Il gesto rivoluzionario di Gabriele D’Annunzio.
L’impresa fiumana.

Il gesto rivoluzionario fiumano è certamente il grido di un’anima libera, la protesta dell’aristocrazia del popolo italiano, del popolo ardito, la vendetta della libertà, che dopo essersi levata alta e solenne sulle rive del Piave e nelle pietrose trincee del Grappa, era stata vilipesa dalla ciarlataneria internazionale riunita a Versailles.

Questa grande tragedia fu realmente un atto di rivolta contro la codardia dei nostri governanti dopo la guerra e per più di un anno divenne il simbolo della gloria d’Italia, la roccaforte alla quale il Fascismo, ancora debole nella sua origine, guardava con speranza, quasi per attingere più forze e muovere nel nome di Fiume martire contro le tristizie della politica interna.

Narrare cronologicamente le vicende di quest’impresa è un dovere sacrosanto; perchè è comune persuasione assoluta che il martirio di Fiume influì potentemente sull’animo della Nazione e servì ad accrescere e a ringagliardire quel sentimento di riscossa che già si delineava sotto il comando del Duce: Benito Mussolini.

Nella cronistoria dell’Impresa Rivoluzionaria Fiumana terremo come base gli importanti lavori: I disertori di Ronchi, di Riccardo Frassetto dei «sette giurati di Ronchi», il libro verde Legioni di Ronchi Documenti delle cinque giornate di Fiume, scritto per ordine di D’Annunzio dopo le giornate dolorose dal valoroso cap. Eugenio Coselschi, console della M. V. S. N., e che, datane la rarità, l’Autore stesso ha messo a nostra disposizione, Fiume e Roma di A. Melchiori, e anche Le giornate di Fiume di Corrado Zoli, ex-Sottosegretario di Stato agli Esteri della Reggenza Italiana del Carnaro e La città di Passione - Fiume negli anni 1914-1920 di E. Susmel segretario generale della Reggenza del Carnaro.

Fiume e il Quarnaro appartengono all’Italia!!

Fiume doveva essere italiana perchè è terra etnicamente e geograficamente italiana. A proposito riportiamo le parole del fiumano Baccich: «....per un quadruplice ordine di motivi si impone all’Italia il dovere di assicurarsi il possesso di Fiume e del Quarnaro: 1° motivi di ordine etnico, storico e geografico; 2° motivi di ordine nazionale; 3° motivi di ordine economico; 4° motivi d’ordine strategico» ..... «In possesso d’altri che non fosse l’Italia, Fiume, se da un lato determinerebbe la svalutazione commerciale di Trieste, dall’altro determinerebbe quella strategica di Pola; ed assieme alle isole diverrebbe una formidabile base di operazione.... La posizione di Trieste e di Fiume, veramente formidabile, è l’elemento precipuo che ne determina il loro valere e la loro importanza.... A traverso Trieste e Fiume si attuerebbe finalmente l’ardito disegno, vagheggiato dai nostri grandi di un’affermazione della coltura e della civiltà italiana nell’Oriente balcanico....».

La Dalmazia settentrionale ed il sistema insulare, come disse Antonio Cippico, è la quarta parete dell’Italia, perchè il massiccio delle Dinariche è baluardo che divide l’Adriatico dai Balcani, ma anche separa latini e slavi.

Del resto Fiume anche sotto gli Absburgo non appartenne alla Croazia, ma al regno di Ungheria. L’on. A. Ossoinack, deputato al parlamento ungherese, A. Odenigo e A. Tamaro nelle loro pubblicazioni affermano l’italianità di Fiume, la passione del periodo prebellico e bellico.

Un documento importante del 23 aprile 1779 prescrive «che la città di Fiume col suo distretto anche in avvenire sia trattata come corpo separato annesso alla corona del Regno d’Ungheria.... La città di Fiume ha sempre costituito, de jure un corpus separatum, cioè un piccolo stato, che nel 1867 chiese e ottenne di essere riunito all’Ungheria, perchè l’Ungheria era l’unica soluzione contro la sopraffazione croata. Del resto esiste una protesta contro la tendenza a unire Fiume e Trieste alla Carniola fin dal 1500.

Noi non staremo a portare altre argomentazioni sulla fede e sulla necessità dell’italianità di Fiume; rimandiamo al lavoro di E. Susmel, che fu Segretario della Reggenza del Carnaro, tra i fondatori e presidente del Fascio fiumano di Combattimento; a La Città di passione degli anni 1914-1920 ed alle altre pubblicazioni più sopra accennate ed a tutta la documentazione inconfutabile che dimostra in maniera potente la fede di Fiume: Italia o morte!

Fiume durante il regime interalleato.

Già nel Maggio-Giugno si era costituito a Fiume il «Battaglione Volontari Fiumani» composto di pochi armati che davano un esempio sublime di sacrificio, pronti a difendere l’italianità della città. La situazione cominciava a farsi ogni giorno più seria; il Governo rinunciatario allontanava da Fiume il generale Grazioli che, quale comandante del corpo interalleato, aveva difeso il buon diritto sia della città sia dell’Italia. Il Grazioli fu un generale veramente italiano, moderatore severo, difensore dell’italianità di Fiume. Si era andata così creando una situazione un po’tesa tra fiumani e soldati francesi. Un bel giorno, dei militi della nazione latina amica, avvinazzati, strappano dal petto delle donne fiumane le coccarde italiane. Altri fatti antecedentemente avevano acuito questa situazione di disagio tra fiumani e francesi e quindi nacque un conflitto in seguito al quale fu inviata una Commissione d’inchiesta interalleata, della quale faceva parte il generale italiano Di Robilant. Per ordine del comando, le truppe francesi vengono raggruppate oltre il ponte Sussak e l’inchiesta porta allo scioglimento della legione fiumana, all’equiparazione delle forze li terra e di mare interalleate e a siluramenti su vasta scala di capi militari italiani.

L’allontanamento dei granatieri.

Prima cosa fu quella di cercare di allontanare i granatieri che da troppo tempo si trovavano a Fiume, ed il 24 agosto il maggiore Reina riceve l’ordine di partenza dei granatieri per la notte. Un gruppo di ufficiali ribelli (cap. Sovera, ten. Rusconi, sottot. Grandjacquet, Cianchetti, Brichetii, Ciatti, Adami, e Frassetto), che aveva compreso l’anima fiumana, si riunisce nella camera del Frassetto e decide di recarsi in commissione dal dott. Grossich, presidente del Consiglio Nazionale, a offrirgli le loro armi per. Fiume. I maggiorenti della città di Fiume, non vogliono accondiscendere all’atto ribelle degli ufficiali perchè temono che possa compromettere la situazione fiumana. Di questo parere sono anche i fiumani Gallione e Stiglich; sola ad aderire al movimento di ribellione è «la mamma dei granatieri», una vecchia fiumana, fervida patriotta, Nicolina Fabris.

Il popolo fiumano intanto pubblica il seguente proclama per la partenza dei granatieri: «Fiumani, i nostri granatieri partono!... Tutta Fiume deve essere presente alla loro partenza. Noi dobbiamo far loro grandi feste, dobbiamo coprirli di fiori. Ogni granatiere riporterà nella sua casa un po’dell’italianissima anima di Fiume; meglio, ogni granatiere sarà fiumano. Granatieri di Sardegna non ci abbandonate».

La popolazione fiumana fa una grande manifestazione ai granatieri partenti, ed i soldati prima di partire scrivono sui vagoni della tradotta le parole fiere: «Fiume o morte», «Fiumani! I Granatieri vi hanno nel cuore! Non vi abbandoneranno! Torneremo, non ne dubitate!» È impossibile descrivere Je scene successe alla partenza del treno da Fiume. Grida, pianti, canti nel nome d’Italia!

Il convoglio si dirige verso Ronchi ed il 26 agosto il battaglione dei granatieri partito da Fiume si stabilisce nel piccolo centro che dovrà essere il luogo di nascita dell’epica marcia rivoluzionaria dannunziana.

A Monfalcone sta il comando del Reggimento. Il gruppo ribelle dei granatieri non dorme! Si riunisce segretamente il 31 agosto in solenne assemblea in una stanza pavesata alla fiumana e giura dinanzi ad un pugnale: «In nome di tutti i morti per l’unità d’Italia, giuro di essere fedele alla causa santa di Fiume e di non permettere mai, con tutti i mezzi, che si neghi a Fiume l’annessione completa ed incondizionata all’Italia. Giuro di essere fedele al motto: «Fiume o morte!».

Sono presenti: Rusconi Vittorio, Grandjacquet Claudio, Cianchetti Rodolfo, Ciatti Lamberto, Brichetti Enrico, Adami Attilio, Frassetto Riccardo e Meoni. Si inizia una propaganda attiva sui giornali, verso personalità politiche e fra la truppa per preparare l’insurrezione. Si pensa di scrivere a D’Annunzio, all’eroe della grande guerra inviando i foglietti del giuramento firmato dagli otto ufficiali. Il capitano Sovera parte per Venezia e tratta con D’Annunzio. Il sottotenente Grandjacquet convoca d’urgenza il piccolo Consiglio di guerra, dopo aver parlato col poeta il quale gli afferma che da molto tempo stava lavorando per Fiume e che avrebbe senz’altro preso il comando del battaglione dei granatieri di Ronchi, per muoversi verso Fiume.

L’organizzazione della marcia. — D’Annunzio a Mussolini.

Il Poeta invia quindi una lettera al maggiore Reina, comandante del battaglione. Siccome ritarda la venuta del comandante a Ronchi, il piccolo Consiglio decide di inviare Grandjacquet a Venezia assieme a Frassetto per decidere l’azione con d’Annunzio. Il Poeta Soldato afferma ai due camerati: «Posdomani è il 10, bisognerebbe rimandare l’azione all’11, è un giorno fortunato per me, il giorno di Buccari.... Dite al maggiore Roina che giovedì sarò a Ronchi per partire verso il gran destino».

D’Annunzio poi comanda a Frassetto d’andare a Ronchi e di lì a. Fiume per avvertire il capitano Host-Venturi che i granatieri sarebbero giunti in città nelle prime ore del 12 settembre. Rusconi e Grandjacquet rimangono a Fiume a coordinare l’azione e Frassetto con Venturi ritorna, a Ronchi. Si cerca intanto di prendere accordi col comandante dell’autoparco di Palmanova per avere i mezzi di trasporto. Frassetto riparte per Venezia incontro al comandante che trova a letto febbricitante. Ma il Poeta Soldato è pronto al momento della partenza. — Il centro rivoluzionario di riunione dei granatieri è il piccolo borgo Ronchi di Vermigliano, paesello sacro alla memoria di Guglielmo Oberdan. Gabriele d’Annunzio in tenuta di Tenente colonnello dei lancieri di Novara è pronto per partire e dà gli ordini al tenente medico Sanguinetti e al ten. aviatore Simoni; raccomanda a Sanguinetti la consegna ai giornali di un articolo che dovrà apparire all’indomani dell’impresa, fiumana e gli affida la seguente lettera per Benito Mussolini:

Gabriele d'Annunzio salvatore di Fiume.

«Mio caro compagno, il dado è tratto. Parto ora. Domattina prenderò Fiume con le armi. Il Dio d’Italia ci assista. Mi levo dal letto febbricitante. Ma non è possibile differire. Anche una volta lo spirito domerà la carne miserabile. Riassumete l’articolo che pubblicherà la Gazzetta del Popolo, e date intera la fine. E sostenete la causa vigorosamente, durante il conflitto. Vi abbraccio. Gabriele d’Annunzio

— 11 Settembre 1919».

D’Annunzio parte da Venezia e giunge l’11 a S. Giulian. — Il piccolo gruppo ribelle astutamente invia il seguente ordine per fonogramma al comandante dell’autoparco di Palmanova: «Comando autoreparto Palmanova. D’ordine comando corpo d’armata inviare urgenza Ronchi, comando granatieri, per le ore 24 di questa notte, 40 autoleggere trasporto truppa, completamente rifornite. 11 Settembre

— Comandante Autoparco Trieste: Maggiore Sersale».

A Nabresina vengono requisite due autoblindate ed altre 4 vengono prese nei centri vicini. A Palmanova ed a Ronchi lavorano indefessamente il cap. Miani, i ten. Keller, Beltrani, ed altri, i quali danno un forte contributo all’organizzazione dell’impresa. Altri ufficiali si uniscono all’insurrezione: il maggiore Reina, il cap. Dragone-Vinaj, Lupini e il ten. Brunelli. Durante la marcia si uniscono ancora il cap. Nicoly, il ten. Pigazzi, i ten. Ferrari, Tonini, Ramondini, Talocchi, Cola, Loschi e Radice della Brigata granatieri. La colonna dei ribelli è in marcia con in testa il poeta soldato ed attraversa Monfalcone, Prosecco, Opcina cantando. Tutti i paesi e tutte le campane salutano i legionari di Fiume. Il colonnello Ferrero ed il gen. Pittaluga tentano di opporsi all’avanzata, ma il passaggio della colonna rivoluzionaria li coglie di sorpresa e li lascia sbalorditi.

Tutto il popolo fiumano accorre ad acclamare il liberatore.

 

Bollettino del Comando di Fiume d’Italia. — Italia o morte!

11 Settembre. — «Bisogna riconoscere agl’Italiani una lesta facilità di sbarazzarsi dell’eroismo vivente, che è incomodo ed importuno, imbalsamandolo in frasi storiche da custodire negli archivi o da riporre nelle epitomi, così come oggi lestamente essi affettano e trinciano e sminuzzano la vittoria e la rimescolano e rimpasticciano con avanzi innominabili e ne fanno un lungo beverone da sagginare i porci.

«Or è poche settimane, Fiume pareva lo spasimo d’Italia; come l’Italia era lo spasimo di Fiume. Per la Pentecoste, che è la festa dello spirito e della rianima ci credemmo ingenuamente di celebrare il giorno della città olocausta per «tutti gli Italiani di qualunque credenza». Alludendo alla parola del Vangelo di Giovanni, un interprete scrisse; «Fiume oggi soffia nel viso di tutti noi italiani, ci avvampa il viso col suo soffio; e ci dice: Ricevete lo Spirito, ricevete la fiamma». Or è tre mesi appena.

«Al soffio divino non risponde oggi se non il rutto sconcio. Tutta la Nazione è soddisfatta d’aver digerito il suo pasto cotidiano, e non pensa se non a quello di domani e di doman l’altro. Il salmista lucano, che infiora di citazioni peregrine i suoi componimenti esortativi all’unione ventrale e alla concordia escrementale, può parafrasare il salmista ebraico: «D’adipe e di grassezza sia ripiena l’anima mia come la vostra».

«Non c’è neppur bisogno della prudente cera di Ulisse per turarsi le orecchie contro le strazianti sirene del Quarnaro. Basta l’adipe.

«Il famoso «grido di dolore», che giungeva al cuore del secondo Emanuele, non turba l’Italia del terzo, intenta a consumare coi cadetti americani in conviti propiziatori i viveri mal concessi e a imitare diligentemente il sorriso meccanico del despota quacquero, ascoltando il buon colonnello pedagogo che rimastica i suoi primi studi geografici per dirci come l’Italia gli sia sempre apparsa «in forma di un piccolo stivale pieno zeppo di antichità».

«Orgoglio latino, alza tre volte il bicchiere in onore della gente che alfine riesce ad esercitare la polizia punitiva in Fiume d’Italia alternando col Coriaceo «detective» inglese i suoi rigori.

«Si grida tuttavia «Italia o morte» laggiù?

«È un sorriso storico che il colonnello West inette con le altre antichità nel «piccolo stivale» della sua geografia puerile. Agli Italiani enfi nel beverone di Caporetto deve sembrar più remoto e più fioco della sentenza scritta con l’indice intinto nel sangue nero dal fuoruscito fiorentino di Montemurlo. Deve sembrar più leggendario delle tre parole che la mano invisibile tracciò sul muro del convito di Balthazar mentre il nemico penetrava in Babilonia.

«Il nemico è penetrato nell’intima carne d’Italia; perchè l’Italia non è in quelli che di lei vivono trafficandola e falsandola senza pudore, ma in quelli che per lei sola vivono e per lei sola patiscono e per lei sola sono pronti a morire.

«L’Italia conosce la fama, non conosce il disonore» disse il ciarlone che nella immunità di Vallombrosa restaura oggi le sue forze compromesse dalle troppe salivazioni e lacrimazioni intempestive, mentre a lui colpevole di grazianeria (gli Italiani capiscono ancora l’italiano, almeno quello dei bisticci? converrebbe fosse applicata la ragion sommaria del generale Graziani punitore encomiabile.

«L’Italia, se non conosce la fame, conosce il disonore disse un altro parolaio senza lacrime,.... Sì, l’Italia oggi conosce il disonore e senza rossore, senza rivolta....

«Gli Italiani hanno occhi da logorare su le pagine di vituperio, hanno buoni occhi per scorrere le liste dei renitenti ostinati, dei disertori ostinati, dei traditori ostinati che la grazia sovrana riscatta al disonore della patria; ottimi occhi hanno per leggere le lunghe omelie ambigue di quel salvatore obeso che ha ridotto la patria un «corpo vile», su cui esperimenta i suoi falsi miracoli. Hanno gli occhi della carne, induriti come i precordii. Non hanno gli occhi divini dell’anima per vedere in perpetuo le creature della città ingannata, le creature della città abbandonata, — quelle che della loro fame sfamarono gli affamati d’Italia — distese sopra le bandiere o abbrancate alle mote delle carrette per impedire l’inganno, per scongiurare l’abbandono, per essere calpestate e schiacciate dalle calcagna fraterne sopra il segno della loro fedeltà.

«Non importa. Stroncata dal dolore, bruciata dalle lacrime, una di loro ha detto umilmente: «Non abbiamo sofferto abbastanza». E s’è preparata a più patire.

«Quale è la gerarchia sovrana degli Angeli? Quella solamente può raccogliere una tal parola e recarla al cospetto del Santo dei Santi. Noi non ne siamo degni.

«L’Italia grande non è più di qua dal mare. Che è l’uomo senza orgoglio? Che è, senza orgoglio, la Nazione? L’Italia grande è al di là dal mare, dove i pochi la difenderanno, dove quelli del maggio 1915 la ricondurranno alla vittoria dolorosa.

«Chi si ricorda di quel maggio lontano, se non per esecrarlo?

«Chi si ricorda del maggio recente, se non per rinnegarlo?

«Le donne di Fiume prostrate sulle bandiere distese non rammentano a nessuno un’altra bandiera distesa? Non rammentano a nessuno una promessa e un giuramento?

«In quella sera di maggio qualcuno disse alta ringhiera del Campidoglio: «Anche una volta è sospesa nehl’ignoto l’anima della Nazione, che nella durezza della solitudine aveva ritrovato tutta la sua disciplina e tutta la sua forza. Attendiamo in silenzio, ma in piedi.

«Nell’attesa la parola d’ordine è questa: «Ricordarsi e diffidare; diffidare di tutti, confidare in noi stessi; ma, sopratutto ricordarsi, ricordarsi, ricordarsi.

«La vasta bandiera del Timavo, la bandiera del fante, fu spiegata alla ringhiera e battezzata nell’acqua capitolina, che il lembo rosso giunse a bagnarsi nella tazza della fontana sottostante. Tutto il popolo gridò al presagio.

«La stessa voce disse: «L’imagine sublime del fante, che vi poggiò la testa, v’è rimasta effigiata; ed è l’imagine di tutti i morti, perchè tutti quelli che sono morti per la Patria e nella Patria si somigliano. È il sudario del sacrifìcio».

«Nella visione dell’anima le donne di Fiume v’erano già inginocchiate, e singhiozzavano.

«La voce soggiunse: «Io, perchè l’aspettazione sia votiva e il raccoglimento sia vigile e il giuramento sia fedele, voglio abbrunare la mia bandiera finchè Fiume non sia nostra».

«Una lunga banda di crespo nero fu gettata sulla bandiera, ma il vento la investì e la sollevò come se volesse distogliere il lutto. E tutto il popolo gridò al presagio.

«La voce riprese: «Ogni buon cittadino abbruni in silenzio la sua bandiera finchè Fiume non sia nostra».

«Dove sono le bandiere abbrunate? Senza lutto, hanno fatto ombra alle ottuse gozzoviglie dei cadetti americani, misere bandiere di questura, stracci di cotone tinto, rimesse fuori dai nauseabondi ripostigli della giolitteria ereditaria.

«Anche la mia, la nostra, è oggi senza lutto. Il crespo nero l’abbiamo arso là dove gli sbirri austriaci agguantarono Guglielmo Oberdan e l’atterrarono. Il rosso ha tuttora i segni del torcimento, che i miei compagni l’attorsero per spremerne l’acqua del battesimo capitolino, prima di riporla nella custodia simile ad uno zaino di fante. Il bianco ha qualche macchia di sangue e di sanie. Il verde è pur sempre amico dell’asta più difficile e più robusta.

«È una bandiera d’assalto. Roma la consacrò per voto dichiarato, per promissione, solenne, per comando a cui obbedisco.

«Sopra non vi piangeranno le donne di Fiume. Noi la daremo al vento del Quarnaro e della Libertà».

D’Annunzio entra in Fiume.

12 Settembre. — Il comando interalleato tenta di dare ordini per la resistenza contro le truppe rivoluzionarie, ma l’entusiasmo della popolazione e della legione fiumana permette a Gabriele d’Annunzio e ai granatieri di Sardegna, che sono coperti di fiori dalla popolazione, di entrare trionfanti, al canto degli inni della Patria, in Fiume martire. Entra per primo il poeta soldato in automobile seguito dalle autoblindate e subito prende posto al palazzo del Governo. Tutto il popolo segue il comandante fino al palazzo dal quale parlano Grossich, presidente del Consiglio Nazionale, il Sindaco dott. Vio e il cap. Host-Venturi, e annunziano l’annessione di Fiume all’Italia.

Vengono nominati Giovanni Giuriati, Capo Gabinetto e Ulisse Igliori, ufficiale d’ordinanza.

Gabriele D’Annunzio parla al popolo di Fiume.

Alle ore 18 tutta Fiume si riversa in Piazza Roma per udire la parola del Salvatore.

«Italiani di Fiume! Nel mondo folle e vile, Fiume è oggi il segno della libertà; nel mondo folle e vile vi è una sola cosa pura: Fiume; vi è una sola verità: e questa è Fiume; vi è un solo amore: e questo è Fiume!

«Fiume è come un faro luminoso che splende in mezzo ad un mare di abiezione».

Il Poeta passa quindi ad esaltare l’ardimento delle truppe forti e generose, accorse a salvare la città dalla ignominia e dalla viltà in cui voleva trascinarla il governo di Nitti; l’ardimento dei superbi granatieri di Sardegna; dei mirabili fanti della brigata Sesia; degli indomiti marinai d’Italia, che han voluto seguire il gesto del volontario marinaio di Buccari.

«In questo pellegrinaggio d’amore — prosegue — io sono venuto a sciorre il voto promesso nel maggio scorso al popolo di Roma.

«Allora la vasta bandiera del Timavo, la bandiera che aveva coperto il corpo del fante dei fanti, fu spiegata dalla ringhiera del Campidoglio e poichè il lembo rosso giunse a bagnarsi nella tazza della fontana sottostante, essa fu battezzata dall’acqua Capitolina.

«E tutto il popolo gridò al presagio.

«Poi vi gettai una lunga banda di crespo nero perchè la bandiera restasse abbrunata finchè Fiume non fosse nostra; ma il vento la investì e la sollevò come se volesse distogliere il lutto. E tutto il popolo gridò nuovamente al presagio.

«Oggi io vi mostro questa bandiera che, per volontà del fante, io doveva consegnare a Trieste.

«Prima di portarla a Trieste essa doveva venire a Fiume per essere riconsacrata dalla vostra fede».

E qui il Poeta, spiega la bandiera. D’Annunzio chiede al popolo se esso riconferma il plebiscito del 30 ottobre.

Allora la folla prorompe in un grido.

Gabriele d’Annunzio prosegue: «Dopo quest’atto di rinnovata volontà dichiaro: Io soldato, io volontario, io mutilato di guerra, credo di interpretare la volontà di tutto il sano popolo d’Italia proclamando l’annessione di Fiume».

Il Poeta consegna la bandiera di Giovanni Randaccio al Presidente del Consiglio Nazionale; il popolo intona gli inni della Patria mentre tutti si affollano intorno a D’Annunzio per baciarlo.

Durante il giorno e la notte continua l’affluire delle truppe volontarie.

Fra i primi, oltre i granatieri di Ronchi, entrano in Fiume, l’8° reparto di assalto al completo col suo comandante maggiore Nunziante e gli ufficiali capitano Sessa Michele, tenenti: Machinè, Tuttoilmondo, Cornaglia, Menicucci, Cipri, Spada, Narbona ed altri; alcune compagnie del 22° reparto d’assalto con il capitano Sbacchi, tenenti Donati, Carpinelli, Tonacci, Bonanni, Mazzoni, Bellia, De Marchi; una compagnia del 13° reparto d’assalto al comando del tenente Ettore Frignani; un battaglione del 202° reggimento fanteria (Brigata Sesia); le autoblindate del ten. Benagli e ten. Ranci; il 5° squadrone cavalleria del Piemonte Reale al comando del capitano Flores.

Seguirono poi la 28a compagnia Genio con i tenenti Lino Morsiani, Celio, Robotti e Carabelli; la settima batteria da Montagna col cap. Carlo Argan. Ancora altri reparti di arditi della brigata Sesia, della brigata Lombardia, dell’8° Bersaglieri ciclisti, una batteria da 149 del 28° Gruppo O. P. C., alcuni mas della squadriglia di Rizzo, e la squadriglia di aeroplani «Serenissima» che prima di atterrare gettò sulla città un messaggio recante la scritta: «A Gabriele d’Annunzio. La vostra ala vi segue ovunque. La 38a squadriglia».

Il primo aviatore che toccò il suolo di Fiume fu il tenente Ernesto Cabruna, asso di Guerra. A Fiume dà la sua opera sia come soldato che come collaboratore della Vedetta l’uff. Ettore Rosboch.

I volontari irredenti. I fasci di Pola e di Trieste pro Fiume.

Moltissimi ufficiali triestini e istriani già arrolati nell’esercito regolare — molti dei quali decorati al valore — accorsero tra i primi in Fiume.

Tra i primissimi che si misero al seguito di Gabriele d’Annunzio, e furono poi suoi collaboratori e decisi a tutto, ricordiamo il capitano Ercole Miani, i capitani Orseolo Pieri, Cleva, Bilucaglia, Caluzzi, Timeus, Babuder, Sain, Gironcoli, Mrach, Zampieri, D’Avanzo, i tenenti Bruno Camus, Levi, Martini, Lius, Pilat, Bernardino Pagnacco, Tommasini, Pogatschnig e Roberto Calligaris, Guastalla, Foschiatti, Cirillo, Attilio Grego, Pagano, Sergio Venezian e altri ardimentosi.

Nella notte del 12 settembre 50 volontari della «Sursum Corda» bene armati con 15 ufficiali al comando del capitano Leo Negrelli, passarono la barra di Cantrida ed entrarono nella città martire. I goriziani erano rappresentati da belle figure di combattenti. Fra questi: i capitani Adolfo Le Lièvre, quattro volte ferito e decorato, Mario Camissig, decorato e Guido Resen; il ten. Morassi, mutilato di guerra e decorato e il ten. Emilio Anzi-Berlot, i capitani Attilio Venezia e i tenenti Franzot, Oreste Bradaschia, Piero Bozzini, Favetti, Michele Culot, Vittorio Graziani e tanti altri valorosi campioni dell’irredentismo friulano. Anche i figli della Venezia tridentina dettero a Fiume d’Italia un segno del loro amore verso la Patria. La sera dell’11 settembre arrivarono a Fiume il cap. Castelbarco, il cap. Piffer, Lunelli Italo, Gian Paolo Lorenzoni ed il tenente Cattoi, insieme al ten. Suster. Essi portarono a Fiume un gagliardetto ricamato dalle donne trentine. Il giorno 12, il tenente Suster consegnò il drappo a Gabriele d’Annunzio. Fra gli ufficiali che raggiunsero tosto la città del Carnaro, vanno pure segnalati i capitani Adami, mutilato, e Lenzi, decorato, i tenenti Enzo Schettini, mutilato, conte Manci, M. Zimolo.e Gigino Battisti, figlio del martire. A Pola al Fascio «G. Grion» si costituiva un comitato segreto che funzionava da comando di tappa con M. Mozzato ed il prof. A. Gregoretti.

A Trieste il Fascio colla sua Giunta direttiva contribuisce potentemente all’impresa, rifornendola di viveri, uomini e mezzi, istituendo un «Comitato pro Fiume», e riceve il 19 dal Comando di Fiume a firma Giovanni Giuriati una lettera all’avv. Pieri delegato del Fascio Triestino per le cose fiumane in cui si dice che «il gesto compiuto a Fiume deve aver termine a Roma». Fanno parte del comitato Giunta e Vittorio Segrè, marchese Ricci, Morpurgo, Froglia, d’Osmo, Ascarelli, e inoltre Pieri, Vitali. Belluschi, Conforto, Bidoli e Beduaz.

«Viva Fiume», articolo del «Popolo d’Italia» del 13 Settembre.

Mussolini sul Popolo d’Italia scrive: «L’impresa a cui si è accinto Gabriele d’Annunzio, quella di restituire Fiume all’Italia, è destinata a suscitare la più grande emozione in tutto il mondo. Su la città del Quarnero si era in questi 10 mesi di snervante attesa concentrata l’attenzione universale e la fama dell’uomo che vi è entrato ieri a sciogliere col gesto intrepido il nodo gordiano dei plutocrati occidentali, ha varcato i confini d’Italia e d’Europa. Dopo 10 mesi, firmata la pace con l’Austria, bisognava dare la pace all’Italia anche sull’Adriatico e poichè i mercanti d’Occidente non si decidevano a concludere e trascinavano la cosa all’infinito, il gesto della violenza era necessario. Non sappiamo quale sia il pensiero del Governo dell’on. Nitti: quel che possiamo affermare è che con d’Annunzio, andranno, se sarà necessario, diecine di migliaia di volontari, tutta la migliore giovinezza d’Italia. Comprendiamo le preoccupazioni degli ambienti politici romani, specialmente parlamentari. Ma noi, pur riconoscendo che la situazione politica generale è delicatissima, non condividiamo le eccessive preoccupazioni dei soliti pantofolai. Diciamo subito, per sventare l’inevitabile speculazione socia-Usta, che il gesto di D’Annunzio non è affatto il preludio d’un’altra guerra che possa impegnare il popolo italiano. L’occupazione e la difesa di Fiume non condurranno ad un’altra guerra, semplicemente perchè non vi sono nemici. Se la Croazia non ci dichiara guerra, saranno forse l’Inghilterra e la Francia che useranno violenza? L’ipotesi è assurda. Il Consiglio Supremo manda delle note e come ne ha mandato quando si trattava del bacino di Teschen o dell’occupazione di Klagenfurt, così può mandarne una per Fiume, ma sarà fatica sprecata. Non così assurda è l’ipotesi di eventuali rappresaglie economiche da parte della plutocrazia anglo-americana. Ma al punto cui sono giunte le cose, questo ricatto non ci atterrisce più.

«Si noti bene quello che diciamo in questo momento: piuttosto che essere strangolati dall’esoso capitalismo degli anglo-sassoni, gli italiani possono dare una direttiva tutt’affatto opposta alla loro attuale politica estera: possono attuare la politica «orientale» che ci accosterebbe ad un mondo dalle risorse inesauribili. Noi seguiremo attentamente la situazione nuova e drammatica ed eccezionalmente interessante scaturita dal gesto di Gabriele d’Annunzio e intanto gridiamo con tutta l’anima: Viva Fiume italiana!».

Il primo appello del Comandante. Comando dell’esercito italiano in Fiume d’Italia.

14 settembre. — «Agli ufficiali e agli equipaggi delle navi: «Dante Alighieri», «Nullo», Mirabello», «Abba», nelle acque di Fiume italiana.

«Compagni, concedete l’onore di chiamarvi con questo nome al marinaio volontario che fin dagli anni lontanissimi fu l’illustratore devoto del rinnovamento navale italiano e celebrò in ogni occasione il grande spirito marino d’Italia.

«Dal mezzogiorno di ieri ho assunto il Comando militare in Fiume liberata, che mi propongo di tenere e di difendere fino all’estremo, con tutte le armi. Non vi fu mai al mondo causa più pura e più bella. Non vi fu mai al mondo città più generosa e più costante, sotto il peso del disconoscimento e della ingiustizia, sotto la minaccia di tutte le profanazioni e di tutte le violazioni. Voi lo sapete, marinai dell’Adriatico. Nei giorni peggiori la confortaste con un amore fraterno che senza misura vi fu reso. Il martirio non può essere rinnegato, le testimonianze non possono essere distrutte.

«Il conduttore senza vergogna, che oggi inganna e disonora l’Italia, ha creduto di poter vendere questo popolo eroico come un branco di schiavi. Ha considerato questo sangue ardente e paziente con una bieca anima di negriero. Ebbene, no: l’Italia vera non vive del suo ventre ma della sua idea, non si può salvare secondo la carne ma secondo lo spirito. E voi avete veduto in questi tre giorni quale sia la potenza dello spirito.

«L’esercito vittorioso si ricostituisce intorno a un grido di confessione che diventa un grido di creazione: «Italia o morte». Eravamo un pugno di devoti, entrando nella città come in una selva vivente di lauri. Oggi siamo un esercito. Tutti si offrono, tutti accorrono a me. È una divina gara di generosità, che mi ricompensa di tutta la passata tristezza.

«Nessun soldato di netto stampo italiano vuole abbandonare Fiume d’Italia. Possono abbandonarla i marinai? Non chiedo una risposta; la conosco; il Quarnaro è nostro. È un mare Dantesco.

«La bella nave che porta il nome di Dante v’ha il suo luogo e il suo dominio. E le altre navi dalle denominazioni eroiche le sono degna scorta. Esse rimangono sulla fronte marina, a guardia di Fiume, nel porto sgombro.

«In memoria delle quattro prue l’Italia nuova aggiungerà quattro rostri alla colonna della sua gloria navale. Io me ne faccio mallevadore, compagni. Nessuna ombra appanna la mia certezza. Nessun dubbio turba la mia fede. Sento intorno a me tutte le anime riardere. È questa la seconda riscossa; che avrà per termine la vittoria.

«Marinai d’Italia, fiore della nostra razza privilegiata, voi non potete disertare la grande causa. Come sempre io fui con voi, siate con me in questa prova estrema. Io vi dico per giuramento di verità e di purità che con me è la patria eterna.

«Viva la prima squadra del Quarnaro sgombro!

«Viva Fiume d’Italia!!».

14 Settembre. — Per iniziativa del Popolo d’Italia e della «Trento e Trieste» si apre una sottoscrizione pro Fiume.

L’appello del Fascio romano di combattimento.

14 Settembre. — Il Fascio romano di combattimento dirama il seguente appello:

«Italiani! L’atto liberatore è compiuto. Il Genio e il valore italiano così risolvono gli insolubili problemi di fronte ai quali la barbuta diplomazia resta impotente. La storia nostra ci insegna quale è il valore di un atto come quello compiuto da Gabriele d’Annunzio.

«Voler giudicare, voler prevedere, volere argomentare le conseguenze di quell’atto è indegno di ogni italiano onesto.

«Lasciate che il Governo di Nitti gridi il menzognero spauracchio della fame. Non si tratta oggi della pancia; è questa l’ora della gloria o del disonore, e non si sceglie che per l’una o per l’altra via.

«La grande guerra noi la combattemmo e la vincemmo malgrado la sfiducia ed il valore dei capi delle Nazioni alleate.

«Ma i popoli, tutti i popoli, sanno chi sia e cosa valga il popolo italiano e ne ammirano la genialità ed il valore.

«A noi il dovere di operare perchè la gesta magnifica abbia per frutto la liberazione dei nostri fratelli fiumani e dalmati.

«Se il bavaglio Nittiano tenta di inchiodarci nel silenzio, noi dobbiamo reagire ed esprimere la nostra fede nel successo dell’atto liberatore e la nostra volontà che esso abbia il suo compimento. Il Governo d’Italia si preoccupa soltanto del pensiero del P. U. S. Quello non è il pensiero dell’Italia. Ogni casa ha la sua latrina. Italiani! Non si resta nelle case nell’ora in cui la storia segna il destino della Patria. Ammoniamo chi ci governa.

«Cantiamo tutti insieme gli inni sacri della Patria».

14-15 Settembre. — La polizia reprime brutalmente una dimostrazione patriottica pro Fiume italiana a Torino in Piazza Carlo Felice.

Nitti chiama disertori i legionari di G. d’Annunzio. Dimostrazioni in tutta l’Italia per Fiume italiana.

I primi tentativi per soffocare l’impresa di Ronchi.

15 Settembre. — Un aereoplano, volando sopra la città, gettava il 15 un manifesto ai fiumani e un ordine minaccioso alle truppe con richiami al codice penale militare.

Ecco i due documenti degni di Nitti:

1° «La quarta guerra della nostra indipendenza, vinta per virtù di popolo e per valore di soldati e di comandanti, non è riuscita la liberazione di tutti i fratelli nostri irredenti; alcuni di essi e fra questi Voi fratelli Fiumani, non siete ancora chiamati a far parte della grande famiglia italiana, non per insipienza di uomini, ma per irreducibile forza di interessi contrastanti, ai quali noi dobbiamo sottometterci.

«Larghe autonomie politiche e commerciali assicureranno ai nostri fratelli ancora disgiunti da noi, la indipendenza e la certezza di liberamente vivere e svolgere la loro civiltà italiana.

«L’avvenire è nostro e non dobbiamo disperare; l’attesa non sarà lunga, ma intanto armonizziamo le giuste impazienze del cuore con le dolorose, ma supreme necessità dell’ora presente. Qualunque movimento inconsulto non potrebbe quindi che allontanare il radioso avvenire che dovrà essere da noi, da voi fatalmente raggiunto.

«Abbiamo assunto impegni con gli alleati, ai quali non possiamo sottrarci. Essi ci aiuteranno a superare la grave crisi economica e annonaria che purtroppo minaccia di paralizzare la vita della Nazione. l’Italia ama Fiume e ne apprezza il sentimento veramente italiano, ed è appunto a questo nobile sentimento che si appella perchè non venga recato danno alla patria comune.

«Fiumani, desistete dall’incoraggiare una resistenza che soldati dimentichi dei loro sacri doveri vorrebbero opporre ad altri soldati italiani provocando così una lotta fratricida».

2° «Comando 26° Corpo d’Armata S. M. — Noi Tenente Generale, Grande Ufficiale Gandolfo Asclepia, Comandante del 26° Corpo d’Armata.

«In relazione degli ordini ricevuti di ricondurre al dovere i reparti ed i militari che contravvenendo ai loro obblighi hanno abbandonato i loro alloggiamenti e si sono recati a Fiume per partecipare all’azione del ten. col. in congedo D’Annunzio, ordiniamo: «1° I reparti ed i militari inquadrati o isolati attualmente a Fiume debbono ritornare prima dello scadere delle 24 ore di giovedì 18 corrente mese entro la linea di armistizio presentandosi al posto di Cantrida.

«2° il ten. col. in congedo Gabriele d’Annunzio, nonchè tutti gli ufficiali in congedo che si trovano a Fiume allo scopo di partecipare all’azione del detto Tenente Colonnello, debbono entro lo stesso limite di tempo lasciare Fiume.

«3° Tutti i contravventori a tale ordine saranno considerati rei di diserzione e di ammutinamento e puniti in conseguenza e a termine delle disposizioni del Codice Penale Militare».

Una vibrata protesta dei giornalisti: «Nitti dichiara il falso».

Settembre. — Gli inviati speciali e i corrispondenti a Fiume dei giornali italiani lanciano la seguente protesta in tutta l’Italia: «I sottoscritti inviati a Fiume da giornali italiani di ogni partito, mentre protestano contro il tentativo di sopprimere il loro servizio considerandolo come servizio reso al nemico, mentre è un servizio reso al pubblico italiano, sentono il dovere di italiani di attestare sul proprio onore che i comunicati del Governo sugli avvenimenti di Fiume, in massima affermano cose false e tendenziose. Invitano tutti gli italiani e i propri giornali a difendere la libertà di stampa. Firmato:

«Nicolò Fancello, dell’Azione di Genova; Gino Beni del Corriere della sera; Orazio Pedrazzi, della Gazzetta del Popolo e del Nuovo Giornale; Giulio Benedetti dell’Idea Nazionale e del Paese; Piero Belli del Popolo d’Italia; Marco Druscovich del Secolo e dell’Era Nuova; Piero Colonnini del Giornale d’Italia e della Stampa; Salvatore dott. Bellasich della Tribuna; Enrico Burich del Resto del Carlino; Elio Zorzi della Gazzetta di Venezia».

Mussolini contro Nitti.

16 Settembre. — Mussolini in un articolo di fondo sul Popolo d’Italia si scaglia per le dichiarazioni fatte su Fiume, con grande violenza contro il Governo di Nitti che chiama Governo vile.

«Noi intimiamo — in nome di tutte le forze che ci seguono e sono molte e sono audaci e sono decise — noi intimiamo a Saverio Nitti, di andarsene via, di abbandonare immediatamente la carica che egli indegnamente ricopre. Il suo discorso è spaventosamente vile. Nel testo completo è un discorso privo di ogni dignità. Non ha parlato da ministro questo signore, ma da questurino e da servo. l’Italia non può essere governata da questurini o da servi, ma da uomini. Gli uomini, oggi, sono a Fiume, non a Roma. La capitale d’Italia è sul Quarnero, non sul Tevere. Là è il «nostro governo», al quale d’ora innanzi obbediremo. Quello di Nitti, l’uomo nefasto, è finito. Noi possiamo anche comprendere che il Governo còlto all’impensata, deplori o dichiari che l’avvenimento non è stato voluto o permesso dalle sfere ufficiali. Ma Nitti non si è limitato a questo. Nitti ha, prima di tutto, dato prova di mala fede insigne, quando ha messo in relazione i tumulti del caro-viveri con l’avventura del forte di Pietralata (1) (Vedi capitolo: «Il movimento contro il caroviveri capeggiato e volto a fini rivoluzionari dai socialisti»), con la spedizione di Fiume. Fra i tre avvenimenti non c’è relazione di sorta e solo un cervello ormai ossessionato dalle paure di chi sa mai quali misteriosi complotti militari, può trovarne. Saverio Nitti, ha dato della spedizione di Fiume un giudizio balordo, offensivo e odioso. Secondo questa arida mentalità di cattedratico ambizioso, la gesta di Fiume è sport o letteratura e non ha capito questo frigido lustrascarpe degli anglosassoni che si tratta di passione, di grande passione di popolo. Ignobile saggio di demagogia dell’on. Nitti le parole che seguono: «Dopo la guerra combattuta e vinta contro la Germania e l’Austria molti di coloro che spinsero alla guerra, ora parlano con disinvoltura di farne altre». Abbiamo già detto che ciò è falso. Ma il signor Nitti che ha un fatto personale contro gli interventisti, in quanto egli non ha mai voluto l’intervento e lo ha semplicemente accettato o subito, ha còlto l’occasione per scagliare la pietra e presentare al pubblico noi in veste di eterni guerrafondai. Una fandonia che non attacca più! Finalmente Don Saverio Nitti, agonizzante Presidente del Consiglio dei ministri, si è esibito nella sua peculiare qualità di «forcaiolo» quando ha promesso una «repressione energica» contro i responsabili del moto fiumano. Inutili smargiassate! Il sig. Nitti può scagliare le sue neo-guardie regie contro dimostrazioni di pacifici cittadini, ma quando gli insorti dispongono di fucili, di mitragliatrici, di autoblindate, «reprimere energicamente» non è tanto facile e se ne convinceranno prestissimo a Roma. Il borbonico Nitti può ordinare perquisizioni a Genova, può destituire il Prefetto di Venezia, colpevole di non aver ammanettato D’Annunzio, ma non potrà «reprimere» nel sangue l’insurrezione fiumana perchè tutta l’Italia, che già scricchiola, salterebbe. L’appello di Nitti agli operai e ai contadini è gesuitico, odioso, inutile. Esso può dare una luce sugli obliqui scopi che la politica nittiana si propone. C’è del Karolismo nelle ultime parole di Nitti, ma l’Italia non è l’Ungheria e il «trapasso» non avverrebbe così idillicamente come Nitti può pensare. Ci sono altri eredi in vista. La collera acre e bestiale di Nitti è provocata dalla paura folle degli alleati. Quest’uomo presenta continuamente una Italia vile e tremebonda dinanzi al sinedrio dei lupi, delle volpi, degli sciacalli di Parigi. E crede, con questo, di ottenere pietà. E crede che facendosi piccini piccini, che diminuendosi, prosternandosi si ottenga qualche cosa. È più facile il contrario. È più facile disarmare i nostri «terribili» alleati mostrando loro i denti, dal momento che essi ci deridono e non ci prendono sul serio quando facciamo i «piagnoni». Il discorso di sabato è una pietra al collo, che deve far cadere Saverio Nitti nel gorgo profondo dell’indignazione popolare».

Nelle altre colonne del Popolo, al posto delle notizie censurate, si leggono scritte di questo genere in grossi caratteri: «Imbiancato per ordine di quel porco di Nitti. Francesco Saverio Nitti, vilissimo ministro borbonico, noi gli gridiamo sul grugno: «Viva Fiume Italiana». Sozzo mercante della dignità della Patria! viva D’Annunzio!».

Manifestazioni per Fiume.
Vibrate parole della «Trento e Trieste».

16 Settembre. — L’Associazione Nazionale «Trento e Trieste» pubblica una circolare vibrante di patriottismo e di fede, a firma Oscar Sinigaglia:

«Solamente oggi abbiamo notizia sicura che il nostro presidente generale, Giovanni Giuriati, ha potuto fin dalla prima ora raggiungere Fiume.

«A Lui che rappresenta là, nel modo più degno e nel momento della lotta suprema, la nostra Associazione, vadano con la nostra piena solidarietà i nostri più fervidi voti!

«La nostra Associazione ha fatto in questi giorni, come era suo dovere, e continuerà a fare tutto ciò che le è possibile per aiutare l’impresa dei fratelli sulla sponda del Quarnaro: ma, ad integrare e a sostenere l’opera dei generosi che là tutto sono pronti a sacrificare per il trionfo del nostro diritto e per l’amore della città italia-nissima, occorre che qui, la coscienza Nazionale si prospetti la piena verità delle cose e insorga contro chi intende, con i più illeciti mezzi, di ingannarla e di spezzarla. Con tutto lo sdegno prorompente irrefrenabile dall’animo nostro, abbiamo il diritto, abbiamo il dovere di elevarci giudici fieri e severi del governo di Nitti: e tale dovere hanno tutti gì’Italiani che non rinnegano la Patria.

«Spinti dal desiderio di non acuire le lotte interne politiche, desiderosi di ridare al Paese la tranquillità per poter colmare col lavoro i vuoti prodotti dalla guerra, pur straziati nell’anima, abbiamo noi stessi cercato di comprimere i nostri sentimenti e di costringere il nostro sdegno: ma non potevamo non difendere con qualunque mezzo il patrimonio di ricordi e di speranze che ereditammo dai nostri fratelli perduti sui campi di battaglia, e ci siamo sentiti accusare di volere il disordine, di voler condurre l’Italia ad avventure pericolose per la nostra Patria, per la quale siamo stati pronti a sacrificare tutti noi stessi. E ciò mentre i peggiori disfattisti erano appoggiati, onorati, glorificati. Oggi la misura è colma....».

17 Settembre. -— Nel Vicentino i contadini sono in sciopero generale. Durante lo sciopero, che si prolunga per molti giorni, vengono commesse violenze numerose contro i padroni. A Poiana Maggiore avvengono dei conflitti; il proprietario Giovanni Zanni, essendogli stata assalita la casa, si difende a fucilate ferendo alcuni aggressori.

Nel Padovano, durante un’agitazione agraria, avvengono azioni violente contro i proprietari.

Un moto di rivolta di contadini scoppia a Lozzo Atestino e nelle violenze commesse si distinguono i capi-lega Turetta e Attilio Veronese.

Il Messaggio del Governo di Fiume al popolo italiano.

17 Settembre. — Il Popolo d’Italia reca: «Il Sudario della Patria è oggi Fiume! La dignità della Patria oggi è in Fiume! Due sole parole fanno i discorsi: 0 Italia 0 morte!».

«Un messo del Governo provvisorio di Fiume, superato felicemente il cordone militare che il Governo di Nitti ha fatto stendere intorno alla città italianissima, ha raggiunto ieri Milano, rimettendoci un proclama dove invoca la solidarietà di tutti gli Italiani».

Una grande sottoscrizione nazionale per Fiume aperta dal «Popolo d’Italia».

19 Settembre. — «D’ordine del Comandante D’Annunzio: A Fiume non mancano uomini: ce ne sono circa 20 mila. A Fiume, per il momento, non mancano viveri: ce ne sono per un mese e più. A Fiume non manca l’entusiasmo, la fede, l’eroismo. A Fiume c’è bisogno di denaro per fronteggiare gl’impegni quotidiani. Dopo dieci mesi di ardente ed inutile attesa, la situazione di Fiume dal punto di vista finanziario è criticissima, e non c’è da meravigliarsi. Bisogna dare quest’aiuto all’eroica città e ai soldati magnifici che la difendono e la difenderanno fino all’estremo. Apriamo la grande sottoscrizione nazionale. La moneta sia un’offerta d’amore. La cifra sia una testimonianza in faccia al mondo. Sia anch’essa un plebiscito di italiani per la città italianissima. Avanti, senza indugio, avanti con generosità! Nessuno sia esitante o meschino. Tutti siano all’altezza dell’ora indimenticabile!»

18-19 Settembre. — Nei porti del Medio e Alto Tirreno è proclamato lo sciopero.

Il 19 Settembre un gruppo di arditi e ufficiali con alla testa i magg. Lanari e il cap. Coselschi, che dall’ospedale ove si trovava degente per le ferite contratte in guerra aveva voluto rispondere all’appello del Comandante, imbarcatosi a Trieste di nottetempo e di soppiatto sul piroscafo «Pannonia», che faceva rotta su Cherso carico di vettovaglie, se ne impadroniva violentemente e sbarcava a Fiume recando altri viveri e armi alla città assediata.

20 Settembre. — Nel basso Vicentino, durante lo sciopero agrario, avvengono disordini: i fratelli Voligna di Albertone si azzuffano con gli scioperanti e restano feriti.

20 Settembre. — Costante Lucchini, sindacalista, assieme a Masi e Lombardi costituisce il fascio a Crescenzago (Milano). Il Lucchini si occuperà poi di corporativismo e pubblicherà sul Fascio articoli «Voce di un trincerista».

A Pirano al Teatro Tartini il fascista Petronio tiene una pubblica conferenza di argomento fascista, tra la meraviglia dei sovversivi, padroni assoluti della situazione.

La storica seduta del Consiglio Nazionale a Fiume. La rivista e la medaglia d’oro a Igliori.

20 Settembre. — La commemorazione del XX Settembre si svolse in Fiume fra l’esultanza generale.

Alla mattina ebbe luogo nella sala maggiore del Consiglio Nazionale una solenne seduta, nella quale, dopo un discorso del presidente comm. Antonio Grossich, venne deliberato fra le approvazioni unanimi, di rimettere nelle mani di Gabriele d’Annunzio i poteri statali.

La seduta veniva quindi sospesa per dar modo ai membri del Consiglio Nazionale di recarsi a prendere Gabriele d’Annunzio.

Dopo un quarto d’ora, il Comandante, accompagnato da Luigi Rizzo e dai membri del Consiglio Nazionale, faceva ingresso nella sala, tra applausi deliranti.

Nel più religioso silenzio il Comandante prendeva a parlare:

«Ringrazio, nella persona veneranda del Presidente, il Consiglio Nazionale di Fiume che fu il costante sostegno della città dolorosa e il fiero linguaggio del suo diritto.

«Gli usurpatori nell’abolire il Consiglio, intendevano distruggere lo spirito secolare del Comune Italico II Consiglio ha dunque oggi il dovere di persistere nel suo ufficio, che è affermazione e sanzione cotidiana di italianità. Non si toglie dall’arengo la campana delle radunate e della riscossa.

«Prego il maggiore Giovanni Giuriati, capo del mio gabinetto, eroico fante, mutilato di guerra, che con tanta sapienza intende a concordare. gli atti del potere militare con quelli del potere civile; prego il maggiore Giuriati di leggere pubblicamente l’ordinanza.

Il maggiore Giuriati dà lettura del decreto.

«Gabriele d’Annunzio Comandante della città di Fiume ordina: «Il 1° Consiglio Nazionale, eletto col plebiscito del 30 ottobre 1918, rimane in carica. .

«Sono confermati in carica tutti i delegati del Consiglio Nazionale delle varie amministrazioni.

«Tutti gli atti e le deliberazioni del Consiglio Nazionale che comunque possano riguardare l’ordine pubblico e conseguire un effetto politico, devono essere sottoposti all’approvazione del Comando e non potranno essere eseguiti se non nel giorno successivo a quello dell’approvazione.

«Fiume, 20 settembre 1919. Gabriele d’Annunzio».

Giuriati aggiungeva: «Consegno il documento con la firma autografa del Comandante al Signor Presidente del Consiglio Nazionale». Il Comandante quindi continuava:

«Signor Presidente, nobilissimo Consiglio, all’azione che io e i miei compagni compiemmo non conviene tanta lode, nè spetta tanta riconoscenza. Noi abbiamo obbedito all’inspirazione del Dio vivo e vigile.

«Guidati da Lui, siamo giunti nell’ora stessa in cui, deposto e disperso il Consiglio, stava per consumarsi sopra la città tradita, da parte dei villani, complici gli usurpatori, un misfatto irreparabile.

«Abbiamo impedito il misfatto, abbiamo salvato i fratelli. Ringraziamo la Provvidenza. Ringraziamo il genio tutelare della città incolpevole.

«Se noi non fossimo sopraggiunti, Fiume sarebbe andata in sangue, in fuoco e in perdizione.

«Il Consiglio ha le prove sincere di quel che io affermo.

«La necessità dunque, nel senso fatale, nel senso ferreo della parola, la necessità supera ogni biasimo e riserva della gente stolta o malvagia o vile.

«Io ho instituito una medaglia di bronzo commemorativa della fausta impresa. Ne distribuirò oggi il segno ai soldati di terra o di mare. Ogni soldato, ricevendolo dovrà rinnovare il giuramento. Il segno è pegno.

«Fiume, il territorio e il porto — secondo l’atto del 30 ottobre riconfermato il 12 settembre 1919 per acclamazione del popolo tutto — appartengono all’Italia.

«l’Esercito ne è mallevadore. Il Consiglio Nazionale dev’esserne mallevadore.

«Chiedo che anche il Consiglio, e il Popolo, in questo giorno solenne, avendo rinnovate le immagini, rinnovi il giuramento.

«Non siamo orecchi per ciance, e tanto meno per le ammonizioni e le minacce.

«Tutto è detto. E tutto è pronto.

«Onore al Consiglio! Onore al Popolo!

«Noi ne saremo degni».

Il comandante passa poi in rivista i legionari e dopo la rassegna, dinnanzi alle truppe in armi, appunta la medaglia d’oro sul petto del mutilato Ulisse Igliori. La cerimonia si svolge austeramente e solennemente.

La «Riservatissima» contro i Fasci.

25 Settembre. — «Ai Comandi di Corpo d’Armata. Sua Eccellenza il Presidente del Consiglio dei Ministri comunica che l’azione dei Fasci di combattimento, che stanno assumendo carattere sovversivo, vorrebbe trascendere quanto prima in manifestazioni violente, traendone pretesto dall’inchiesta di Caporetto e dalla questione di Fiume. Egli afferma che ciò rappresenta oggi un serio pericolo per il paese e che intende mantenere l’ordine ricorrendo anche ove fosse necessario a repressioni dolorose, nelle quali sarebbe costretto a disporre che non si avesse riguardi nè alle condizioni sociali, nè a grado nè a divise. Sembrerebbe d’altra parte che ufficiali dell’esercito, talora anche in attività di servizio, siano inscritti ai Fasci di combattimento e che numerosi altri con essi simpatizzino. È pertanto più che mai indispensabile ottenere che nessun ufficiale in divisa o in attività di servizio partecipi a dimostrazioni politiche di qualsiasi genere a scanso di incresciosi possibili incidenti. Siano quindi ricordate ai signori ufficiali le disposizioni impartite con la circolare 3169 del 13 Maggio e 19824 del 25 Luglio mese scorso, e siano così avvertiti che a carico dei trasgressori saranno presi severissimi provvedimenti. Si aggiunga che sarà bene disporre quando siano annunziate dimostrazioni di carattere fascista, opportuni servizi di vigilanza e di controllo (di ufficiali superiori e di reali carabinieri) intesi a evitare più che è possibile incidenti fra la forza pubblica e gli ufficiali in divisa ed agire energicamente contro gli ufficiali che trasgrediscono alle superiori disposizioni. — Firmato: Il Ministro della Guerra».

Ufficiali puniti per le dimostrazioni pro Fiume.

28 Settembre. — Il ministro Nitti intendendo impedire ogni manifestazione di amor patrio pro Fiume da parte degli ufficiali, ordina punizioni e provvedimenti disciplinari.

Il generale Piccione, comandante la Divisione militare di Roma, comunica: «Il giorno sedici corrente, alcuni militari, contrariamente alle tassative disposizioni in vigore, prendevano parte ad una dimostrazione. Contro i responsabili ho preso i seguenti provvedimenti: a) sottoten. Testa Mario, del 13° artiglieria da campagna, 60 giorni di arresti in fortezza e trasferimento da Roma; b) ten. Pesci Feltri Ettore, 8° reggimento fanteria, trenta giorni di arresti di fortezza; c) cap. Gallitto Ugo del Ministero della guerra, io giorni di arresti di rigore e trasferimento da Roma; d) cap. Drugliani, ten. Pesci Feltri e Cristofolini, ufficiali in congedo: rimprovero scritto perchè rimanga traccia nelle carte personali dell’indisciplinatezza da essi commessa.

«Il giorno 20 Settembre alcuni ufficiali del 151° reggimento fanteria hanno deposto una corona di fiori sulla breccia di Porta Pia con la scritta: «Sardi: o Fiume o morte». Contro i responsabili ho preso i seguenti provvedimenti: ten. Covi Gualtiero, 60 giorni di arresti in fortezza e trasferimento da Roma; b) ten. Alboreto Alfonso, Napoli Antioco, Piana Antonio, Perilli Franco, Polverelli Pio, Costa Giovanni, sottotenenti Soma Francesco, Paluas Bernardo, Bua Giuseppe, 30 giorni di arresto in fortezza.

21 Settembre. — A Poggibonsi agitazione agricola; si tiene un comizio socialista in cui parlano i capi-popolo Gennarini e Grilli, scagliandosi contro la classe padronale e contro l’azione fiumana; avvengono incidenti per aggressioni a proprietari del luogo.

26 Settembre. — Al Teatro Carignano di Torino durante una recita si dovevano intercalare odi di Gabriele d’Annunzio; prevedendosi manifestazioni pro Fiume, le autorità militari proibiscono agli ufficiali di presenziare alla recita.

Violenze di socialisti a Corneto Tarquinia.

27 Settembre. — A Corneto Tarquinia (Civitavecchia), ove esisteva una agitazione di natura economica, una folla di contadini prendeva d’assalto una locanda ove si era rifugiato uno dei ritenuti responsabili della situazione. La forza pubblica dopo alcune ore tenta di liberare l’assediato, però i contadini assalgono la polizia sparando su di essa e ferendo gravissimamente il Commissario cav. Rosselli, gravemente il Maresciallo Tombesi, 4 carabinieri e un agente. La P. S. rispondeva al fuoco disperdendo la folla. Il conflitto si chiudeva con alcuni altri feriti.

29 Settembre. — A Spezia i socialisti provocano incidenti coi repubblicani: tafferugli e bastonate.

Il periodo elettorale: ottobre-novembre.
La propaganda e le violenze bolsceviche nel periodo elettorale del 1919.

I bolscevichi italiani esaltano il trionfo del principio comunista in Russia e il fallimento dei nemici del bolscevismo. Ecco il loro programma elettorale. Nel ‘19 essi sapevano perfettamente che, se il fallimento della politica russa si delineava solo più tardi, il fallimento del bolscevismo, come sistema economico e sociale, era completo e irrimediabile già un anno dopo l’instaurazione del regime bolscevico.

I bolscevichi affermando il trionfo del comunismo come sistema economico, mentiscono sapendo di mentire. Essi sanno che la rivoluzione russa non ha risolto il problema della terra: che le turbe sobillate dagli agitatori rivoluzionari distrussero in un primo tempo case, bestiame e foreste e coltivazioni dei «signori»; ma che le terre così devastate sono restate incolte, che il contadino conserva il pezzetto di terra che aveva prima, e non lo coltiva neppure più tutto perchè manca dei mezzi tecnici e finanziari, perchè non ha esperienza sufficiente. Dicono al contadino in Italia che in Russia la terra è stata divisa tra chi lavora, e il benessere e la tranquillità sono entrati nella casa del povero. Essi affermano che in Russia chi non lavora non mangia, ma non sanno quanti Italiani, Inglesi, Francesi e Americani son dovuti andarsene dalla Russia, perchè in Russia si è sviluppata in modo spaventoso una burocrazia parassitaria di deputati, consiglieri, commissari, agenti, direttori di uffici e dipartimenti e monopoli di Stato, che riceve stipendi enormi mangiandosi la ricchezza nazionale. In Russia la gente che mangia è questa burocrazia che non lavora: i parassiti delle organizzazioni. I bolscevichi italiani non fanno agJi anarchici, ai comunisti, ai socialisti il quadro vero storico della rivoluzione russa, gli orrori, il terrore politico, le fucilazioni in massa, le violenze di ogni genere che insanguinano il primo anno di bolscevismo e che si accompagnano ad ogni allargamento del territorio dei Soviets. Mentiscono i bolscevichi quando nei loro comizi elettorali esaltano la pace interna di cui gode la Russia bolscevica, quando additano all’esempio dell’Europa militarista la Russia, che è invece dilaniata da guerre civili combattute con tutte le armi da soldati e non soldati, infestata da tribunali di guerra e da commissioni straordinarie d’inchiesta. Esaltano i sovversivi nostrali ciò che vi è di più brutale nella storia dei cataclismi umani, e mentiscono sapendo di mentire.

Essi non dicono la verità esaltando la evoluzione del popolo russo e paragonando il regime italiano a quello autocratico che la Russia ha rovesciato. Esaltano il bolscevismo della Russia nel suo secondo anniversario, nei comizi elettorali, per convincere il popolo, il contadino, l’operaio che è assolutamente necessario per il bene del popolo inviare al Parlamento dei puri bolscevichi — e così ingrassare i pastori della plebe ignorante.

Quanti conflitti, quante violenze, quante minacce si hanno giornalmente in questo periodo elettorale in ogni angolo d’Italia! Per forza deve vincere il bolscevismo, per forza i deputati socialisti devono imporre la loro volontà e pochi sono quelli che reagiscono, pochi i fedeli nazionalisti e fascisti che cercano di ritorcere le violenze, le pressioni, le imposizioni della nuova inquisizione.

1° Ottobre. — A Bologna e nel bolognese avvengono episodi di bolscevismo contro il caro-vita, ad opera del sindaco Zanardi. Sciopero a Borgo Panicale e a Casalecchio (Bologna).

A Genova in Via Petrarca è scoperta una bomba.

Sciopero degli artisti teatrali a Milano.

I funzionari delle Imposte di Firenze si agitano ed attuano l’ostruzionismo.

2 Ottobre. — Si tiene a Torino il primo comizio socialista elettorale. Avvengono dei tafferugli con la forza pubblica ed alcuni agenti vengono feriti; tra di essi in maniera grave il Vice-Brigadiere di pubblica sicurezza Angelo Serra, il quale decedeva in seguito alla ferita il 2 gennaio 1920.

Fascio di Combattimento di Siena.

Si costituisce a Siena il Fascio di combattimento: fra i primi iscritti: Pieri Adolfo, Mezzetti Nazzareno, Bruni Enrico, Vannini Laurino, Masi Aldo, Masi Bruno, Bianchini Torquato, Pallini Corrado, Martini Abramo, Mazzoni Giuseppe, Cantucci Giuseppe, Penino Carlo.

Le prime battaglie contro il bolscevismo le aveva sostenute il giornale dei Combattenti, L’Intervenuto, col motto di Gaspara Stampa: «Vivere ardendo e non sentire il male»; il quale si era già fatto pernio della lotta contro i social-comunisti nelle elezioni amministrative. Si sono iscritti poi: Rino Daus, Paglicci Francesco, Fabbri Enrico, Ciliberti Manlio, Carlo Ifigenio, Ponticelli Adoldo, Falò Luigi, Corsini Umberto, Fondelli Tomaso, Moggi Alberto, Minucci Gino.

La protesta del Consiglio Nazionale di Fiume contro il blocco.

Per protestare contro il tentativo di affamare Fiume, il Consiglio nazionale della città, a nome del presidente dott. Grossich, invia al sen. Tittoni, ministro degli Esteri, il seguente telegramma:

«Il Consiglio Nazionale di Fiume, in difesa degli inviolabili diritti cittadini di cui è geloso custode, solleva fiera e solenne protesta contro il blocco illegalmente imposto dal Governo alla città.

«Fiume si considera annessa all’Italia per volontà del popolo italiano ed al popolo riconosce ogni diritto sulla città. Ma poichè il Governo ha rifiutato e persiste a rifiutare il suo riconoscimento alla proclamata annessione, il blocco decretato dal Governo è una misura illegale ed inumana che non ha giustificazione di sorta nelle norme del diritto internazionale, che è assolutamente contraria alla coscienza popolare.

«In nome di qual diritto il Governo di Sua Maestà compie l’arbitrio di togliere ad una popolazione di cinquantamila anime, di null’altro colpevole che di avere affermato la libertà di disporre di se stessa, le comunicazioni ed i viveri? Aggiungasi che il blocco viene praticato con criteri di così rigida ostilità come non si farebbe contro nemici dichiarati e che alla cittadinanza viene tolta perfino la possibilità di ricevere i giornali del Regno, di seguire quegli avvenimenti che più da vicino la interessano e di ricevere quelle notizie che attende con tanta ansia.

«Nel rivolgere all’E. V. questa protesta, il Consiglio nazionale confida che le illegali, inumane e ingiustificate misure così vessative, le quali esasperano gli animi della cittadinanza già esacerbati, verranno tosto revocate».

Ad Alessandria si costituisce il Fascio di combattimento ad opera di un gruppo di giovani e di ex-combattenti.

A Bologna i socialisti tengono un comizio di propaganda elettorale; dopo di esso vengono aggrediti carabinieri e funzionari di pubblica sicurezza. Contro il giornale cattolico L’Avvenire d’Italia i socialisti fanno una dimostrazione ostile danneggiandone anche i locali.

3 Ottobre. — A Roma in Piazza di Pietra si tiene il 1° comizio nazionalista elettorale; parlano Luigi Federzoni, l’on. Ciccotti e l’avv. Antonello Caprino. I sovversivi impediscono il normale svolgimento del comizio impedendo agli oratori di proseguire.

Sciopero dei tramvieri a Torino.

4 Ottobre. — GB impiegati del telegrafo di Genova scioperano perchè non viene loro permesso di usufruire dell’ascensore, riservato soltanto alle signorine.

A Milano a P. Vigentina il caporalmaggiore Cattaneo e il soldato Sacchi di un reparto di arditi vengono assaliti e disarmati. Sono feriti gravemente i soldati Uberti e Foresti.

5 Ottobre. — A Bologna si tiene il Congresso nazionale dei socialisti.

5 Ottobre. — A Siena si lancia un appello agli studenti e si organizza una sottoscrizione per Fiume per opera del fascio e di A. Tailetti.

6 Ottobre. —Al Congresso socialista di Bologna si ha una vivace discussione tra favorevoli e contrari alla partecipazione alle elezioni.

7 Ottobre. — Intervista del Giornale d’Italia di questa data con l’on. avv. Luigi Fera, dal titolo: «Tre Bolscevismi: Nitti, Giolitti e i Socialisti».

A Bologna l’amministrazione socialista della città offre al Municipio un ricevimento ai Congressisti socialisti. Dal palazzo comunale parlano alla folla una diecina di oratori, e nascono incidenti con i carabinieri, che vengono insultati e contro i quali si sparano anche dei colpi di rivoltella.

Al Congresso avvengono, mentre parla Turati, altri tumulti e viene anche sospesa la seduta.

A Livorno il tenente dei bersaglieri Italo Zappoli si trovava in un Bar con alcune signore, quando una trentina di sovversivi li assalivano e li costringevano a rifugiarsi nel locale. L’intervento della forza pubblica li liberava.

Augusto Murri invia una lettera di plauso per l’impresa fiumana al Comandante Gabriele d’Annunzio.

La morte di due aviatori a Fiume.

Un velivolo montato dagli aviatori ten. Aldo Bini e brigadiere Giovanni Zeppegno della 128a Squadriglia di Bolzano, venuti con D’Annunzio, precipitava abbattendosi contro una casa. Tutta Fiume rese onoranze solenni ai due caduti per l’impresa fiumana e il comandante d’Annunzio al Cimitero chiuse la commossa orazione con queste parole: «Cittadini di Fiume, scopritevi! Soldati d’Italia, presentate le armi! Tenente Aldo Bini, Brigadiere Giovanni Zeppegno, italiani dell’Italia novissima, giovane coppia alata e giurata, ordino che sia distesa sulla bara duplice la grande bandiera dei fanti, la bandiera dei fanti, la bandiera su cui fu fatto e rinnovato il giuramento unanime.... Popolo di Fiume, Seniori del Consiglio, questi primi nostri morti noi li consegnamo alla terra sacra, alla terra libera. Custoditeli. E tenete per fermo che tutti, come questi due arsi confessori della fede, vogliamo per fede morire».

Adunanza del Fascio di Trento.

8 Ottobre. — Presenziata da Enzo Mecheri, segretario aggiunto dei Fasci italiani di combattimento, si tiene l’adunanza del Fascio trentino. L’assemblea discute l’ordine del giorno del Congresso nazionale del Fascismo; prendono parte alla discussione: Scotoni Italo, Noventa Mario, De Gaspari, Mecheri, Parolari e Angeli; a rappresentanti al congresso vennero eletti: prof. De Gaspari Alfredo, Razza Luigi, Del Vecchio, Noventa Mario, Rella Giovanni, Scotoni Italo e Zannoni Attilio. È nominato segretario l’ing. Brandolani.

L’assemblea del Fascio di Milano.

8 Ottobre. — Presieduta dal Berteli, il quale dà subito la parola al Segretario del Fascio dott. Del Latte, si tiene l’adunanza del Fascio di combattimento di Milano. Il Segretario riferisce sull’attività dei Fasci riguardo all’ultimo periodo, e alla questione di Fiume. Sulla linea di condotta che dovranno seguire i fasci intervengono nella discussione: Galassi, Del Latte, Lupi, De Frisi, Stefanini e il ragioniere Cerasola. Infine a rappresentare il Fascio di Milano nell’adunata nazionale di Firenze insieme al segretario politico vengono eletti: l’ing. Cristoforo Baseggio, Dante Dini, l’avv. Pio Bolzani, e Cucini Bramante.

Benito Mussolini a Fiume.

8 Ottobre. — Il Comandante aveva già inviato a Mussolini al Popolo d’Italia in data 16 Settembre la seguente lettera: «Mio caro Mussolini, io ho rischiato tutto, ho dato tutto, ho avuto tutto. Sono padrone di Fiume, del territorio, di una parte della linea d’armistizio, delle navi; e dei soldati che non vogliono obbedire se non a me. Non c’è nulla da fare contro di me. Nessuno può togliermi di qui.

«Ho Fiume; tengo Fiume finchè vivo; inoppugnabilmente lottiamo d’attimo in attimo, con una energia che fa di questa impresa la più bella dopo la dipartita dei Mille.

«Io ho tutti i soldati qui, tutti soldati in uniforme, di tutte le armi. È un’impresa di regolari. Dobbiamo far tutto da noi, con la nostra povertà. Se almeno mezza Italia somigliasse ai Fiumani, avremmo il dominio del mondo. Una Fiume non è se non una cima solitaria dell’eroismo, dove sarà dolce morire ricevendo un ultimo sorso della sua acqua.

«Su! scotetevi. Io non dormo da sei notti; e la febbre mi divora. Ma oso in piedi. E domandate come, a chi mi ha visto. Alalà. Gabriele d’Annunzio».

l’8 ottobre Benito Mussolini arrivava a Fiume provenendo dal campo di aviazione di Novi Ligure a bordo di uno «Sva» rapidissimo pilotato dal ten. Carlo Lombardi della 74a Squadriglia da caccia. Benito Mussolini conferiva col Comandante e colle truppe volontarie e ripartiva festeggiato dalla popolazione, dal comandante e dai legionari, col velivolo. Per un guasto di quello atterrava ad Ajello, da dove Mussolini veniva condotto al Comando d’armata a Udine e poi proseguiva per Firenze onde assistere al primo Congresso Fascista.

La morte del Legionario Luigi Siviero.

Il legionario Luigi Siviero veniva ucciso barbaramente dai soldati di Nitti per aver osato di recarsi in una casa oltre la linea di sbarramento. Ecco un brano dell’orazione del comandante d’Annunzio in morte del legionario: «Combattenti di terra e di mare, volontarii della causa d’Italia, da che noi teniamo la città e sosteniamo la nostra fede e della nostra disciplina facciamo il nostro onore e della nostra forza facciamo la nostra pazienza, non fummo provati da una sciagura più grande di questa sciagura, non portammo un lutto più grave di questo lutto.... Fanti di Fiume in attesa di ben altro nemico, nella notte d’Ognissanti, nella notte vittoriosa di Ognissanti, fu sparso il primo sangue fraterno. Il primo fante italiano nella terra di Fiume italiana fu colpito da mano fraterna. Questa è la sciagura che s’abbatte sulla nostra opera d amore. E questo è il delitto che pesa sopra chi contrappone alla nostra opera d’amore un’opera insensata di violenza e di menzogna.... Ecco il nome del nemico che, senza necessità, per bassa smania di acquistar grazia preso un bieco dispregiatore della nostra fede irreprensibile, aizzò fratelli contro fratelli, e poi si vantò del colpo; Enrico dell’Uva: segnatelo.

«E ponetegli incontro il nome luminoso del piccolo fante veneto: Luigi Siviero. Ponetegli incontro il nome del semplice eroe che Contarina di Rovigo inciderà nella pietra e murerà presso quelli degli altri suoi morti in guerra, gloria accanto alla gloria....

«I fanti di Fiume te lo giurano. I fanti di Giovanni Randaccio stendono la mano su questa bandiera che è la coltre degli eroi e il labaro dei credenti».

8 Ottobre. — A Prato sciopero generale.

A Prato e nel Pratese sciopero dei tessili e dei lanieri.

A Vico Pisano gli addetti ai lavori del canale imperiale scioperano.

Sanguinosi conflitti agrari.

I contadini di Riesi (Caltanisetta) decidono il giorno 8 di occupare le terre di un feudo delle vicinanze; essi compiono l’impresa inquadrati e poi tornano in paese ove vengono arringati da oratori improvvisati, con discorsi incendiari. Nel comizio la folla veniva incitata all’odio di classe onde la forza pubblica interveniva; essa però era assalita e veniva ucciso il sottoten. Michele Dacara e 4 soldati erano feriti. La forza pubblica rispondeva e nel conflitto si avevano 8 morti e 30 feriti.

Il 10 veniva proclamato lo sciopero dei contadini a Pontedera. Nel Piacentino avvenivano altri sanguinosi episodi. A Podenzano alcuni proprietari venivano assaliti mentre provvedevano a mungere e venivano feriti più o meno gravemente; altri incidenti con feriti ed arresti.

Il giorno 11 a Terranuova (Caltanisetta) i contadini scioperanti venivano a conflitto con i carabinieri; cadevano 2 morti e numerosi feriti.

Il giorno 11 a Besenzone (Piacenza) in località Casablanca alcuni liberi lavoratori accudivano ai propri lavori quando gli scioperanti li assalivano e li assediavano. Nel conflitto che ne seguiva si avevano alcuni morti e feriti.

Ottobre. — A Poggibonsi è proclamato lo sciopero alla Tipografia Cappelli; lo sciopero è pure attuato alla cantina Fassati ove si effettuano anche attentati alla libertà del lavoro; i coloni armati di randelli e di fucili vengono a conflitto con la forza pubblica.

La Ia Adunata dei Fasci.
I Fasci italiani di Combattimento a congresso a Firenze, 9 ottobre, presenti Mussolini e Carlo Delcroix.

Il giorno 9 nella mattina ha luogo al Teatro Nazionale di Firenze la cerimonia inaugurale del congresso dei Fasci di combattimento. Era viva l’attesa tra i fascisti per la venuta di Benito Mussolini. Quando Mussolini entra in teatro si alzano grida di «Viva Mussolini» e «Abbasso Nitti». Con Mussolini sono Marinelli, Del Latte, Angiolini, Bolzani, Zuliani, Cristoforo Baseggio, maggiore degli arditi, Vecchi, Marinetti, membri del direttorio dei Fasci. Accanto a Mussolini prende posto Carlo Delcroix.

I volontari di guerra, che avevano costituito a Firenze sotto la presidenza di Eugenio Coselschi il primo nucleo di quella che poi fu la grande Associazione Nazionale, presero attivissima parte all’organizzazione del Convegno lanciando anche un proclama insieme a Umberto Pasella.

I presenti al Convegno fascista di Firenze.

Fabbri Umberto, Enrico Rocca, Polverelli, avv. Francesco Pucci di Catania; De Martino, Fontana, Farina, delegati di Roma; De Angelis di Napoli; Pasini di Genova; Buttafava, Trupia e Grossi di Sampierdarena; Tacchini di Sestri; cap. De Vecchi, Mario Gioda, Rai e ten. Cavalli per Torino, Pilo Ruggeri di Ferrara; Melchiori per Brescia; Italo Bresciani, Vianini e Raineri per Verona; Rafuzzi, Danese e Sommovigo per Spezia; Ettore Bartolozzi per Bergamo; Rocco Renato, Tonco, Massimo De Giampietro, Vito D’Amato per Rovigno; prof. Jacchia,Dompierie Conforto per Trieste; prof. Baldi, Agnoletti, Ceccaroni, ing. Carrer, Zamboni, Nannetti e Neri per Firenze; Purpura, Pedone, per Palermo; Zoni, Boggio, De Felice per Varese; Pieri Adolfo, Cantucci G. e Minucci G. per Siena; Maj per Br.’nzio; Farinacci, Rognoni, Ventura, Rastelli, Barili per Cremona; Cruciati per Camerino; Felice e Di Cesare per Civita d’Antino; Michele per Belgioioso; Tagliabue e Riva per Monza; Padovani per Montereale; Serena, Berteli e Cirardini per Treviso; Silvestri per Padova; De Biasio, Bergamo, Marsich e Rava per Venezia; Zotta per Agordo; Baccio per Recco; Dell’Armi, Natangelo per Salcito; Scarpa per Oneglia; De Felice per Marchirolo; Arrighi e Portolano per S. Pietro in Bagno; De Castro, Viola, Mantovani e Cec-coni per Parma; Arpinati, Piata, Bergamo e Sassoli per Bologna; Bacconi per Susa; Delton per Dignano; Meriano per Savignano; De Gasperi, Scotoni, Rella, Zanoni, Noventa per Trento; Calamai per Fivizzano; Stacchiotti per Rimini; De Campo e Ricci per Udine; Landini, Giufrida, De Jorio per Viareggio; Collino per Uni-bertide; Janni per Cossolnuovo; Campi per Saronno; Lombardi per Montevarchi; Carrara, Illich, Donati, Storich, Penoirich per Zara; Purpura V. per Messina; Franzetti per Crema; Agostinacchi per Trani; Ciucci per Navacchio.

Le Puglie sono rappresentate da Giacinto Francia. Il Fascismo milanese è rappresentato da Besana, Dante Dini, Giovanni Marinelli, l’avv. Bruzzesi, Bramante Cucini, Maggiore Baseggio, Ferruccio Vecchi, Marinetti, Del Latte, Bianchi, Fasciolo, Mecheri, Umberto Pasella e Morgagni. Per i fascisti fiorentini Giunta, il ten. Carrer, per i Combattenti Volpi, per gli arditi cap. Frosini, prof. Garoglio e Gastone Gorrieri. È presente per l’Associazione nazionalista l’avvocato Antonello Caprino.

Umberto Pasella, segretario generale dei Fasci di combattimento, porge un saluto al glorioso Delcroix e affema la potenza e il progresso fatto dal Fascismo nell’ultimo periodo di tempo. Prende poi la parola il tenente mutilato Gorrieri di Firenze che dice essere questo un momento di eroismo e di grandezza, un’ora più difficile che non quelle tremende di guerra. E continua rilevando che il Fascismo in poco più di sei mesi di vita conta quarantamila iscritti mentre in quaranta anni di esistenza mediocre il partito socialista ha solo 80 mila inscritti.

Parla il super-mutilato di guerra Carlo Delcroix.

«Fratelli fascisti, posso assicurarvi che i mutilati d’Italia non si sono venduti e che la loro pensione non è per essi una catena ai piedi. Essi sapranno adoperare i loro moncherini per segnalare la sentenza di morte a tutti i vigliacchi. Noi abbiamo ritrovato la Patria e vogliamo portarla a salvamento».

Prende la parola Benito Mussolini:

Il discorso di Benito Mussolini.

«Compagni Fascisti, non so se riuscirò a farvi un discorso molto ordinato, perchè non ho avuto modo, secondo la mia abitudine, di prepararlo. Un discorso fascista io mi ripromettevo di pronunziare domani mattina per una ragione mia personale che vi può anche interessare e che mi darà diritto a chiedervi qualche ora di riposo. Anch’io ho fatto una piccola beffa a sua indecenza Nitti. Sono partito da Novi Ligure sopra uno Sva insieme ad un magnifico pilota che ha al suo attivo 12 apparecchi abbattuti: il tenente Lombardi. Abbiamo attraversato l’Adriatico e siamo discesi a Fiume. D’Annunzio ci ha accolti molto festosamente, perchè ha bisogno di aviatori e di apparecchi. (Censura). Ieri mattina al ritorno siamo stati colti da una bufera (di bora) sull’altipiano Istriano. Abbiamo perciò dovuto deviare dalla rotta e siamo atterrati ad Aiello. (Censura). A Fiume ho visto quello che D’Annunzio giustamente chiama un’atmosfera di miracolo e di prodigio. Vi porto intanto il suo saluto. Egli si riprometteva di scrivere un messaggio apposta per la nostra adunata. (Censura). Il mio arrivo a Fiume ha coinciso con la cattura del piroscafo (Persia) per cui tanto si era agitato il cap. Giulietti della Federazione del mare. (Censura). La situazione a Fiume è ottima, sotto tutti gli aspetti. Vi sono viveri per tre mesi. (Censura).

La situazione di Fiume.

«Ora, è da considerare che gli jugoslavi non hanno nessuna intenzione di muoversi, non solo, ma i croati riforniscono in parte Fiume, ciò che dimostra come sia sconcia ed insidiosa la manovra nittiana tendente a sommuovere il popolino facendo credere che si fosse alla vigilia di una guerra fra noi e gli jugoslavi. Niente di tutto questo esiste!»

«D’Annunzio non ha fatto sparare finora nessun colpo di fucile contro coloro che stanno al di là della linea di armistizio; ha anzi emanato un proclama ai croati che è un magnifico documento, sia dal punto di vista politico, sia dal punto di vista umano. Esso conclude con le parole: Viva la fratellanza italo-croata! Viva la fratellanza sul Mare! Ora, nei rapporti internazionali la situazione di Fiume è chiarissima. D’Annunzio non si muoverà perchè tutti gli eventi sono favorevoli a lui. Che cosa possono fare le potenze plutocratiche del capitalismo occidentale contro di lui? Nulla! Assolutamente nulla, perchè il rimuovere un fatto compiuto sarebbe scatenare un altro più grosso guaio ed a questo nessuno pensa, nè in Francia nè in Inghilterra. In Francia, lo possiamo dire tranquillamente, c’è un sacro orrore per un nuovo spargimento di sangue. Quanto al popolo dai «cinque pasti» ha fatto la guerra molto bene e brillantemente, ma ora tutto il suo ordine di idee è contrario a qualsiasi impresa guerresca ed a qualsiasi avventura un po’ complicata. Domani il fatto compiuto di Fiume sarebbe compiuto per tutti, perchè nessuno avrebbe la forza di modificarlo. Se il Governo fosse stato meno vile, a quest’ora avrebbe risolto il problema di Fiume e gli alleati avrebbero dovuto accettarlo magari con una protesta che forse avrebbe servito di argomento a qualche giornale umoristico.

La nostra dottrina è il fatto.

«Noi fascisti non abbiamo dottrine precostituite, la nostra dottrina è il fatto. Noi aborriamo i sistemi dottrinali e filosofici perchè la nostra mentalità ripugna da tutte le dottrine precostituite. Siamo gente che è pronta e risoluta mano mano che si presentano i problemi economici, politici e sociali. Non abbiamo pregiudiziali monarchiche o repubblicane; quindi se oggi diciamo che la monarchia è assolutamente inferiore al suo compito storico, non lo diciamo in base al criterio di ritenere che una repubblica sarebbe migliore forma di governo, perchè si è visto che nessun regime è perfetto. Noi giudichiamo i fatti e diciamo che in questi mesi di settembre ed ottobre si è fatta in Italia più propaganda repubblicana che non ne sia stata fatta in cinquanta anni di letture di opuscoli. Quando la monarchia chiama e mantiene al potere quelli che ormai passeranno alla storia bollati col marchio dell’infamia, quando si scioglie la Camera e si tollera che Nitti pronunzi un discorso in cui si fa chiaro appello ad un richiamo delle forze bolsceviche della Nazione, quando si tollera al potere un uomo che non è il Kerenski della situazione, ma piuttosto il Karoly dell’Italia, quando si assiste alla ratifica di una pace per decreto reale, io dico che un problema il quale ieri non esisteva per noi in linea pregiudiziale come non esiste neppure oggi, viene a farsi chiaro in tutti i suoi termini filosofici.... Non dobbiamo noi svalutare gli avversari, ma il barba bleu di una dittatura grottesca che è stata inventata da Nitti con la complicità dell’alta banca e dei giornali anche democratici che sono legati notoriamente all’alto parassitismo siderurgico italiano. Io penso che domani all’atto della crisi i difensori di una situazione sparita non potrebbero esistere e tutti si squaglierebbero». Mussolini poi critica le risultanze del Congresso socialista di Bologna e dice che è cosa molto umiliante per l’on. Turati sentirsi dare del venduto dopo quaranta anni di socialismo. «Al Congresso di Bologna di veramente importante non c’è stato che il discorso di Turati. Che cosa ha concluso questa assise dal punto di vista pratico? Ha dato l’indicazione pratica di quello che si deve fare? Niente del tutto. Noi siamo molto più precisi e vi diciamo subito che noi dobbiamo dare un ultimatum al Governo dicendogli che se non abolisce la censura, noi fascisti non parteciperemo alle elezioni. Bisogna protestare contro una censura ripristinata in regime elettorale, perchè se non lo facessimo dimostreremmo che siamo un popolo che può accettare qualunque tirannia. Può essere che in questo mese di ottobre le cose si aggravino talmente da rendere quasi dimenticato il fatto elettorale. Può essere invece che le elezioni si svolgano; ed allora noi dobbiamo essere pronti anche a questa seconda eventualità. Noi fascisti dove possiamo dobbiamo affermarci; dobbiamo uscire dall’indistinto che ci circonda. Dobbiamo contarci e se anche saremo pochi si dovrà pensare che in soli sei mesi di vita come noi abbiamo non si può conquistare l’Italia. Quando voi attraversate la zona dal Piave all’Isonzo che purtroppo è ancora tutta là come fu trovata all’epoca della nostra avanzata, avete la sensazione delle nostre bombe; un impero nemico era giunto fino al Piave; i suoi dirigenti avevano pensato: «Qui noi assassineremo l’Italia». Invece noi italiani resteremo in Italia, resteremo a Fiume. Noi invece possiamo dire: «Qui fra il Piave e l’Isonzo abbiamo assassinato un Impero e fu determinato il crollo di quattro nefande autocrazie».

Il discorso di Mussolini è coronato da forti applausi.

Parlano poi Conforto e Dompieri rappresentanti di Trieste, Lovais della Dalmazia e l’avv. Lattes, segretario Provinciale del Partito Repubblicano.

A Mussolini, dopo il Congresso, al Gambrinus i fascisti improvvisano una dimostrazione di simpatia.

Mussolini poi si reca all’Associazione nazionale dei combattenti.

10 Ottobre. Seduta antimeridiana.

Il Congresso dei Fasci di combattimento viene tenuto la mattina del 10 Ottobre nel salone dell’Associazione nazionale dei combattenti in Piazza Ottaviani. Alla presidenza Dini, De Gasperi, De Vecchi, De Castro, Giacinto Francia, Gorrieri, Frosini, Pucci e Conforto. A Segretari vengono nominati: Ruggeri, Cucini, Carrer e Zampini.

La relazione del segretario generale U. Pasella.

Umberto Pasella, segretario generale dei Fasci espone la sua relazione dicendo che da trentasette che erano i Fasci nel mese di Marzo sono saliti in Ottobre a 137 presenti. Sono in via poi di costituzione altri 62 Fasci. Altri ancora sono in via di formazione nel Veneto e nel Friuli, e specialmente a Udine. «Abbiamo in tutto 40.385 soci e ciò dopo solo sei mesi dalla costituzione dei Fasci e nonostante le difficoltà e le opposizioni del Governo e dei pussisti».

La relazione Fabbri sul programma politico.

Fabbri di Roma legge la relazione sulla ragione e sull’importanza dei Fasci, sull’attuale momento e sul programma politico. La relazione mette in rilievo che i Fasci, pur mantenendosi contrari ad ogni pregiudiziale e pure conservando ‘la loro volontà e qualità di antipartito, hanno sentito il bisogno di farsi, insieme ai combattenti, pionieri nella lotta elettorale in difesa dei supremi interessi della Patria, estendendo e completando il loro programma. Non è più la bandiera di una forza stimolatrice, ma la bandiera di una grande forza operatrice e costruttiva che viene agitata. Il programma è dettato da una completa visione sia delle giuste aspirazioni del popolo italiano, sia delle necessità di rinnovamento di tutto l’organismo sociale, sia infine delle magnifiche risorse contenute nel suolo e nello spirito e nella qualità della gente italica, risorse tali da fare ritenere possibile e attuabile qualunque rapida riforma. Perciò la Segreteria Generale propone come iniziale opera da compiere: 1° l’abolizione del Senato e la sua sostituzione con un Consiglio nazionale tecnico del lavoro intellettuale e materiale, dell’industria del commercio e dell’agricoltura; 2° l’immediata riforma della burocrazia inspirata al concetto della diretta responsabilità degli impiegati dello Stato e al principio del decentramento; 3° la riforma degli organismi scolastici ispirata alla necessità di dare alla scuola un carattere precipuamente e saldamente fattivo di coscienza nazionale e tale da essere al tempo stesso scuola di forza, di audacia e di eroismo individuale; 4° una politica interna estera intesa a valorizzare la volontà dell’efficienza dell’Italia contro ogni imperialismo straniero e cioè una politica dinamica in contrasto con quella che tende a stabilire l’egemonia delle attuali potenze plutocratiche. Non vi è chi possa negare che un partito e un governo forti ed onesti siano capaci di attuare tutte queste fondamentali riforme senza le quali è impossibile ed inutile parlare di ogni altra riforma nazionale. Soltanto quando sarà assolto questo compito sarà possibile volgere lo sguardo agli altri campi dell’attività del paese. Si presenta prima il problema della coltivazione della terra che dovrà essere regolato da leggi di facile applicazione. Esso è seguito e accompagnato da altri gravi problemi, quello della messa in valore di tutte le forze idrauliche, quello dello sfruttamento delle ricchezze minerarie e quello del più grande sviluppo delle costruzioni navali e della navigazione fluviale e dell’industria della pesca.

Per il problema finanziario il Fascismo sostiene la necessità di una forte imposta straordinaria sul capitale con carattere progressivo che abbia la forma di una vera espropriazione parziale di tutte le ricchezze, nonchè il sequestro di tutti i beni delle congregazioni religiose e delle mense vescovili, che costituiscono una grande passività di pochi e infine la revisione di tutti i contratti di fornitura di guerra e il sequestro dell’85% dei profitti relativi.

«Per il problema militare la Segreteria ritiene che esso possa essere risolto con l’istituzione della nazione armata intesa al precipuo scopo della sola difesa dei suoi diritti e interessi determinati dalla situazione di una politica estera quale è quella sopra accennata intesa a valorizzare la volontà e l’efficienza dell’Italia contro ogni imperialismo straniero e contro l’egemonia delle attuali potenze plutocratiche.

«Convocazione quindi di una assemblea nazionale per la durata di tre anni di cui il primo compito sia quello di stabilire la forma di costituzione dello Stato».

Parla poi Marinetti che propone l’espulsione del papato da Roma cioè lo svaticanamento dell’Italia. Si oppone alla livellazione bolscevica e ancor più alla svalutazione del lavoro intellettuale a tutto vantaggio di quello materiale.

Per il Mezzogiorno e la Dalmazia.

Si leva poi a parlare Giacinto Francia di Trani, repubblicano, che afferma la necessità di porre osservazione alle condizioni del Mezzogiorno, il quale portando alla ribalta della vita pubblica italiana elementi di immaturità ed incompetenza e disponendo di immense riserve di analfabetismo, è suo malgrado il vero nemico del progresso d’Italia. I meridionali onesti sono i primi a riconoscerlo e invocano un fraterno aiuto. Parla poi il delegato di Venezia Marsich, il quale afferma la necessità che l’Italia debba avere tutta la Dalmazia. Parla poi Bartolozzi che sostiene si debba continuare a interessarsi del carattere generale del programma e poi affidare ad una Commissione il compito di presentare un progetto di programma. Dal congresso parte un’affermazione in favore della Dalmazia e della necessità del Fascismo di mantenersi a contatto vivo col popolo col difendere quanto di sano c’è nelle plebi, di adottare insomma come movente duraturo dell’unione fascista la formula felice dell’unione italiana del lavoro: elevazione tecnica e morale del proletariato. Parla poi il prof. Jacchia di Trieste. Quando i diritti della Dalmazia e i doveri di quella sono ricordati dal prof. Jacchia, un urlo di plauso sorge in favore della Dalmazia italiana. Sono presenti degli zaratini e dei rappresentanti di Spalato tra cui il venerato maestro Luca Gigovic. L’assemblea vota il seguente ordine del giorno: «L’adunanza dei Fasci di combattimento afferma l’italianità di tutta la Dalmazia e proclama la necessità di resistere contro tutti coloro che inutilmente la avversano».

Seduta pomeridiana.

Viene votato il seguente ordine del giorno: «L’attuale Governo è uscito fuori dalla costituzione vigente dello Stato ed ha con la complicità del più alto potere scoperta la Corona».

Il Congresso discute poi sulla «Costituente» per la fondamentale trasformazione dello Stato, proponendosi così di giungere ad un assetto politico, sociale ed economico assolutamente nuovo.

Viene approvato un ordine del giorno di Mussolini per un «ultimatum» da presentare al Governo per l’abolizione della censura prima del 23 Ottobre, con la quale data altrimenti incomincerebbe l’offensiva. Il primo ordine del giorno viene modificato nella seguente maniera: «La prima adunata nazionale fascista decide di impegnare i fascisti per una preliminare, indispensabile battaglia per l’abolizione della censura».

Per Fiume e le Associazioni ex combattenti.

Viene poi approvato un altro ordine del giorno: «La prima adunata fascista di Firenze manda l’attestazione della sua più grande solidarietà ai magnifici legionari di Fiume e in particolar modo ai granatieri di Ronchi ed agli arditi. Saluta con particolare simpatia l’Associazione fra gli arditi e le diverse associazioni fra i combattenti, auspicando la loro unità per un terreno di lotte comuni».

Il Comitato Centrale dei Fasci.

Cucini propone i nuovi membri del C. C. e la Direzione dei Fasci che sono accolti per acclamazione: De Martino per Roma; Gorrieri per Firenze; Bergamo per Bologna; Sommovigo per Spezia; De Vecchi per Torino; Marsich per Venezia; Bresciani per Verona; Buttafava per Sampierdarena; Zannoni per Trento; Conforto per Trieste; Farinacci per Cremona. Direzione: Mussolini, Marinetti, Vecchi, Rossi, Marinelli, Angiolini, Del Latte, Besana e Belletti. Marinelli è nominato segretario generale amministrativo del Fascismo.

Attentato a Mussolini.

Dopo il Congresso un gruppo di anarcoidi teppisti attenta alla vita di Mussolini tendendo un agguato in Piazza Santa Maria Novella. Il colpo criminoso viene sventato per opera specialmente di Ottone Rosai, di alcune fiamme nere di guarnigione a Firenze, di Giunta e di altri arditi. Il fascista Guido Pancani, onde evitare altri attentati, che avrebbero potuto ripetersi in ferrovia per il ritorno, trasporta su un’auto Mussolini fino a Bologna. Giunta la macchina presso quest’ultima città urtava contro le sbarre di un passaggio a livello. I passeggieri venivano sbalzati: Mussolini rimaneva incolume mentre rimanevano feriti il pilota di idrovolanti Pancani Guido, Gastone Galvani e Leandro Arpinati.

Benito Mussolini ad A. Melchiori ed ai fascisti bresciani.

Il Fascio di Brescia organizza un comizio pro-Fiume. Mussohni così scrive: «Caro amico, Aderisco al vostro comizio. È questo il momento in cui è necessario tenere ben alta la bandiera di Fiume. A S. Remo si deciderà una buona volta la questione? È possibile, non certo.

«Ad ogni modo Nitti deve sapere che non tutti gli italiani si sono imbastarditi o jugoslavizzati. La diplomazia può essere rinunciataria dal momento che è agli ordini dell’uomo che amnistiò i disertori e avvilì la Vittoria italiana, ma la parte migliore del popolo è con noi, sarà con noi. Vi prego, caro Melchiori, di porgere il mio fraterno saluto ai fascisti bresciani».

Parlano Marpicati e Bolzon.

10 Ottobre. — Sciopero dei professori d’orchestra a Milano.

12 Ottobre. — A Genova si tiene il primo comizio elettorale socialista. Avvengono incidenti e pugilati coi fascisti e nazionalisti.

12. Ottobre. — Viene nominato fiduciario del Comando di Fiume a Parma, con lettera del ten. Cattoi, A. De Castro.

14 Ottobre. — Il Giornale a» Italia di questa data reca l’articolo di fondo dal titolo «La tesi del minimo sforzo», a proposito di un discorso semidisfattista pronunziato da Giolitti a Dronero per propaganda elettorale. Nello stesso numero del giornale citato a p. 2 vedasi l’articolo «Il Giolittismo alla sbarra elettorale, intervista con l’on. Giretti del Fascio Parlamentare».

16 Ottobre. — A Firenze e provincia è proclamato lo sciopero dei contadini.

17 Ottobre. — A Bitonto lievi incidenti elettorali.

La solidarietà degli italiani residenti in America.

17 Ottobre. — Giunge da Toronto il seguente telegramma. «Mussolini, Milano. Gli italiani di Toronto, riuniti in imponente «meeting» per commemorare Colombo, mandano un saluto a Gabriele D’Annunzio plaudendo alla nobile gesta, fieri che l’Italica gente abbia a Duce, a difensore, a sostenitore dei diritti e della giustizia della madre Patria l’eroe degli eroi, il liberatore di Fiume. Vi preghiamo di comunicare questo voto al poeta e vi ringraziamo vivamente. Altilia Giacomo, Caruso Agostino, Picininni Vincenzo».

18 Ottobre. — Incidenti elettorali a Fucecchio.