolscevismo dal basso in tutto ciò che faranno o non faranno, dovranno tener conto dei Fasci di combattimento. Non è, forse, prematuro, esaminare i motivi che hanno provocato questa rapida ascesa, questo trionfale sviluppo del Fascismo, malgrado l’aperta ostilità e la perfida malignazione di certa piccola gente invasata a freddo di rivoluzionarismo letteratoide. Trattasi di gente che non ha mai condotto folle in piazza e che oggi è rivoluzionista semplicemente per questione di concorrenza. Il Fascismo è un movimento spregiudicato. Esso non ha sdegnato di prendere contatto con uomini e con gruppi che l’idiota filisteismo dei ben pensanti ignorava o condannava. La gente mediocre ha sempre affettato di non prendere sul serio il futurismo; ora a dispetto di questa gente, il Capo dei futuristi, Marinetti, fa parte del Comitato centrale dei Fasci di combattimento. Gli arditi hanno subito in questi ultimi tempi due diffamazioni: quella di coloro che li avrebbero voluti sfruttare e quella dei vigliacchi che sbandieravano ogni delitto comune commesso da arditi o falsi arditi. Ora, a dispetto dei calunniatori e dei fifoni, uno dei capi dell’arditismo, in Italia, il cap. Vecchi fa parte del Comitato centrale dei Fasci. Il Fascismo ha preso altri contatti con l’Associazione dei volontari di guerra, col Fascio popolare di educazione sociale e alcune organizzazioni minori di combattenti come l’Umus, l’Italia Redenta, la zona operante. Tutti questi contatti, quali d’ordine locale, quali d’ordine nazionale, non hanno condotto a stipulazioni formali, a nessuna di quelle intese protocollate, che ripugnano allo spirito del Fascismo. L’essenziale è di sapere che tutte queste forze possono essere utilizzate per uno scopo comune. Per le eterne ostriche della pregiudiziale, apparve come inaudito il fatto che i Fasci non avevano pregiudiziali di sorta. Non si vuol capire che il Fascismo cessa di essere tale non appena si sceglie una speciale pregiudiziale. I Fasci non sono, non vogliono, non possono essere, non possono diventare un Partito. I Fasci sono l’organizzazione temporanea di tutti coloro che accettano date soluzioni di dati problemi attuali. Poichè abbiamo rifiutato di caricarci le spalle con l’inutile fardello di una qualsiasi pregiudiziale, i melanconici scagliozzi, come dicono a Palermo, della pregiudiziale, si hanno abbaiato dietro l’appellativo pauroso e massacrante di reazionari. Noi, i reazionari ! Il guaio è che il numero di questi reazionari invece di diminuire aumenta. Nel recente congresso dell’Associazione dei combattenti è stato approvato un programma che non ammette pregiudiziale. Il presentatore di questo programma, lo Zavataro, ha, dichiarato ripetutamente che egli non accetta pregiudiziali, monarchiche, repubblicane, cattoliche, anticattoliche. Una domanda ci sale alle labbra e noi la rigiriamo a certi signori: che sia, dunque, un covo di reazionari novantotteschi, l’associazione nazionale dei combattenti? Il Fascismo è antiaccademico. Non è politicante. Non ha statuti, regolamenti. Ha adottato una tessera per la necessità del riconoscimento personale, ma potendo ne avrebbe volentieri fatto a meno. Non è un vivaio per le ambizioni elettorali. Non ammette e non tollera lunghi discorsi. Va al concreto delle questioni. Poteva darsi un programma di almeno quindici punti come quello repubblicano o di quindici mila punti come quello pussista o pipista, poteva elencare le cento piaghe d’Italia e metterci il relativo rimedio più o meno eroico. Poteva darsi delle arie truculente, per la galleria popolare. Lascia questo apparato demagogico a coloro che cercano ogni mezzo per far dimenticare o farsi perdonare l’interventismo di una volta. Ha limitato il suo programma a pochi punti essenziali e di immediata attuazione. La riforma elettorale, l’espropriazione delle ricchezze, i consigli nazionali economici. Questa è la novità interessante del programma fascista: la rappresentanza integrale. Per le rivendicazioni di ordine proletario, il Fascismo italiano è sulla linea del sindacalismo nazionale, rappresentato dall’Unione Italiana del lavoro. Anche qui delle due l’una: o noi siamo reazionari e allora lo è anche l’Unione Italiana del lavoro della quale accettiamo il programma, o l’Unione Italiana del lavoro non è reazionaria e allora — questa constatazione lapalissiana ci intenerisce! — non lo siamo nemmeno noi. Aggiungiamo ancora che il Fascismo, non solo non osteggia, ma fiancheggia sul terreno professionale, anche l’azione della confederazione generale del lavoro, poichè il Fascismo è antipussista, ma essendo produttivista, non può essere e non è antiproletario. Il Fascismo è un movimento di realtà, di verità, di vita che aderisce alla vita. È pragmatista. Non ha apriorismi. finalità remote. Non promette i soliti paradisi dell’ideale. Lascia queste ciarlatanate alle tribù della tessera. Non presume di vivere sempre o molto. Vivrà sino a quando non avrà compiuta l’opera che si è prefissa. Raggiunta la soluzione nel nostro senso dei fondamentali problemi che oggi travagliano la nazione italiana, il Fascismo non si ostinerà a vivere, come una anacronistica superfetazione di professionali di una data politica, ma saprà brillantemente morire senza smorfie solenni. Se la gioventù delle trincee e delle scuole accorre ai Fasci (il Fascio giovanile romano di combattimento conta già parecchie centinaia di soci) si è perchè, nei Fasci, non c’è la muffa delle vecchie idee, la barba veneranda dei vecchi uomini, la gerarchia dei valori convenzionali, ma c’è della giovinezza, c’è dell’impeto e della fede. Il Fascismo rimarrà sempre un moto di minoranze. Non può diffondersi all’infuori delle città, ma fra poco ognuna delle trecento principali città d’Italia avrà il suo Fascio di combattimento e l’imminente adunata nazionale raccoglierà nell’armoniosa e libertaria unità dell’azione questo formidabile complesso di forze nuove».

Il movimento contro il caroviveri capeggiato e vòlto a fini rivoluzionari dai socialisti.

Dal 2 Luglio. — La continua ascesa dei prezzi, effetto in parte della guerra, in parte di eccessivi utili che disonesti commercianti volevan ritrarre dal proprio lavoro, determinava in tutta l’Italia un vivo malcontento nelle masse popolari. Questo stato d’animo veniva sapientemente sfruttato dai capi sovversivi al fine di impadronirsi dell’animo delle masse e di portarle a , ostentando un eccessivo interessamento, e usando mezzi demagogici — messi da parte scrupoli o pensieri di carità di Patria.

Così in tutta l’Italia avvengono per un lungo periodo di giorni incidenti più o meno gravi.

Il 2 Luglio a Imola alcune squadre di socialisti chiedevano ai negozianti la diminuzione della metà dei prezzi. Agitando bandiere rosse essi assalivano e svaligiavano letteralmente i magazzini e i negozi che facevano resistenza. Rimaneva ferito un ufficiale di uno squadrone di cavalleria intervenuto per ristabilire l’ordine. Veniva innalzata sul campanile la bandiera rossa.

A Ravenna lo stesso giorno la popolazione imponeva la riduzione a metà prezzo dei generi alimentari. Venivano anche qui invasi i negozi.

A Firenze avvenivano il 2 incidenti contro gli incettatori di merci. Tutta la città il giorno 3 veniva percorsa da una folla di dimostranti ed in più punti si avevano colluttazioni con la forza pubblica, incidenti e tafferugli. Viene dichiarato lo sciopero generale. Gli operai allora si danno allo svaligiamento dei negozi che trovano aperti, e ne devastano parecchi. Il giorno 3 a Bologna veniva messo a metà prezzo il calmiere; lievi incidenti.

Ad Ancona veniva proclamato lo sciopero generale, ribassati di moltissimo i prezzi, e sciopero veniva pure attuato a Iesi, Sinigallia, Chiaravalle e Falconara.

Lo sciopero generale era proclamato il 3 a Civitavecchia. Nella serata del 3 avvenivano a Firenze gravissimi disordini; il saccheggio si iniziava un po’ dappertutto e quasi si potrebbe dire che nessun negozio rimanesse intatto. Trascurando la cronistoria particolareggiata, che sarebbe quasi impossibile, diremo che del saccheggio compiuto che si intensificava al cader della notte soltanto una piccolissima parte veniva portata alla Camera del lavoro; alcune strade erano completamente inondate di benzina, petrolio e vino.

Le scene di saccheggio nelle varie città continuavano il giorno 4: gli unici ordini che la folla rispetti sono quelli provenienti dalla Camera del lavoro. Le autorità e la truppa non intervengono per nulla. I veicoli che circolano sono soltanto quelli provvisti di autorizzazione della Camera del lavoro. Notata da tutti l’assenza del Governo. A Firenze nei vari e gravi incidenti avvenuti si hanno ottantacinque feriti, fra i quali molti carabinieri, e due morti.

Il giorno 3 a Imola avvenivano scene di vero brigantaggio. Veniva assalita la casa del dott. Giovanni Berti Cerotti, e disarmati alcuni carabinieri. Numerosissimi i feriti e quattro i morti; viene issata il giorno 4 in più luoghi la bandiera nera; in complesso la città per tre giorni è in mano alla teppaglia anarchica.

A Bologna ove continua una relativa calma il giorno 4, è data una caccia particolare alle automobili e si inseguono a colpi di rivoltella e a sassate quelle che non si fermano e non consentono a cambiar padrone.

Il 4 sciopero generale a Pistoia e requisizioni popolari; sciopero generale a Empoli, a Piombino, a Perugia.

Sciopero generale a Castel S. Pietro, a Medicina, a Cesena, a Rimini, e in molti altri Centri della Romagna. Il giorno 4 ad Ancona continuano i saccheggi dei negozi e si intensifica il movimento.

A Voghera è proclamato in tal giorno lo sciopero generale. Lievi incidenti a Torino il 4.

Il giorno 5 a Torino mentre continuavano i sequestri popolari, avvenivano anche alcuni incidenti e dimostrazioni. A Palermo il medesimo giorno avvenivano tumulti e dimostrazioni con invasione di negozi e saccheggi. A Firenze, ove gli arrestati assommano a circa un migliaio, si rinnovano nel pomeriggio i tumulti e le devastazioni. Si ripetono ad ogni istante cariche di cavalleria e di fanteria, conflitti con feriti gravi e incidenti. La forza occupa militarmente la città, la quale si trova letteralmente divisa in varie zone, senza comunicazione tra di loro. Il 5 a Livorno violenti incidenti e saccheggi, e svaligiamento del grande Calzaturificio Varese. Ad Ancona, ove camions carichi di truppa provvedono al mantenimento dell’ordine, viene occupata militarmente la Camera del lavoro. Incidenti nel fiorentino a Soffiano, ove viene ferito il colono Lorenzo Marsili per essersi opposto ai saccheggiatori, a Pieve a Settimo ove viene ferito il Sacerdote Venceslao Martini, al Salviatino, al Galluzzo. Continuano le requisizioni e le manifestazioni anarchiche a Civitavecchia. Il 5 sciopero generale a Terni, svaligiamento di negozi a Siena, sciopero generale a Pontedera. Il 5 incidenti a Milano, devastazione di negozi e saccheggio. Il 5 incidenti lievi a Genova, saccheggi ad Alessandria, sciopero generale a Rivarolo e a Sestri Ponente, negozi saccheggiati a Pisa, agitazione ed incidenti ad Arezzo, sciopero generale e saccheggio di botteghe a Prato.

Il giorno 5 a Firenze si rinnovano sul tardi gravi tumulti e le ultime ore della giornata sono di vera anarchia. Veniva ferito gravemente l’ufficiale delle fiamme rosse Mario Urbino. Mentre in Piazza S. Biagio l’on. socialista Pescetti incitava la folla, sopraggiungeva un camion di carabinieri. Nasceva un conflitto e il ten. Matucci, oltraggiato, veniva poi ferito gravemente talchè moriva poco dopo. Incidenti avvenivano nel Fiorentino, a S. Donnino, Signa, S. Donato, Bagno a Ripoli, Villamagna, Rimaggio, Grassina, Antella. Il 6 gli incidenti e i saccheggi continuavano su vasta scala a Livorno e a Prato; qui si avveravano atti teppistici impressionanti con molti feriti. A Viareggio avvenivano replicati incidenti. In Val di Bisenzio veniva per alcuni giorni instaurata una piccola repubblica dei Soviet, per transitare sul territorio della quale occorreva un salvacondotto delle autorità rosse. Il centro dello Stato in miniatura era Vaiano; la truppa, dopo vari giorni, ristabiliva l’ordine.

Il giorno 7 a Napoli si rinnovavano tumulti e assalti. In Piazza della Ferrovia avvenivano i primi incidenti. Un corteo di sette o otto mila persone devastava vari negozi e magazzini. Incontratisi con un reparto di truppa, avvenivano dei conflitti. In via Depretis veniva assalito un calzaturificio; la forza pubblica aggredita rispondeva. Un violento incidente avveniva pure alla manifattura dei Tabacchi. Nel complesso i feriti assommavano a parecchia diecine, fra essi il delegato Polipo, l’aggiunto di P.S. Salvarosa, l’aggiunto di Finanza Carezzi; il carabiniere Impippio e la guardia di finanza Cattolica.

A Milano il 7 negli incidenti avvenuti si avevano 1200 arresti e 50 feriti; presso Musocco avveniva un tragico episodio, essendosi un oste difeso dagli aggressori, di cui uno veniva ucciso. A Torino avvenivano gravi tafferugli e incidenti, moltissimi negozi erano assaliti e devastati; molti arresti di guardie rosse che recavano al braccio la scritta «Partito Socialista»; particolarmente presi di mira dai dimostranti i negozi di vino.

A Bari veniva proclamato il 7 lo sciopero generale. A Taranto ove gli arresti sorpassavano i duecento rimaneva ferito fra gli altri il prof. Malato del Genio Militare. Il 7 a Pisa la giornata trascorreva movimentata, molti negozi, particolarmente drogherie e pasticcerie, venivano assaliti. Circolavano automobili con bandiere rosse, cariche di giovani che requisivano i viveri.

A Roma alcuni facinorosi anarchici profittando dell’agitazione contro il caroviveri si ripromettevano di commettere gravi disordini, e complottavano un vero piano rivoluzionario. Il giorno 7 essi, in buona maggioranza, venivano arrestati. Verso la mezzanotte un gruppo anarchico tentava di indurre il battaglione arditi accasermato al forte Pietralata a consegnare bombe a mano e ad uscire dal forte stesso per un colpo di mano che avrebbe dovuto avere come primo obbiettivo l’assalto ai pubblici mercati; gli anarchici venivano fugati a colpi di fucile e parte tratti in arresto. Il giorno 7 a Genova, avvenivano gravissimi disordini. Erano devastati molti negozi e svaligiati completamente. In Piazza De Ferrari alcuni agenti che conducevano in questura gli arrestati venivano presi di mira dai sovversivi. Gli agenti rispondevano e si avevano due morti e una trentina di feriti fra i quali io agenti di pubblica sicurezza. Il 7 sciopero generale a Novara; a Taranto colonne di dimostranti saccheggiarono vari negozi e nei conflitti che si avevano rimanevano ferite numerose persone; venivano piazzate nelle vie della città mitragliatrici. A Catania avvenivano il 7 gravissimi atti di violenza contro la proprietà. Molti saccheggiatori venivano arrestati, erano piazzate mitragliatrici, e nei conflitti con la forza si deploravano parecchi feriti. Il giorno 8 avvenivano a Roma gravi incidenti; nel Trastevere venivano invasi e devastati moltissimi negozi; il saccheggio continuava per parecchio tempo; il Caffè Faraglia fu vandalicamente devastato.

L’8 a Genova avvenivano altri lievi incidenti. Gli arrestati raggiungevano i 500. A Perugia la popolazione veniva a conflitto con la forza Pubblica e si avevano alcuni feriti. A Catania negli incidenti gravi avvenuti nella giornata, alcuni soldati rimanevano feriti e venivano fatte alcune centinaia di arresti, e proclamato lo sciopero generale. l’8 a Napoli è proclamato lo sciopero generale; scoppiano disordini e si hanno tentativi di incendio ad alcuni negozi. A Lecce gravi tumulti e conflitto con la forza pubblica, vengono messe in azione le autoblindate, arresti e feriti. Ad Andria è proclamato lo sciopero generale, i contadini in numero di oltre 6 mila invadono la città; i dimostranti vengono caricati più volte dalla forza: un morto e molti feriti. A Catania continuavano l’8 gravissimi disordini; i dimostranti si davano alle campagne dove avvenivano violenze di ogni genere. Disordini anche ad Acireale; nel complesso in tutta la Sicilia vari morti e molti feriti.

Il giorno 9 a Roma i dimostranti venivano più volte a conflitto con la forza pubblica; due camions militari incendiati; nei conflitti si avevano due morti e molti feriti.

Il 10 a Spilimbergo (Udine) si tiene un comizio per il caro-viveri; la folla tenta l’assalto al Municipio e viene a conflitto con la forza pubblica; nel conflitto quattro dimostranti vengono uccisi e parecchi feriti.

l’11 luglio a Lucera (Foggia) viene tenuto un Comizio contro il caroviveri; dopo di esso i dimostranti vengono a conflitto con la forza pubblica, e nel conflitto sette persone cadono morte e quasi cinquanta sono ferite, tra le quali i delegati di P.S. Poli e Magliano; responsabile principale dei fatti il consigliere provinciale Maitilasso.

1° Luglio. — L’agitazione dei lavoratori del porto, da Genova si allarga a Napoli, a Palermo, e numerosissimi piroscafi rimangono bloccati.

3 Luglio. Il ten. col. Armani Armando si iscrive al fascio di Parma.

4 Luglio. — Comizio di protesta all’Augusteo contro le violenze della polizia del 29 Giugno; il magg. Giovanni Giuriati pronunzia un vibrato attacco a Nitti.

5 Luglio. — A Siena si costituisce un gruppo nazionalista attivo; i principali gregari di esso, fra i quali Bargagli Petrucci, Raveggi, Fiore, De Felici, Caroli, Bellucci, Bianco, Nanni, e altri, vengono fatti segno ad attacchi del giornale dei socialisti.

12 Luglio. — A Genova al Ronciglione, degli anarchici aggrediscono pattuglie di Carabinieri, costringendoli a far uso delle armi. Nel conflitto 2 morti.

12 Luglio. — Il Popolo d’Italia pubblica un importante articolo di Benito Mussolini: «Lo scioperissimo», dedicato ai ferrovieri italiani.

Verso lo sciopero internazionale.

Si prepara in Italia la partecipazione allo sciopero internazionale che deve essere proclamato in tutta l’Europa il 20 e 21 Luglio, come protesta di tutti i proletari contro l’oppressione militare a danno delle repubbliche soviettiste di Russia e d’Ungheria.

Si dichiarano contrari a tale manifestazione la gran maggioranza del lavoratori: così il Fascio ferrovieri italiani. Il Sindacato dei tramvieri invece invia una circolare in cui incita i compagni e dà direttive in vista del prossimo «travolgimento dell’attuale regime capitalistico borghese onde dare ai lavoratori il diritto di presiedere al Governo della vita pubblica».

Vengono sequestrati manifesti indirizzati alla truppa per lo sciopero. Le Associazioni patriottiche dal canto loro si preparano a fronteggiare gli eventi.